L’arte senza paura Ruangrupa e l’esempio indonesiano

Per questa edizione di Poiesis legata indissolubilmente agli eventi per il centocinquantesimo anno dell’Unità d’Italia, ho pensato di invitare artisti provenienti da una nazione poco conosciuta in Italia se non per essere il più grande paese islamico del mondo e/o per la lussureggiante oasi insulare di Bali.
Perché questo accostamento azzardato e in qualche modo incongruente? L’Italia, paese di mille campanili e di belligeranze difficili a morire, è da anni ormai alle prese con una situazione di stallo politico-sociale che sembra, vivendo io all’estero da due decenni ormai, irrisolvibile e – drammaticamente – implosa in una specie di rigor mortis post borghese e decadente. E’ uno stato invecchiato, moribondo luogo di quel fenomeno detto dei “cervelli in fuga” (di cui io faccio parte) che, tristemente, uccide con la creatività mancata l’idea di futuro e di rinnovamento sociale. Ma l’Italia creativa è altro ed è ben al di fuori dei limiti geografici nazionali. E’ un’Italia di vecchia e nuova emigrazione, che esercita la sua sapiente capacità di adattamento a situazioni diverse e estreme, vincendo la paura e riscoprendosi italiani internazionali.
Dopo anni di vita in Asia e gli ultimi tre passati nell’Asia del Sud Est, ho pensato che l’Italia avesse bisogno di un segnale forte – per quanto l’arte possa esserlo – e imprevisto. Da qui l’accostamento di una selezione di video dall’Indonesia a cura di un collettivo di Jakarta chiamato Ruangrupa.
Ma perché proprio l’Indonesia? Ebbene perché mi sembra il giusto contrappasso. Un enorme paese che si estende su decine di migliaia di isole, un luogo giovane, dinamico, battagliero, un luogo dove le contraddizioni politiche e sociali hanno voce, dove l’idea di Nazione e’ stata creata su un consenso di innumerevoli gruppi etnici, culturali, religiosi e linguistici. Si perché solo a Java, l’isola più densamente abitata, ci sono gruppi etnici diversissimi di immigrazione come gli Indiani o i Cinesi e altri numerosi gruppi autoctoni. Se poi si estende questo discorso a tutta l’Indonesia allora si arriva all’impressionante numero di 300 lingue diverse. Pensate che l’Indonesia, da tutti riconosciuta come il paese Musulmano più grande al mondo, ha anche una fortissima presenza cattolica e cristiana. Parlando con l’artista Agung Kurniawan di Yogyakarta, sempre a Java, mi sorprese dicendomi che in Indonesia la comunità cristiana e cattolica è di circa il 10% della popolazione, cioè circa 20 milioni, più o meno il numero dei cattolici praticanti in Italia quindi…già questo fatto, non vi fa cambiare prospettiva, o forse, almeno, non vi crea un dubbio sulle facili generalizzazioni mediatiche?
In questa rassegna, che probabilmente porterà a Fabriano codici culturali difficili da decifrare al primo colpo, Ruangrupa presenta video molto vicini alla pop culture globale ma sviluppati in un contesto di “resistenza” molto locale e quasi tribale. E’ come se attraverso queste immagini e spezzoni di storie personali anche un poco destabilizzanti, potessimo vedere idee di federalismo, di partecipazione, di politica in mano ai giovani che lottano per essere sentiti. Vedo, in questa irruenza indonesiana, la forza della politica vera che si fa senza striscioni e frazionamenti partitici fallimentari, ma che si presta a camminare con le persone per strada. E’ la politica fatta sulle voci discordanti ma capaci di trovare accordi sensati perché, a partire dai consigli tribali fino a poi alle istituzioni, qui vale il principio per cui anche chi è in minoranza deve essere riconosciuto e la maggioranza decide tenendo conto dell’altro, l’escluso, potenziale centro di destabilizzazione. In questa tolleranza (mai passiva) credo che l’Italia, celebrando il suo essere unita da centocinquanta anni, possa trovare la vera possibilità per una rivoluzione giusta, equa e rivolta al futuro.
Guardando questo paese lontano, spero che il visitatore acuto si soffermi e cerchi di decifrare l’indecifrabile: si lasci trasportare dall’inaspettato e dalla saggezza esotica dei giovani di Java. Questa energia dirompente, positiva, invadente è quello che una certa Asia sta vivendo anche a costo di grandi pericoli: non sarà che l’idealismo ritrovi le sue radici e responsabilità nei movimenti sociali che vengono da così lontano e che stanno scuotendo anche l’Asia minore e il Nord Africa? Non è che quest’anno rappresenti il momento in cui l’idea di democrazia che è stata più o meno coscientemente impiantata dall’Occidente nel resto del mondo ritrovi una via di ritorno verso le sue terre d’origine, terre che dopo averla bistrattata forse ora hanno bisogno di ricordarsi il valore e l’unicità di questa grande conquista?

Davide Quadrio, Bangkok, aprile 2011

Testo critico di “Le Petit Poucet – dietro ogni briciola un artista” sezione video
Vedi il comunicato stampa

I Commenti sono chiusi

Iscriviti alla Newsletter!
Categorie
Archivi
Articoli più letti
  • Non ci sono elementi
Questo sito utilizza i cookies - This website uses cookies
OK