«È come girovagare in un mondo senza specchi, chiedendo ad ogni persona che incontri di descriverti ed ognuno ripete incessantemente: “hai un volto proprio come lo ho io, e i tuoi occhi sono più blu e grandi”, e anche: “il mio sorriso quando ti guardo sei tu”, ma tu non credi a ciò finché un giorno sbatti contro un muro di pietra e nessuno ti sente dire: “ouch”, e l’intero problema è risolto1». L’agire di Diane Arbus è pervaso dall’intenzione di rendere una realtà fedele al vero che l’idea di un mondo senza specchi in qualche modo esprime, per quanto questo possa sembrare paradossale. Certo i contorni si farebbero indistinti e l’affidarsi al linguaggio fornirebbe ben poche certezze. Alessandra Baldoni riflette su questa relazione dinamica, consentendo all’immaginazione di inserirsi nello spazio esistente tra il soggetto e la sua descrizione.
In Vite di uomini non illustri, l’artista si limita ad innescare questo processo spedendo una fotografia e chiedendo di raccontarla. Come una nonna che, nello sfogliare l’album di famiglia, si sofferma a commentare le varie fotografie, allo stesso modo, la parola sotto forma di scrittura si affianca all’immagine animandola.
Lontano dall’essere quella tecnologia di massa che conosciamo oggi, qui la foto è dei primi del Novecento, in bianco e nero, su pellicola e con il soggetto messo in posa. Caratteristiche che suggeriscono come, il ruolo di queste fotografie, nello scandire la vita delle persone ritratte immortalandole nei momenti più significativi, fosse importante al punto da potergli assegnare un valore rituale.
Trovate per lo più in mercatini e bancarelle, le foto utilizzate in questo progetto mancano di una provenienza certa. L’aver perduto il contesto di riferimento arriva a modificare lo status stesso di queste immagini che, da elementi costituenti una memoria duratura, passano ad essere semplici frammenti. Una condizione che consente alla contemporaneità di ispirare un’operazione straniante.
Alessandra Baldoni studia le inquadrature di inizio secolo e ne ripropone i medesimi soggetti. Presta attenzione ai dettagli (acconciature, abiti, ambientazioni), ripristina la tecnica analogica ed arriva addirittura ad invecchiare la carta realizzando foto in stile. Si tratterebbe di veri e propri falsi storici se non fosse per la presenza di particolari che, ad un occhio attento, permettono di smascherare l’autrice. Indizi che l’artista si diverte a disseminare nelle proprie fotografie incuriosendo e provocando l’osservatore. Un atteggiamento che evidenzia l’intenzione corale del progetto che ha nel coinvolgimento dell’altro (spettatore-narratore) un aspetto sostanziale. In questo insieme troviamo anche l’artista che , lontano da occupare una posizione preminente, non fa altro che accendere la scintilla ed innescare una reazione.
Il fatto di non poter sapere se la foto che si riceve è antica o presunta tale rende ambigua la relazione tra l’immagine e la parola. Il criterio di veridicità, tradizionalmente assegnato alla fotografia, si incrina e l’immagine acquista un ruolo essenzialmente strumentale. Allo stesso tempo la struttura finzionale, che alla base della letteratura, si stempera leggermente nel privilegiare la comprensione dello scritto che viene battuto al computer. Aspetti sottolineati dalla scelta di dare una veste uniforme ai testi inserendoli in una cassettina bianca e differente alle foto, presentate in cornici diverse l’una dall’altra. L’articolazione attraverso il dittico suggerisce invece la reciprocità tra i due linguaggi. Custode silenziosa di esistenze, la fotografia mantiene l’identitaria capacità di testimoniare la realtà. Le persone che vediamo congelate nell’immagine possono beneficiare solo dell’uso della parola per tornare in vita. La scrittura diventa il veicolo delle emozioni che un’operazione del genere provoca. L’immagine si trasforma in una traccia narrativa da cui far scaturire storie. Racconti percorsi dalla magia di salvare dall’oblio chi compare nella foto.
I volti resi anonimi dalla mancanza di contesto e dal tempo trascorso mantengono, con la loro presenza impressa sulla carta, tutta l’unicità di una vita vissuta. «Piccole biografie» – come scrive l’artista – che traggono spunto dalle foto, immaginandone l’attimo immortalato, l’antefatto, il giorno stesso. Si viene a comporre un diario di esistenze verosimili in cui la biografia rivela la sua essenza letteraria, quell’essere inevitabilmente un’operazione creativa che la Winterson definisce: «arte e menzogne2».
Un insieme di racconti dove i protagonisti sono perfetti sconosciuti che non hanno modificato il corso della storia con le loro azioni. Personaggi che trovano la ragione della propria vita in una serie di eventi personali, percorsi introspettivi, confessioni sentimentali che vanno a delineare un parallelismo con i capitoli del romanzo di Giuseppe Pontiggia “Vite di uomini non illustri” dal quale il progetto prende il nome. Un titolo che volutamente si accosta, per contrapposizione, a quelle serie letterarie e pittoriche dedicate agli Uomini Illustri che si diffondono a partire dalla metà del XV secolo. L’Umanesimo influenza una visione del mondo dove l’uomo viene messo al centro dell’universo e diventa protagonista assoluto della storia attraverso le proprie gesta memorabili. La parabola del Novecento, a cui le Avanguardie hanno fornito una voce eloquente, ha ribaltato completamente questo punto di vista. Ogni vita diventa degna di essere vissuta e ogni persona di venire ricordata, per le proprie vittorie personali e sconfitte, per le debolezze e i desideri, per le sofferenze e le gioie, carpendo da ognuno un po’ di noi.
La scrittura rivela, in chiave creativa, questo processo di analisi che lascia emergere un po’ dell’autore in ogni testo e, allo stesso tempo, consente al lettore di ritrovarsi nelle sue parole. In tal modo ogni brano diventa autobiografico e in questo contesto si comprendono le parole di Anna Maria Ortese: «Scrivere è cercare la calma, e qualche volta trovarla. È tornare a casa. Lo stesso che leggere. Chi scrive e legge realmente, cioè solo per sé, rientra a casa; sta bene. Chi non scrive o non legge mai, o solo su comando – per ragioni pratiche – è sempre fuori casa, anche se ne ha molte. È un povero, e rende la vita più povera3».
L’attingere dal proprio bagaglio personale restituisce alla memoria la sua dimensione dinamica dove il soggetto influenza inevitabilmente il racconto. Le biografie creative accostate alle fotografie innescano un gioco di riflessi dove il nostro volto, come quello di chi narra, si sovrappone a quello della foto e l’immaginazione si insinua offrendo una descrizione soggettiva che rende la realtà più mobile e relativa, esattamente come se fossimo in un mondo senza specchi.


1 «It’s like going around a mirrorless world asking everyone you meet to describe you and everyone says endlessly, “you have a face even as I do and your eyes are bluer and big,” and even “my smile when I look at you is you,” but you don’t believe it and than one day you bump smack into a stone wall and no one hears you says “ouch,” and your whole problem is solved.» In: Diane Arbus. Revelelation,. Schirmer/Mosel, München 2003.
2 Jeanette Winterson, Arte e Menzogne, Mondadori editore, Milano 2004.
3 In Corpo Celeste, Adelphi, Milano 1997.

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