GALILEO SIRONI – DISORDER

In Italia parlare di street art è ormai abbastanza comune. Diciamo pure che persino di moda. Milano e Roma sono tra le città che presentano più esempi di street art in Europa e nel mondo, e molte delle nostre istituzioni dedicano importanti eventi a street e urban artists, dalla mostra di Barry McGee alla Fondazione Prada di Milano nel 2002 all’intervento di Boris Hoppek per il MACRO di Roma nel 2010 passando per l’operazione della Metroweb che l’ultimo ottobre ha commissionato a diversi street artist del panorama internazionale degli interventi sui tombini della famosa ed elitaria via Montenapoleone di Milano. Gli stessi nostri artisti italiani che si dedicano alla street art riescono a condividere palcoscenici importanti insieme ai più noti americani e a nomi ormai entrati nella storia di questo mezzo a metà tra l’essere una tecnica d’arte, uno stile di vita e una comunicazione alternativa. Tra i molti esempi il più eclatante è forse quello di Blu, chiamato due anni fa a lavorare sulla facciata della Tate Modern di Londra e recentemente a realizzare un’opera su una delle pareti esterni del MOCA di Los Angeles. Eppure, isolando questo e pochi altri esempi, la concezione della critica italiana sulla street art è falsata e forzatamente edulcorata. Basti pensare che la mostra realizzata in Italia più citata in assoluto ha come titolo Street Art, Sweet Art, realizzata al PAC di Milano, curata da Alessandro Riva e coordinata dall’occhio di Vittorio Sgarbi, che di strada ne ha masticata di fatto molto poco. La street art, infatti, è tutto meno che dolce e caramellata, come vorrebbe farci intendere anche una nuova pseudo-corrente italiana, chiamata Italian Newbrow che, supportata da un facile mercato, rapisce giovani e bonari artisti freschi di accademia per instillargli alcuni simboli e caratteri della californiana Lowbrow degli anni ’70 ripulita da tutto quello che è strada, senso del vissuto e cinismo e rimpolpata da una provocazione popolare che sembra il più delle volte studiata a tavolino. Scompare, insomma, quello che è forse il carattere principale di chi ha fatto street art pura e degli artisti che ne seguono le evoluzioni contemporanee: la sensazione di essere perdenti, al margine della società, in lotta per affermare la propria esistenza al mondo. E’ il senso che traspare dall’operazione Beautiful Losers, che in Italia abbiamo visto nel 2006 alla Triennale di Milano e che riusciva a rendere il senso della decadenza underground e dell’arte come mezzo di affermazione cinica, violenta ma anche estetica e ricercata. La mostra, curata da Aaron Rose a Christian Strike presentava anche nomi che con la parola “losers” hanno ormai poco a che vedere, come Terry Richardson, o addirittura un omaggio a Basquiat, ma conservava uno spirito che è quello che spingeva i primi street artists a scrivere con lettere enormi il proprio pseudonimo sui treni americani, cercando di far focalizzare forzatamente l’attenzione della gente anche su chi viveva di pane&strada, in un mondo underground fatto di una creatività borderline e ignorata. Le lettere dei nomi divennero poi studi di un’estetica contemporanea del simbolo scritto e della fonetica umana. La lettera, simbolo della scrittura, simbolo della parola e della comunicazione è l’elemento base della socialità. Le lettere esagerate, distorte, aggressive dei writers, divennero la contrapposizione a un’incalzante comunicazione diffusa e piatta, contro cui innescare una guerriglia fatta di immagini e non solo. L’arma vera, infatti, era più che altro un diverso stile di vita che comprendeva tutto un mondo di sottoculture underground: skate, writing, streetwear, musica indipendente e soprattutto un disordine apparente che nascondeva un misto di volontà a volte contrastanti e difficili da capire dal di fuori. Cinismo ma voglia di vivere, sfida alle regole ma senso sociale e il voler dimostrare di non essere dei “losers”, dei perdenti, tenendosi ben alla larga dai vincenti. Un mondo di nicchia che vuoleparlare alla massa più grande immaginabile e a cui interessa essere riconosciuto, ma non celebrato.

Nella mia carriera di critico e curatore mi sono occupata pochissimo di street art e a chi mi dice di averla addirittura snobbata non posso dare torto. Non perché io creda che la street art sia un mezzo inferiore, ma perché come tanti altri addetti al settore mi chiedo quanto senso abbia trasporla in una galleria e quindi in un sistema ufficiale fatto di regole e di vincenti o aspiranti tali a cui uno street artist puro non dovrebbe voler essere assimilato. E gli artisti con cui avrei potuto collaborare finora non mi sembravano chiari e cristallini su quale fosse la loro opinione su questo tema etico che alla fine racchiude tutta l’essenza del loro mondo e delle loro operazioni. Come possono confrontarsi con il gusto dell’azione illegale e allo stesso tempo con l’asettico spazio di una galleria? Come possono aggredire una società calcolatrice e allo stesso tempo desiderare di vendere delle opere a collezionisti che cercano la speculazione economica? Come l’idea di fondo di Street Art, Sweet Art o dell’Italian Newbrow, le proposte che ho trovato finora avevano il vago odore d’ipocrisia, come se si trattasse di una posa che presenta la stessa debole convinzione di un qualsiasi fashion victim. Poi ho conosciuto, invece, una serie di artisti che hanno trovato una mediazione convincente e che reputo autentica tra un mondo in fondo arrivista e capitalista come quello dell’arte contemporanea e la purezza ribelle e graffiante della cultura urbana. Esiste, infatti, tutta una generazione di artisti in Italia – e non solo – che oggi ha poco più di trent’anni, che quindici anni fa partiva dalla street art e dal writing e che oggi ha trasformato molti tratti di questa cultura in un discorso artistico che non rinnega le sue origini, ma che le converte in una nuova pittura europea che unisce senso estetico e sociale che rappresenta in modo sottile, velato e ragionato una denuncia di valori scomodi e di “mali” contemporanei. I soggetti possono essere vari, come del resto nell’urban art, hanno un’aggressività latente che si manifesta con sovrapposizioni di colori, colature e macchie e utilizzano quasi sempre la carta, da cui sono affascinati per la sua deperibilità, fragilità e capacità di assorbimento, quasi come metafora della struttura mentale umana, debole e facilmente distruttibile. I nomi che potrei citare sono tanti, ma quasi tutti emergenti o addirittura quasi sconosciuti, proprio perché questa soluzione è stata trovata dalle ultimissime generazioni.

Il lavoro di Galileo Sironi fa parte di questo nuovo tipo di soluzione etica e stilistica, forse accentuata dal fatto che oltre e più che dal writing deriva dal mondo dello skateboard, che nonostante abbia una parte grafica fondamentale legata al culto e al collezionismo delle tavole, è soprattutto un’attività estremamente fisica, non cerebrale e quindi più lontana dal concetto dell’arte. Nello skate non esiste il problema del pezzo unico e della riproducibilità, e la scala di valori – anche quella economica – è più legata a questioni simil-affettive che finanziare. In questo ambiente così libero, fatto di sensazioni personali che non sono descrivibili in un percorso intellettuale come quello dell’arte, la tavola che vale di più è probabilmente quella che su cui si è imparato ad andare in skate e che si ritrova identica dopo molti anni, o quella dello stesso disegnatore, o ancora quella che riporta a un determinato ricordo. I pezzi limitati non arrivano a essere unici e non c’è quindi pretenziosità intellettuale, ma quasi un artigianato della libertà e dell’emozione.

E’ in questo contesto che Galileo Sironi cresce e vive tutt’ora, come direttore della rivista

Skateboard Magazine. Il suo lavoro prende in prestito dei caratteri da writer con uno spirito da skater, unendo la purezza degli uni e degli altri. Dal writing gli resta il soggetto più tipico, le lettere, che da anni e anni ha iniziato a disegnare con dei pennelli calligrafici inglesi e con colori ad acquerello liquidi su qualsiasi foglio di carta. All’inizio sembrava un esercizio di calligrafia e poi è diventato qualcosa di più. Il suo appartamento, così com’era quando l’ho conosciuto poco più di un anno fa, era come una carrozza di treno americana: ricoperta di lettere. Se i primi street artists lo facevano come operazione di riscatto per rendersi visibili a un mondo che li considerava perdenti o che non li considerava affatto, probabilmente Galileo Sironi lo faceva nella stessa dinamica – ma in un piccolo mondo privato e intimo – per rendersi presente a se stesso, e ascoltarsi dietro il “rumore” di lettere continue, su file parallele, unite una all’altra senza spazi, per tutta la superficie dei fogli a disposizione. Si tratta di rumore e di disordine, come dice anche il titolo della mostra, perché le lettere sono alla rinfusa e non formano mai parole di senso compiuto. E’ un vociferare senza senso, dentro cui l’artista cerca una traccia di sé e soffre il vuoto che si trova dietro l’invadenza e l’aggressività della comunicazione contemporanea, degli standard di vita, degli stereotipi imposti. Il Disorder è appunto quello non solo visivo dei caratteri dipinti, ma quello dello stato d’animo di chi l’ha fatto, il naufragio spirituale dell’uomo contemporaneo nello specifico e nel caso particolare, come descrive un brano omonimo dei Joy Division che ha di fatto ispirato il titolo della mostra. Nella canzone si parla della ricerca delle “sensazioni” che “potrebbero farmi sentire i piaceri di un uomo normale” e, difatti, dietro l’infittirsi degli stimoli del mondo esterno, c’è da porsi la questione se resta ancora spazio per una comunicazione con se stessi. Le parole del mondo, queste lettere che ci girano vorticosamente attorno, non sono così vertiginose da non riuscire a dirci più nulla che abbia un vero senso e valore? La normalità non è alterata da una velocità incontrollabile? Come le lettere delle opere della mostra, il cui colore viene soffiato e ramificato per tutto il foglio dall’artista, non si sta tutto espandendo fino a diventare troppo ingombrante e confuso? Forse proprio per delimitare questo caos, l’espansione delle lettere all’interno del foglio sta diventando lentamente ma progressivamente più limitato e pulito. La fine del foglio resta spesso incompleta e. alcune volte, le lettere vengono ingabbiate e tenute sotto controllo da dei riquadri tracciati sul foglio come fossero recinti, nell’esigenza di arginare un rumore che, se da un lato manifesta la persona, dall’altra parte la stordisce e la domina. Il bisogno dell’artista di arginare questa sua creazione è quella di tutti gli uomini contemporanei di stoppare e porre un limite a una comunicazione che abbiamo inventato e abbiamo esaltato ma che ora ci sta comandando e consumando.

Carolina Lio


Testo critico di “Disorder” Personale di Galileo Sironi
Vedi il comunicato stampa

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