Inner drawings/Drawings inside

Claudia Gambadoro lavora sullo spazio, spesso sugli ambienti del quotidiano che assurgono a luoghi universali perché rintracciabili, con poche varianti, in ogni angolo del mondo. Sono spazi da vivere, che diventano significanti in relazione alla presenza umana e si compongono per relazioni ossimoriche: famigliare e sconosciuto, dentro e fuori, soprattutto vuoto e pieno. Il filo conduttore è il disegno, attraverso il quale l’artista “arreda” gli spazi con il suo mondo interiore, il suo immaginario, i suoi sogni: è così per gli abitanti suggeriti nelle stanze della serie Inner Drawings, ma anche per le videoinstallazioni Box, in cui Gambadoro disegna direttamente un mobilio stilizzato a pennarello sulle pareti di una camera di cartone, e Transitos, dove la stanza è arredata invece “in assenza” con mobili di cui percepiamo solo la sagoma sui muri.

In questi interni, l’uomo compare spesso come presenza fantasmatica o sfuggente: nelle foto di Inner Drawings le figure umane, sintetizzate in contorni bianchi, s’innestano nelle fotografie come ospiti temporanei, volatili rispetto alla concretezza materica degli oggetti, delle stoffe, della spugna, del legno degli armadi, della ceramica delle piastrelle. È come se la figura umana si muovesse, passasse (per non rimanere) sulla scena approntata dall’artista all’interno dell’inquadratura. In questo, e nella capacità di suggerire con la luce atmosfere e microcosmi domestici quasi che, in quelle stanze, si potessero scorgere vite intere, il lavoro di Claudia Gambadoro è in certo senso narrativo e ha forti assonanze con il cinema. È ancor più evidente nelle sue opere audiovisive dov’è presente anche una “colonna sonora” che, però, non include mai musica “extradiegetica”, di commento o esterna al piccolo universo rappresentato, ma sempre rumori, parole e suoni domestici, “intradiegetici”, scaturiti dalla dimensione famigliare dello spazio stesso.

Gli spazi di Claudia Gambadoro sono dunque universali, ma allo stesso tempo personali: attraverso i dettagli, che siano fotografati, disegnati durante una performance o riprodotti in sagome sul muro, vi si riconosce sempre l’individuo, vi si indovina un gesto. Ed è anche l’esperienza diretta dell’artista a renderli particolari: come nella videoinstallazione Transitos, dove le pareti sono percorse dalla cartina topografica di Santiago del Cile proprio perché l’opera è stata pensata per il Museo D’Arte Contemporanea della capitale latinoamericana, dove Gambadoro ha ottenuto per quattro mesi la residenza artistica. La città, il viaggio, l’ignoto stanno dunque al di là delle pareti che conosciamo, fuori dai nostri luoghi confidenziali. La porzione di realtà ritagliata dalla macchina fotografica dell’artista, o dai confini fisici delle sue installazioni, è uno spazio che contiene, nella doppia accezione di proteggere e costringere chi vi capita dentro: come fanno le nostre case, amate e conosciute, ma così poco varie rispetto alla ricchezza del mondo esterno.

Novembre 2010
Elisa Grando


Testo critico di “Inner drawings/Drawings inside” Personale di Claudia Gambadoro
Vedi il comunicato stampa

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