E’ il primo aprile, è un’atipica domenica pomeriggio, nell’aria c’è il profumo della pioggia, l’attendo. Dalle finestre di casa Sponge vedo le nuvole andarsene e lasciare spazio al vento. Il mio prato da stamane è pieno di piccole palline azzurre, solo l’acqua le può portare via. E’ così che mi viene in mente il nuovo progetto di Daniela Cavallo “Love is Water”.

Una serie di ritratti dai colori acidi, dal forte impatto emotivo, Cavallo usa la macchina fotografica come se fosse una straniante tavolozza cromatica. I soggetti, i corpi sono avvolti in ambienti catartici, dai quali appaiono simboli comuni a tutti, dall’acqua alle stelle, i corpi sono spesso vestiti di bianco quasi a voler elevare l’essere umano mettendo in evidenza lo spirito. Sfioramenti elettivi e selettivi volti ad una conoscenza profonda che non può passare che attraverso i sensi. L’artista sembra cercare e mettere in gioco le affinità elettive tra un essere umano e l’altro. Love is water corrisponde al vissuto dell’artista, la ricerca del suo quotidiano confluisce in maniera dirompente nel suo fare arte. 

Sposto ed amplio per un momento la mia rubrica n.13 – l ‘angolo di Jack che ho per ArteSera e con Daniela scambio alcune parole.


Love is Water. Un titolo fortemente simbolico. Cosa rappresenta l’acqua per te?
Gli esseri umani sono esseri d’acqua, da questa il nostro corpo è composto per ben l’80%. L’acqua simboleggia per me la trasformazione, muta il suo stato, si ghiaccia, evapora, si liquefà, ma rimane sempre H2O, così anche le relazioni e gli affetti; si trasformano, a volte si solidificano e a volte evaporano, ma tolti della loro “forma”, alla fine rimangono sempre amore.

In questa nuova serie di opere, gli elementi naturali compaiono in maniera dirompente, abbracciano i corpi dei soggetti che si sfiorano delicatamente tra loro; ho la sensazione che ci sia un soffio che unisca il tutto, come mai hai voluto dare questo ruolo proprio alla natura?
Noi tutti siamo collegati alla natura. I momenti in cui sono stata realmente felice e allineata con me stessa sono stati momenti in cui ero “nell’acqua delle cose” ossia nella natura.

Per quale motivo hai scelto colori così forti per trattare tematiche così eteree?
Non ho paura dei colori. Per riallacciarmi al discorso di prima, nella natura e nella sua furiosa bellezza i colori esistono in tonalità esasperate e sature, basti pensare semplicemente al turchese del cielo che spesso in questo periodo di primavera anche a Milano riusciamo a vedere. Per non parlare dei fiori o delle galassie… sono fluorescenti.

Le stelle, le costellazioni, arricchiscono le opere donando ad esse una sensazione psicomagica, come mai questa scelta?
Sono affascinata dal fatto che spesso la chimica possa rispondere a domande filosofiche. Ho letto recentemente che a livello chimico, appunto, ciò che è stato trovato nella polvere di stelle non è molto diverso da quello che è stato trovato nelle nostre ossa, nella nostra “polvere umana”. Se scomponiamo un qualsiasi oggetto, elemento o persona in particelle infinitamente piccole dell’atomo, troviamo sempre la stessa cosa. Pensare che siamo tutti collegati perché siamo tutti la stessa materia, mi dà una meravigliosa sensazione di sollievo e cambia la mia consapevolezza verso ogni cosa. Noi siamo acqua all’80% e stelle per il rimanente 20%. Mi farebbe piacere che tutti si pensassero così per una volta nella vita almeno.

Il tuo tempo, la tua memoria o quella dei soggetti che fotografi?
Probabilmente auspico a un tempo sospeso che possa appartenere a tutti, vorrei che fosse sia il mio tempo e anche quello dei soggetti che fotografo. È inevitabile però che il mio punto di vista sia maggiormente visibile, perché è riconducibile al solo materiale a disposizione che ho, ovvero la mia esperienza, il mio tempo.

Uno sguardo al cielo. Alcuni soggetti a braccia aperte sembrano liberarsi in esso, ho la sensazione che sia una citazione autobiografica, è corretto? Perché?
Il cielo, Jack, lo guardo sempre, lo guardo perché spesso mi aiuta a dare la giusta importanza alle cose. L’impossibilità di contenerlo in uno sguardo, mi slaccia dall’ossessione di dover controllare tutto. Così come non posso contenere il cielo in uno sguardo, perché ho solo due occhi, così non sempre posso capire gli avvenimenti che inevitabilmente nella vita mi hanno procurato o mi procurano dolore. Se accetto questi momenti e li guardo da una prospettiva diversa, magari attraverso il cielo, riesco a sentirmi libera.

La tua acqua porta inesorabilmente il mio pensiero alla maternità, quale può essere il motivo?
Recentemente ho riscoperto mia madre, nel desiderio di poterlo essere anche io un giorno.

Quali sono gli artisti che ti hanno ispirato o in alcuni casi sostenuto per giungere a questo risultato?
Jodorowsky, Krishnananda e Amana, Mike Dooley, Michel Gondry, Hikmet, Jane Campion, Fellini, Whitman (autori letterari e registi). Per le arti visive: Matteo Bergamasco, Francesca Woodman, Matteo Basilè (soprattutto nella prima fase formalmente più sperimentale), Sara Moon e Raffaello. Mi colpì molto nel 2008 allo Studio d’arte Fioretti, un’azione fluxus di Ben Patterson, in cui dirigeva un concerto di candele, illuminandole. Ma fondamentale e decisivo, è l’incontro con Sponge e con una parte di te Jack, perché mi hai aperta alla reale possibilità di sperimentare un linguaggio nuovo, ma che sentivo appartenermi, quello della performance.

Il clic è solo il la del tuo lavoro, mi sembra che la fase predominante sia quella della post produzione – o meglio – pittura digitale, dove emerge in maniera chiara la tua ricerca, come si sviluppa questa fase?
La post produzione è importantissima per quanto riguarda la mia ricerca. Utilizzo diverse immagini per realizzare un’opera: foto da me scattate, frame di galassie presi da vari siti, tra cui quello della Nasa. Abbasso la risoluzione in alcuni punti, sfaldo le immagini e le amalgamo bene, cerco, grazie ai software digitali, l’equilibrio tra le forme.

Negli ultimi due anni di lavoro hai sentito l’esigenza di toccare con mano l’azione, la performance, come mai questa esigenza? Questa mostra si apre proprio con un’azione: “Love”, me la racconti?
-Love- è una performance in cui ci sarà la possibilità, attraverso tre elementi (una coppia di perfomer -uomo e donna-, il tessuto termosensibile e il pubblico attivo) di fondersi in un istante. I principi intimi legati al maschile e femminile e le proprie paure dovranno sciogliersi in un abbraccio.

La performance, oltre il contatto diretto con il pubblico, permette di sentire irrimediabilmente il reale qui ed ora. Dopo aver sperimentato ciò, come è cambiato il tuo lavoro fotografico?
Si è liberato maggiormente da ogni forma di cliché sulla fotografia d’arte e su come dovrebbe essere.

Dove sei ora?
Sono a Milano è il 4 Aprile e sono le 9 e 19.

Cosa c’è all’orizzonte?
Il mare.


dal catalogo di Love is water

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