Trieste… è sempre colpa di questa strana città. Il mio articolo 118 per ArteFiera, un evento da rianimare ha suscitato il plauso di Cristina Lipanje, la quale mi ha invitato a visitare l’ultima fatica della galleria LipanjePuntin artecontemporanea Il fuoco della natura, un meraviglioso percorso presso il Salone degli Incanti dell’ex pescheria sul lungomare di Trieste.
Video, fotografie, installazioni e dipinti sono ora protagonisti all’interno di una straordinaria architettura, un enorme open space (100 metri di lunghezza e 44 di larghezza) in cui si estendono percorsi tematici che raccontano ed esaltano la natura in tutti suoi aspetti, attraverso opere di grande formato provenienti da importanti collezioni private, gallerie e, in alcuni casi, direttamente dagli studi degli artisti. La mostra è curata da Marco Puntin e Jonathan Turner, ma è con Marco che voglio chiacchierare oggi, partendo dalle mie riflessioni sulla Fotografia presenti nell’articolo incriminato. Riflessioni che trovano risposte positive in questa mostra.

Prima di inoltrarci nell’intervista, accenno ad una breve biografia.
Marco Puntin, laureato in Storia dell’Arte e in Storia del Cinema, ha collaborato per cinque anni con la cattedra di Storia del Cinema della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Trieste. Nel 1992 ha aperto il suo primo spazio espositivo a Udine e nel 1995 – insieme a Cristina Lipanje – la LipanjePuntin artecontemporanea con sede a Trieste. Quale direttore della LipanjePuntin artecontemporanea, Marco, ha organizzato e curato oltre un centinaio di mostre personali e collettive di artisti italiani e internazionali, tra i quali Anton Corbijn, Franko B, Sergey Bratkov, Julian Schnabel, Robert Mapplethorpe, James Brown, Bernardí Roig, Tom Wesselmann, Luigi Serafini, Robert Longo, Urs Lüthi, Massimo Giacon, Wolfgang Petrick, Keith Haring, Andy Warhol, Jake e Dinos Chapman, Oleg Kulik, Erwin Olaf, Carlo Bach, Ugo Giletta, Robert Gligorov, Masbedo, Primož Bizjak, Antonio Girbés, Antonio Riello, Serse e Andrea Cera.
Puntin ha inoltre collaborato con amministrazioni locali e istituzioni internazionali e nel 1998 ha curato e prodotto, in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura, la personale Your Action World di David Byrne, presentata al Museo Revoltella di Trieste e, in seguito, presso Palazzo Marino alla Scala (Palazzo Trussardi) a Milano. Nel 2004 ha organizzato e curato a Palazzo Fortuny, a Venezia, la grande retrospettiva dedicata ad Anton Corbijn, il fotografo dello star system. Nello stesso anno, ha fondato l’associazione culturale artport 1, di cui è tutt’oggi presidente, organizzando incontri culturali di ampio respiro, senza trascurare le collaborazioni con associazioni locali né i rapporti transfrontalieri con realtà culturali e artistiche della regione Alpe Adria, eventi che parallelamente all’attività della galleria, hanno contribuito a esplorare e sedimentare rapporti con curatori e intellettuali di spessore internazionale, tra i quali Nico Orengo, Achille Bonito Oliva, Tiziano Scarpa, Daniele Luttazzi, Luca Beatrice, Cristiano Seganfreddo, Gianluca Marziani, Agnes Kohlmeyer (Germania), Fernando Castro Flores (Spagna), Jonathan Turner (Australia), Lòrand Hegyi (Ungheria/ Francia). Nel 2005 ha prodotto la performance dell’artista cinese Zhang Huan negli spazi prestigiosi dei Musei Capitolini di Roma. Infine, dall’inizio del 2011, è Direttore Cultura e Spettacolo della rivista Genius-online.it.


Nell’articolo 118 per ArteFiera, un evento da rianimare ho scritto quanto segue: […] Una preghiera verso la Fotografia: a seguito dell’esplosione che il medium ha avuto negli anni 2000, ora boccheggia e ripete se stessa, quasi come se tutto fosse già stato fotografato, questa fiera dimostra che la digi-pellicola ha smarrito il suo potere. Tra le note dolenti: l’ennesima e quasi degenerata riproposta dello “stile nord-europeo”, l’incubo della post-produzione esagerata e kitsch, l’”originalissimo” luogo fatiscente fotografato in ogni dettaglio e proposto integralmente. Sono convinto che questa fase, presto o tardi, finirà […]
I grandi Maestri (molti dei quali sono presenti nella mostra) proseguono sereni il loro percorso, mentre la maggior parte degli altri artisti sembra smarrita. Cosa ne pensi? Come vedi il futuro della Fotografia?
Mi trovi in perfetta sintonia con quanto scrivi nel tuo report da Bologna. Non a caso ad Arte Fiera abbiamo quasi interamente dedicato lo stand a installazioni, se si esclude il magnifico Nick Cave fotografato da Anton Corbjin (foto per altro del 1988). Vedi, credo che l’orgia fotografica a cui abbiamo assistito negli ultimi dieci anni è soltanto figlia di una consacrazione artistica del medium quasi dovuta. Altro è il discorso del giovane artista che utilizza la macchina digitale, sfuocando, ripetendo il già visto, mostrandoci la desolazione di luoghi non luoghi….E’ il momento naturale e logico di una pulizia generale. Per quanto mi riguarda devo dire che non è mai esistito il problema del confronto tra analogico e digitale, quanto piuttosto di valutazione tra buona e cattiva fotografia.

Perché la scelta di dedicare la mostra al rapporto tra Natura ed Immaginario artistico?
La scelta del tema è stata determinata dalla convinzione che la Natura come soggetto rappresenti la mediazione ideale tra il mondo dell’arte e il pubblico spettatore. L’immaginario realistico prodotto dagli artisti contemporanei fornisce una mappa immediatamente riconoscibile del mondo naturale, libero dai cambiamenti della moda o dall’intervento tecnologico dell’uomo. L’evoluzione ha il proprio ritmo lento, ma l’intervento dell’uomo sulla natura può essere improvviso, radicale, distruttivo e talvolta permanente. Tuttavia la natura può recuperare in modi sorprendenti. Quindi, oltre ai criteri estetici che stanno dietro alla selezione di particolari dipinti, fotografie, installazioni e video, in questa mostra desideriamo porre quesiti etici che sono direttamente collegati alle opere esposte. Guardiamo al modo in cui continuiamo a consumare, a sradicare specie in via di estinzione per scopi alimentari, di abbigliamento e farmaceutici. Le immagini della natura sono perfette, le implicazioni della nostra capacità di inquinare e distruggere sono infinite.

Che valore assume in una città come Trieste, città di mare avvolta dal Carso?
Grande, direi. Trieste è una piccola città con un’economia basata principalmente sul terziario. Proprio per questo deve puntare sulle peculiarità del territorio e deve saperlo salvaguardare: Carso, mare e i loro prodotti. Ma senza dimenticare realtà come il Parco Marino di Miramare o la Grotta la Gigante, considerato il rapporto privilegiato che in una città come questa assume l’uomo con la natura.

Mi colpiscono le opere di Sergio Scabar, sono opere fotografiche ma pezzi unici, questo accade grazie ad una complesso procedimento di stampa, quale?
In realtà non si può rivelare il procedimento, non a caso parliamo di stampe alchemiche ai sali d’argento. Sergio Scabar parla di un lavoro artigianale che non può essere delegato a nessun altro e il cui risultato è l’unicità della fotografia. Con le sue immagini si entra in un altro mondo, in un’atmosfera diversa dal consueto, ciò che rimane della luce prima del buio completo.

In tutto il cammino de Il fuoco della natura, troviamo grandi nomi dell’arte contemporanea come Mat Collishaw, Marc Quinn, Andres Serrano, Robert Rauschenberg affiancati a giovani artisti, alcuni dei quali triestini, tra questi mi ha colpito molto la Wunderkammer colma di animali impagliati e disegni di Francesca Martinelli. Me la descrivi?
E’ senza dubbio un’installazione che più di altre opere si confronta dialetticamente con il titolo della mostra. Rispetto a tante belle, estetiche, sublimi immagini, l’opera di Francesca Martinelli ci ricorda che la natura non è perfetta e compiuta, quanto piuttosto imprevedibile. Un armadio-meraviglioso, una stanza delle meraviglie che è il contenitore del lavoro e del pensiero dell’artista. La sua Wunderkammer fatta di animali impagliati, disegni e oggetti della memoria rappresenta l’idealizzazione estetica e posticcia del “non lasciar andare”, del tenere a sé chi si ama per sempre (sia esso animale o persona). A tale proposito scrive molto bene Francesca Martinelli: “…ma se dell’opera questo è il primo livello comunicativo, che procede contro natura, aldilà dei limiti sovrastrutturali che ci vengono indotti, va sottolineato anche il paradosso in termini: tassidermizzare ossia “mettere in ordine la pelle” per creare qualcosa che va fuori dall’ordine prestabilito delle cose, ossia quello di morire e decomporsi. Tassidermia è già una contraddizione in termini. C’è poi un secondo livello comunicativo che è quello della sovversione dell’ordine precostituito. La natura ordina e disordina a suo piacimento, ordina per sovvertire e la cosa non è controllabile. L’anomalia, l’ibrido, il nanismo, i siamesi, la metamorfosi che faceva rabbrividire i benpensanti rinascimentali i quali additavano con il termine “ridicula difformitas” queste mostruosità, ne sono la testimonianza”. Dunque i corpi come le forme in natura non si possono controllare: non possono essere chiuse, intonse, come il principio dell’ordine classico ha sempre sostenuto (ancora oggi anche se si cela sotto altri aspetti). Per questo con il suo lavoro e la sua ricerca artistica lei mira a sovvertire l’ordine precostituito per poi riordinarlo a suo modo. La sua stanza delle meraviglie è un atto d’amore, un’ex-voto, per quel senso profondo, incontrollabile e rivoluzionario che è insito nella natura tutta.

Un padiglione è dedicato al video, tra questi lascia una traccia indelebile, la documentazione dell’azione di Ana Mendieta, cubana cresciuta a New York, morta giovanissima (nel 1985 cadde dal 35° piano dell’appartamento dove abitava) dopo aver realizzato 70 tra cortometraggi, super8 e videotapes. Un’ opera sacra, dove il corpo e il rito emergono in maniera dirompente. Me la racconti?
Grazie al generoso prestito della Collezione La Gaia non poteva mancare un esempio del suo lavoro nel Fuoco della natura. Mi ha sempre colpito la storia personale della Mendieta, un’artista eccelsa poco fortunata con la vita che ha lasciato una traccia indelebile nel mondo dell’arte e che ancor oggi a distanza di di quasi trent’anni dalla sua morte continua a ispirare il lavoro di tanti artisti nel mondo. Prendendo a prestito simboli e pratiche rituali delle culture indigene di Africa, Americhe ed Europa, soprattutto abbracciando gli ideali del femminismo, Anna Mendieta ha sovvertito i gesti monumentali dei land-artisti facendo una propria personalissima sintesi della Body-Art e della Land-Art attraverso l’inserimento nel paesaggio del corpo umano. Un corpo femminile che è debole e forte al tempo stesso: può galleggiare dolcemente nell’acqua, eruttare come il lapillo di un vulcano o confondersi completamente con il paesaggio. E’ il corpo dell’artista che con la Mendieta torna ad essere primigenio, parte indissolubile della natura.

Mi piace pensare che ci sia un nesso tra le opere di Mendieta e Franko B; le due opere dialogano schiena a schiena, solo una parete le divide. Se il corpo di Ana Mendieta è tela, Franko B sembra risponderle con un’opera pittorica, compiendo il cammino inverso, dalla pelle alla tela, un’enorme farfalla sintetizzata si posa – o emerge – da un fondo nero. Se esiste, che rapporto c’è tra la farfalla di Franko B e il corpo di Ana Mendieta?
Il nesso c’è, eccome. Come la farfalla nera di Franko B così i video di Anna Mendieta ci parlano della vita dei due artisti. Body artisti, performer con cruciali e dure esperienze personali alle spalle. Da un lato la Mendieta che a tredici anni viene sradicata da Cuba e portata negli Stati Uniti dove inizia un pellegrinaggio da un campo di rifugiati ad un orfanotrofio che le procurerà una grave depressione. Dall’altro Franko B reduce da un’infanzia dolorosa, fatta di privazioni e umiliazioni.

82 artisti coinvolti, provenienti da 18 diverse nazioni: Italia, la già citata Slovenia, USA, Germania, Giappone, Olanda, Repubblica di Macedonia, Svizzera, Inghilterra, Cuba, Messico, Cile, Israele e Australia, insomma, una mostra internazionale importante che mancava da anni nel capoluogo giuliano. Che genere di sostegno avete avuto dall’amministrazione comunale?
Si tratta di una mostra istituzionale fortemente voluta e sostenuta da Andrea Mariani ex Assessore alla Cultura che ha cercato di rilanciare l’arte contemporanea in una città che ha ancora difficoltà a comprenderla. Il Fuoco della natura ha riportato a Trieste, dopo anni di vuoto culturale, la grande arte internazionale con l’obiettivo da un lato di creare incoming, guardando al centro Europa, dall’altro di stimolare un dibattito sul ruolo che l’arte contemporanea può ricoprire nella società odierna.

Il salone degli Incanti – ex pescheria, riaperto nel 2006, doveva essere destinato ad una fruizione culturale e, nello specifico, volto ad ospitare arte contemporanea. Per svariati motivi, tra cui le dimensioni dello spazio e l’assenza di pareti, è accaduto di rado. L’impressione che la struttura abbia ripreso nuova luce, possiamo dire, nuova linfa, è in perfetta sintonia con la tematica proposta e con il vostro progetto ha magistralmente riacquistato la sua funzione d’uso. Che cosa accadrà una volta che la vostra mostra sarà chiusa? Che tu sappia c’è una programmazione?
Se si esclude a seguire una mostra di artisti sloveni che hanno lavorato a Trieste e sul confine, non mi è dato sapere. Si vocifera di una volontà politica di realizzare un museo della scienza…..

Cosa c’è all’orizzonte?
Un futuro bellissimo, ricco di arte, multiculturalità, multietnicità. O almeno così dovrebbe essere…

Dove sei ora?
In galleria, a Trieste, con in sottofondo i Groove Armada


da Artesera TO

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