Dalla finestra aperta nel mio studio osservo le montagne, con un volo pindarico sbarco sulle montagne di Marrakech, sulla cima del Toubkal, la cima più alta delle catene dell’Atlas Marocchino.

E’ qui che incontro Alessandro Facente che curerà la sezione residenze all’interno del progetto atla(s)now di Angelo Bellobono, parallelo alla biennale di MarraKech con il coinvolgimento attivo delle popolazioni Berbere.
 
La mia solita domanda: Alessandro, chi sei e cosa fai?

Classe ’82. Sono nato e cresciuto ad Anzio ma con origini, paterne, calabresi. Roma è la mia città base, ma da due anni passo parte dall’anno a New York e con atla(s)now comincerò a muovermi tra Imlil, Oukameiden e Marrakech. Lavoro come critico d’arte e curatore indipendente e la mia ricerca è orientata a costruire con gli artisti un dialogo ravvicinato. L’intenzione è dare vita a un laboratorio di pensieri che in fase iniziale ha il solo scopo di capire se ci si riconosce in qualcosa e al quale in seguito diamo una finalità più concreta che può svilupparsi in mostre, articoli, pubblicazioni, testi critici e progetti di ogni genere legati all’arte contemporanea. Quello che conta è capire se ciò che abbiamo in mente ha un peso sostanziale all’interno di un sistema collettivo come quello in cui operiamo. Credo che oggi sia fondamentale costruire dialoghi, parlare, farlo anche in maniera serrata purché, una volta aperto al pubblico, ciò che produciamo lanci modelli chiari da replicare, ma anche stravolgere. L’importante è trasmettere l’urgenza di una progettualità illuminata.

Che cosa è atla(s)now e quale è il suo messaggio?

atla(s)now è un centro di residenza per artisti e un corso di formazione e aggiornamento per i maestri di sci locali. Il suo intento è sviluppare economicamente e socialmente i due villaggi berberi di Imlil e Oukameiden. Stiamo consegnando loro il Museo Diffuso. Esso si alimenta grazie ad una programmazione di artisti sperimentali del panorama nazionale e internazionale che sono in grado di detonare l’identità di Imlil attraverso interventi site specific permanenti. Il rapporto con la natura e le montagne – le stesse che disegnano lo spettacolare skyline che vediamo una volta atterrati a Marrakech – è ciò che ha reso possibile la parte relativa allo sci che si sviluppa invece ad Oukameiden, dove negli ultimi anni si è investito molto per il potenziamento delle strutture turistico-sportive. È stato dunque abbastanza naturale per Angelo sperimentare lì l’altra sua identità legata allo sci come maestro e allenatore federale. Si tratta di un’area a forte vocazione eco-turistica, ma necessita di essere indirizzata per evitare devastazioni e speculazioni socio-ambientali; questo rientra nel messaggio che appunto propone atla(s)now. Ovvero, portare delle competenze concrete che hanno un grandissimo valore in termini di investimento, farlo però con gli abitanti autoctoni e attraverso un messaggio che parli di uomini, diffonda qualità, proclami rispetto ambientale e racconti al mondo – quello che visitiamo con i nostri viaggi di lavoro – il carisma unico dei due villaggi e la loro volontà di proiettarsi al di là dell’Atlas.

Come si svilupperà la tua sezione dedicata alle residenze?

Inviterò un artista che passerà lì un periodo di un mese. Vivrà con noi in uno dei due centri che abbiamo a disposizione ad Imlil: la Kasbah du Toubkal e il Dar Toubkal. Il tempo di residenza non è rigido, Imlil deve diventare una seconda casa, se vogliono tornare lo possono fare tranquillamente e questo grazie ad Aniko Boheler (antropologa, attivista e nostro contatto sul posto) che, come afferma lei stessa, ha reso il Dar Toubkal un “cocoon” di antropologi, ingegneri ambientali, biologi, studenti che tornano continuamente per analizzare un’area in continuo sviluppo. Quello che ho pensato per le residenze è portare artisti che sappiano autorevolmente accompagnare questo territorio nel contemporaneo, nel mondo dell’arti visive. Sceglierò per atla(s)now professionisti che sappiano interagire con le persone, che nel loro lavoro abbraccino tematiche legate all’uomo, che diventino, lì, edificatori di visioni, soldati del contemporaneo, singolarità carismatiche che, per effetto di rifrazioni, sappiano tracciare e mettere in luce l’interiorità di un luogo che diventa con atla(s)now un’area di differenze che si assomigliano.

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Cosa significa quindi portare l’arte contemporanea in un territorio dove è completamente inesistente?

Principalmente significa trovare un equilibrio. Da una parte portare la sperimentazione, quindi rispondere al sistema dell’arte con una piattaforma che diffonda l’arte contemporanea di qualità, dall’altra lavorare duro sul territorio affinché venga capita, accettata e difesa, e ciò vuol dire adottare attitudine alla comunicazione, sfiorando un delicatissimo e sensibile approccio antropologico, far capire agli abitanti che ciò che stai lasciando ha un valore che li riguarda da vicino. Sono inoltre popolazioni che sanno bene cosa significa contrattare e barattare, bisogna dunque esser bravi a trasmettere la preziosità dell’operazione, avendo cura del paesaggio e della cultura che loro stessi hanno scelto di condividere con noi. L’artista infatti dovrà renderli partecipi così in profondità, da fare in modo che siano proprio loro a capire che dovranno per primi preoccuparsi del mantenimento e della conservazione delle opere. Quando sono arrivato la prima volta ad Imlil, nel percorso tra l’aeroporto e il villaggio, dal finestrino della macchina davanti a noi vedevamo continuamente gettare sporcizia; il ragazzo marocchino che guidava la nostra vettura, affiancandosi a quella macchina, ha invitato gentilmente il conducente a smettere. Sono anni che Summit Foundation (una delle fondazioni che ci sostengono costituite da Aniko) fa un lavoro di educazione ambientale, così capillare, da essere riusciti ad instillare il senso del rispetto del territorio a persone che vivono in un luogo per certi aspetti “nativo”. Lo stesso lavoro di introduzione, legato però alle arti visive, lo stiamo facendo con atla(s)now, e la stessa sensibilità verso l’ambiente dimostrata dal ragazzo che ci stava accompagnando, vogliamo che la si dimostri per le opere che stiamo lasciando.

Nell’opera di Bellobono, le popolazioni berbere sono parte attiva, dai bambini alle sarte locali fino ai muratori, l’artista ha così interagito direttamente con la gente, come sono state le reazioni? Che rapporti si sono instaurati?

È successa una cosa bellissima. Nel caso della costruzione dei primi lavori di Angelo, i professionisti locali si sono visti nobilitare l’obiettivo legato alle loro mansioni abituali, ciò li portava a svolgere il compito con più attenzione, quasi a toccare un “religioso” rispetto per qualcosa che non era più il solito oggetto, era diventato un patto e a quel punto doveva essere perfetto. Chiedevano costantemente l’approvazione di Angelo. Credo che lui ve lo possa raccontare ancora meglio. Gli passo dunque la palla.

Angelo Bellobono: Dopo i mesi trascorsi nei due villaggi, era per me importante valutare come il mio lavoro fosse stato recepito dai beneficiari primari del progetto: gli abitanti. Le molte risposte positive ed immediate non era facile capire se collocarle nell’ambito delle relazioni umane o leggerle come comprensione, accettazione e condivisione di un progetto comune. Il processo di costruzione dell’opera e il risultato finale diventano lì un’esperienza totale, un ponte tra gli uomini da attraversare e far fluire oggetti e pensieri. Si tratta di in un territorio rurale, radicale, remoto, popolato da etnie berbere, un paese Islamico, dove i delicati equilibri tra espressione ed autorità impongono una continua lettura di segnali importanti negli occhi e nei gesti della gente. Diventa quindi fondamentale per l’artista attivare nuovi sensori e schemi percettivi, in grado di proiettarlo in territori fisici e mentali inesplorati. Un’occasione, dunque, di sperimentazione individuale e collettiva continua, un esperimento antropologico in tempo reale che può lasciare scossi e provati, ma anche infinitamente accesi. Ogni gesto e pensiero diventano costante materia di indagine e costruzione, soggetti ad approvazioni o rifiuti immediati, ma anche in grado di realizzare visioni inaspettate positive. Regalare visioni dove meno te lo aspetti e costruire trappole emozionali, sono i modi in cui gli artisti dovrebbero relazionarsi con il mondo, costruendo comunità attivamente curiose e intellettualmente disponibili, contribuendo ad affievolire atteggiamenti di diffidenza ed ostilità. Vedere i bambini desiderosi di ricominciare a sperimentare con colori e pennelli, le guide accogliermi al grido di “w il tajine ski team”, gli artigiani mostrare orgogliosi ai turisti le opere realizzate insieme, le donne uscire dal loro isolamento culturale e dialogare attivamente con e nella comunità, la studentessa dell’università di cinema e arti visive dell’ESAV di Marrakech realizzare la sua tesi su atla(s)now, la biennale di Marrakech, insomma, tutto questo in soli 7 mesi. Mi pare eccezionale. All’inizio cercavo un modo per raccontare l’Africa attraverso i suoi ghiacci e le sue nevi, ora mi è nato un nuovo mondo tra le mani.

Quale sarà il tuo contributo ad atla(s)now?

Concretamente assisterò quotidianamente l’artista nella costruzione del suo lavoro, studiando se e come quel territorio influenza la sua ricerca. È vero che ci sono due strutture fisiche che possono ospitare le opere, ma essendo Imlil un territorio pieno di sentieri, percorsi di trekking, ampi spazi naturali, prospettandosi, quindi, come un vero e proprio studio all’aperto, mi troverò dove l’artista deciderà di intervenire, come un testimone. Rispetto a questo la curatela è un ottimo strumento, perché punta a uno spot-light su fenomeni che tendenzialmente si manifestano isolati; un reagente che, a contatto con gli artisti, fa emergere, studia criticamente, spiega e narra le leggende che li riguardano: storie autentiche, uniche, vere. Hai presente quando leggi sui libri di storia dell’arte, o su quelle bellissime monografie degli artisti del passato che, per esempio, Franz Kline sperimentò l’astrattismo perché un giorno uno dei suoi disegni di sedie a dondolo venne proiettato al contrario? O meglio ancora, quando proprio in una di quelle sedie ritratte nel ‘48 esplodeva tutto il dramma figurativo della sua Elizabeth che, gravemente depressa, veniva da lui assistita e ritratta? In quelle letture trovi la vita intima degli artisti, e in quel Kline figurativo permea un’esperienza autentica, la stessa che ritrovi in forma astratta con le sue celebri sciabolate, dove la figura svanisce via, prende posto la sua effigie e di Elizabeth rimane solo il ricordo. Ecco, con il mio lavoro e i miei scritti, e quindi anche in Marocco, cerco di cogliere in tempo reale quello che accade agli artisti, i loro pensieri, umori, tormenti, sperimentazioni, entusiasmi, vittorie e fallimenti. Cosa c’è di più intrigante, insomma, della verità? Jacques Derrida, citando Cézanne da una lettera a Emile Bernard del 23 ottobre 1905 ne La verità in pittura, introduce questo concetto esattamente nella prefazione e neanche la chiama “prefazione”, ma “passe-partout”, come se fosse l’unica chiave possibile:“Io vi devo la verità in pittura e ve la dirò, una frase, un ipertesto, un bocciolo, che trattiene dentro chi sa quale universo.

Ma perché sei andato fin là? Parlaci della tua avventura…

In ogni famiglia il fratello minore è sempre quello più irrequieto, quello che “vuole andar via” e questo è possibile perché, forse, quello maggiore ha in qualche modo “spianato” la strada. È una spiegazione che sentii dire un giorno da mia madre e l’ho presa per buona. Insomma, viaggiare è un imperativo, unito ad una forte curiosità e al desiderio di conoscere più persone possibili, contribuisce a chiarirmi che voglio spingermi oltre. Moltiplicaci, poi, che sono un filantropo convinto (anche se mi divertono anche libri di misantropia e film catastrofici). Il risultato è che, oltre a quella universitaria, la mia formazione è stata molto “sul campo”, tra gli artisti. Di conseguenza, questo “humus” di luoghi e persone ha influenzato i miei spostamenti e la scelta dei luoghi del mio lavoro, che diventava sempre più progettuale e contestualizzato. Le idee hanno una certa influenza sulle mie scelte personali, mi preoccupo prima di tutto di realizzarle e solo dopo pensare dove vivere; lascio ad esse scegliere se viaggiare o sostare. È stato quindi naturale dire “sì” quando Angelo mi ha chiesto se volevo condividere con lui il progetto. Questo luogo, in quella scelta, diventava – ed è – uno stimolo dove sperimentare altrove e ulteriormente la mia ricerca come uomo e curatore. Eccole dunque lì le catene dell’Atlas, rispondono semplicemente alla mia esigenza viscerale di assorbire tutto.

da Kritika

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