Siamo a Shanghai, dove il primo ottobre 2012 si apre la  9ª Biennale sotto la direzione di un team curatoriale composto da Qiu ZhijieBorys GroysJens Hoffman e Johnson Chang.

Tra i tanti padiglioni proposti nella megalopoli cinese, chiacchiero con Davide Quadrio e Francesca Girelli, coordinatori del City Pavilions’ Project, un progetto che coinvolge trenta città nel mondo.

Ok ragazzi, domanda di rito, chi siete e cosa fate?
F.G.: Davide e’ il fondatore e direttore -insieme a Qiu Zhijie e di Defne Ayas – di Arthub Asia, un’associazione no profit che si occupa di fomentare la creazione artistica e culturale in Cina e all’estero. Davide ha vissuto per quasi 20 anni a Shanghai organizzando centinaia di mostre ed eventi, ed ha una profonda conoscenza sia della cultura cinese che delle realtà artistica che si muovono nella città e in Asia in generale. Attraverso le iniziative di Arthub Asia, Davide promuove la produzione di progetti artistici inediti cosi come lo scambio culturale tra oriente ed occidente.
D.Q.: Francesca, con un background nel mercato dell’arte, si occupa con me del coordinamento dei progetti di Arthub Asia tra cui per l’appunto, dei padiglioni stranieri invitati alla biennale di Shanghai.

Siamo abituati a padiglioni che rappresentano nazioni, City Pavillon mi suona strano, di cosa si tratta?
Il concetto di base é lo stesso, un padiglione che possa rappresentare un contesto, una realtà, una situazione. I padiglioni possono essere nazionali o, come in questo caso, essere il riflesso di una città in concreto. È un’idea che trovo particolarmente consona a questa nona edizione della biennale di Shanghai. Come quasi sempre succede nelle grandi metropoli, Shanghai non si può considerare una rappresentazione indicativa di quello che può essere l’identità nazionale cinese, cosi come Londra non lo è dell’Inghilterra o New York degli Stati Uniti. Shanghai è una realtà a sé stante con una forte dose di individualità urbana e sociale. E’ interessante quindi relazionarla con altre trenta città, e con l unicità e peculiarità delle loro realtà creative e antropologiche.

Il progetto dei city pavilions e’ stato reso possibile grazie alla nuova sede della Biennale,
tre volte più grande di quella adibita alle edizioni precedenti. Quest’anno i curatori hanno quindi avuto l’opportunità di ampliare l evento, proiettandolo al di fuori del contesto nazionale.

Ci sono città Italiane coinvolte? Se sì, quali e perché?
Le città partecipanti non sono state scelte a priori e a tavolino, ma solo dopo un’accurata selezione delle proposte inviate da numerosi curatori internazionali. Durante il processo di selezione ci siamo particolarmente entusiasmati con alcune proposte curatoriali provenienti da città non tradizionalmente riconosciute e considerate come centri di produzione artistica. Sono progetti che non solo dimostrano grandi potenzialità a livello creativo, ma che si sposano perfettamente con i temi al centro della biennale di quest’anno: la Rigenerazione e la Riscoperta.
Tornando quindi alla tua domanda l’unica città italiana presente sarà Palermo con un progetto che non solo rappresenta l’identità artistica della città attraverso l opera di artisti del luogo, ma che ci mostrerà una Palermo rivisitata attraverso le opere di due artisti stranieri, uno Cinese e uno di Hong Kong, che hanno avuto modo di risiedere durante un periodo nel capoluogo siciliano e di creare in situ.

Un padiglione che non rappresenta nessuna nazione, ma trenta differenti realtà. Qual è il fil rouge che le collega?
Il fil rouge e’ appunto il tema della rigenerazione, della riscoperta. La nuova sede della Biennale, che una volta concluso l’evento ospiterà il museo di arte contemporanea di Shanghai, e’ una centrale elettrica in disuso. La riattivazione di questo enorme edificio e’ il primo atto di rigenerazione a cui si riferisce il team curatoriale. Insieme ai curatori dei padiglioni, abbiamo scelto artisti capaci di motivare, riscrivere o rielaborare la storia e la contemporaneità, rimescolando energie e generando dialogo tra la biennale e il pubblico.
La rigenerazione al centro protagonista della biennale non si concentra tanto sul concetto concreto di energie rinnovabili in senso letterale o ambientale, quanto sull’energia intellettuale e creativa che si muove all’interno di una comunità specifica, come possono essere le comunità rappresentate dai padiglioni, e sul flusso di energia generato dal dialogo e dallo scambio tra queste realtà.

Da chi è composto il team curatoriale?
Anche il team curatoriale dell’intera Biennale si e’ internazionalizzato in occasione di questa nuova edizione. Capitanato da Qiu Zhijie, artista contemporaneo riconosciutissimo in Cina e all’estero, e’ composto da Borys Groys, Jens Hoffmann e Johnson Chang. Ogni padiglione ha il suo gruppo di curatori specifico, non possiamo ancora distribuire la lista dei nomi alla stampa, vi possiamo solo anticipare che noi insieme a Huang Mi, una giovane curatrice cinese, coordiniamo e co-curiamo tutti i progetti dei padiglioni.

Con quale criterio sono stati scelti gli artisti?
Lo stesso processo di selezione applicato alle città.

Venezia – Shanghai: quali le differenze?
La biennale di Venezia e’ un’istituzione centenaria, definita come le olimpiadi del mondo dell’arte per l’importanza della sua portata. E’ quindi un po’ arduo paragonare i due eventi, cosi come definire similitudini o divergenze. Credo che, in diversa misura, tutte le biennali abbiano Venezia come punto di riferimento e spunto concettuale, cosi come i city pavilions sono un po’ la nuova generazione dei padiglioni stranieri veneziani. La biennale di Shanghai, come del resto l’arte contemporanea cinese e tutta l’industria dell’arte in cina, sono invece realtà relativamente nuove e tutt’ora in costruzione. Questo e’ anche il fattore che rende eventi come la biennale di Shanghai particolarmente entusiasmanti, perchè il loro non essere “già istituzione” lascia spazio all’immaginazione, alla sperimentazione e talvolta, persino all’improvvisazione.


da Kritika

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