Il mio viaggio prosegue…La valigia è pronta, dove posso andare essendo oggi il 31 luglio se non in Sicilia. Volo su Lampedusa facendo scalo a Palermo, per vedere “Più a Sud” il progetto curato da Paola Nicita dedicato proprio all’isola più grande delle Pelagie a Palazzo Riso

Ok, domanda di rito, Paola chi sei e cosa fai?
– Caro Jack, mi occupo di visual studies, mi interessa tutto ciò che ha legami con l’immagine, con la sua costruzione e il suo pensiero. Cerco di impegnarmi in progetti legati all’arte contemporanea che abbiano delle articolazioni nella realtà o nella poesia, che sono per me due facce della stessa medaglia, o forse il modo per respirare.

Leggo che: “l’idea di Più a Sud (…) nasce tre anni fa quando l ‘isola non era ancora balzata al centro delle cronache per le complesse vicende degli sbarchi…” Il progetto è stato modificato in funzione degli accadimenti? Come?
– ll progetto Più a Sud ha avuto un percorso molto complesso e articolato. In questi anni abbiamo fatto moltissimi sopralluoghi a Lampedusa, quando abbiamo deciso di interessarci al progetto avevamo in mente di realizzare le opere in sito, nell’isola. All’inizio, cioè più di tre anni fa, la situazione a Lampedusa era differente: c’era il “Centro di prima accoglienza” dove venivano portate le persone che arrivavano con i barconi. Poi il centro è stato chiuso, tra varie vicissitudini e anche come conseguenza del “respingimento in mare” dell’accordo Berlusconi-Gheddafi, si trattava di intercettare le barche in mare e non farle approdare, per dimostrare di aver risolto il problema. Nessuno arrivava più, dunque tutto risolto. In realtà le persone “intercettate” erano spesso portate nel deserto libico e abbandonate, come hanno raccontato molti operatori internazionali e testimoni sopravvissuti. Pensa che i pescatori che prestavano i soccorsi ai naufraghi erano denunciati. A tutt’oggi il problema non è stato risolto, e certamente l’isola di Lampedusa non può farcela da sola. Con i tre artisti del progetto, Francesco Arena, Emanuele Lo Cascio, Sislej Xhafa, volevamo realizzare le opere a Lampedusa, per una presenza differente, attraverso un gesto poetico e politico. Ma non è stato possibile, abbiamo avuto molti impedimenti, impossibilità e nessun aiuto. Abbiamo poi deciso di realizzare la mostra negli spazi del museo Riso: il progetto è stato una piattaforma di cambiamento incessante, un osservatorio sulla realtà che alla fine ha preso forma nelle tre opere, portando con sé un carico di esperienze umane e professionali di grande rilievo. Abbiamo raccontato questo iter per frammenti, attraverso una parete che accoglie i visitatori, un “oggetto narrante” punteggiato di piccoli materiali, documenti, immagini, consultabili dai visitatori, un omaggio all’idea di Atlante di Aby Warburg.

Tre gli artisti coinvolti, Francesco Arena, Emanuele Lo Cascio e Sislej Xhafa cosa li accomuna?
– Sono artisti che hanno da sempre incentrato la loro ricerca nella direzione di un’analisi del reale attraverso uno sguardo complesso, dai risvolti poetici. Prendono in esame fatti, accadimenti, contesti storici e sociali e da questi giungono a opere dalle modalità formali di volta in volta differenti, ma sempre coerenti con una profondità concettuale. Gli artisti hanno cambiato i loro progetti molte volte, pensando luoghi e opere per Lampedusa, infine per gli spazi chiusi del museo, e nel frattempo hanno continuato a lavorare pensando ai temi, per così dire, di Lampedusa, anche in occasioni di altre esperienze espositive, ormai totalmente coinvolti.

Cosa significa camminare nel lungo corridoio ( perimetro da percorrere 93 volte) in travertino di Francesco Arena, perchè oltrepassare un varco per poi rientrarci?
– Francesco Arena sovrappone la memoria personale e privata con gli accadimenti pubblici, con i fatti della storia recente. La misura del corridoio corrisponde esattamente al corridoio della casa dei suoi nonni, dove lui da piccolo giocava camminando sulle mattonelle, in un tipico gioco da bambini. Se si percorre questo corridoio per 93 volte e mezzo, il percorso corrisponde esattamente alla distanza che intercorre tra il molo Famularo, che è il luogo di approdo a Lampedusa, con il centro di prima accoglienza. I due chilometri che molto spesso rappresentano il primo impatto con l’isola, con l’Italia sognata e desiderata.

L’opera di Emanuele Lo Cascio, Salāt, è un meraviglioso frammento di mare in marmo nero, un tappeto d’acqua lucidissimo, una stele bellissima a memento dei naufraghi sul mediterraneo di Sicilia?
– Salāt è il nome delle cinque preghiere musulmane, e un tappeto che qui si trasforma, ma è anche l’esperienza di un’acqua che si fa muro. E’ un fermo immagine che moltiplica se stesso all’infinito, tra possibilità e crudeltà. L’opera nasce da una immagine fotografica del mare di Lampedusa, poi sono onde scolpite in un marmo nero, che tra l’altro è bitume fossile. E’ un ossimoro visivo dove s’intrecciano contrasti di un luogo che diventa metafora, quasi una memoria del presente che non vuole essere dimenticato, ma cerca nuove parole per raccontarsi.

Di forte impatto è l’opera i manu di Sislej Xhafa due metri di mani in terracotta specchianti nella base d’appoggio, l’una sull’altra, una scala di uomini infinita tra terra e cielo. Me la racconti?
– Le mani una sull’altra, in un titolo in siciliano che nella sonorità recupera il senso di un tempo atavico posseggono la forza di un doppio segno, da leggersi in maniera aperta. Sono le mani dell’aiuto, ma possono trasformarsi in gesto di sopraffazione, sono un attimo di gioco che può degenerare pericolosamente. La mano è un simbolo antichissimo, tra i primi di cui si ha testimonianza come oggetto artistico, e la terracotta è materia di un Mediterraneo che non ha mai smarrito sé stesso.

Palazzo Riso dopo le polemiche dei mesi scorsi riapre, oltre le opere acquisite trovo un tuo progetto temporaneo di ricerca, dal forte impatto sociale, lo possiamo prendere come un buon segnale?
– Il progetto Più a Sud si concluderà alla fine di settembre, presenteremo il libro che raccoglie le immagini delle opere degli artisti, con due contributi importanti, di Georges Didi-Huberman e Khaled Fouad Allam, insieme a una parte di un antico manoscritto casualmente ritrovato, il diario di un prigioniero recluso a Lampedusa negli anni Venti. Per quanto riguarda il futuro del museo, credo che debba assolutamente fortificare la sua attività sul territorio, è un punto di riferimento importante, che deve proseguire la sua crescita, è fondamentale.


da Kritika

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