bastione naturale in prospettiva ariosa
di Jack Fisher


“«Tesoro nazionale vivente», così in Giappone si definiscono i maestri dell’arte, – scrive Claudio Composti nel testo critico che accompagna la mostra K: 103 – Kazuo Ohno, giunto ai 103 anni, è mancato nell’estate 2010. Ha legato il suo nome alla tecnica di danza contemporanea nata dalla generazione del disastro atomico e nota come Butoh o «danza delle tenebre», della quale viene ritenuto il creatore insieme al coreografo/performer Tatsumi Hjiikata (1928 – 1986) con cui nel 1959 Ohno presentò in scena lo spettacolo “Kinjiki”, ritenuto scandaloso all’epoca, tratto da “Colori proibiti”,del grande scrittore Yukio Mishima. Hijikata fu un innovatore, in particolare nelle tecniche di movimento. Era un nuovo modo di concepire il corpo e la rappresentazione del corpo in scena. La fisicità dell’interprete diveniva una tensione nervosa e totalizzante con la cosa rappresentata, in modo da generare una qualità di movimento che poteva essere sottile, lento, accennato e spirituale, oppure demoniaco e violento, concitato ed estremo. Kazuo Ohno non ha mai insegnato un solo passo agli allievi,provenienti da tutto il mondo,per assistere alle sue lezioni nel suo studio di Yokohama. «La danza è forma dell’anima, oblio della propria identità. Piuttosto che pensare», ripeteva Ohno, «prova a lasciarti trasportare». Diventare ciò che si voleva rappresentare. Una sintesi tra pensiero,forma e fisicità che aspirava ad una sorta di “haiku” vivente. «L’unico antidoto contro l’età è la dedizione assoluta all’arte: la mia vita è interamente presa dalla danza. Ci penso notte e giorno; scrivo i miei sogni che diventano movimenti, mostro ai miei allievi le mie creazioni. E contemplo la natura: in un piccolo fiore è racchiuso l’universo» diceva.”

E’ proprio un fiore a farsi carico simbolico e visivo dell’azione k:103 di Irene Calagreti / Daniela Cavallo e Joy Coroner (a.k.a. Domenico Buzzetti). Il nome della performance è lo stesso della mostra e vuole rendere omaggio a Kazuo Ohno reinterpretando oggi i movimenti e i suoni del butho. La calla è il fiore scelto, un fiore che indica l’elogio alla bellezza ed alla raffinatezza. Un fiore dalla linea diretta ed essenziale, un fiore senza tempo il fiore simbolo del periodo Liberty. La calla, ne scandisce i tempi e i movimenti, diventa ponte che unisce distanze geografiche e culturali, accompagnandosi alla danzatrice diventa l’emblema visivo e chiave di volta della performance.

Gli elementi che caratterizzano k:103 sono il luogo , la casa, la terra, l’acqua e la vita. “…gente che fa buio avanti sera, – scrive Giovanni Lindo Ferretti in Cronache Montane – gente da basto da bastone da galera, risuona la parola detona rimbomba in me cassa armonica: far fronte in marcia tra timori sgomenti e baldanza festante. Certo le circostanze non sono favorevoli e quando mai?Bisognerebbe…bisognerebbe niente bisogna quello che è. Bisogna il presente un contagio dell’anima come pestilenza decreta l’evidente: il tempo che corre il tempo moderno scivola al piano s’ammassa s’appiatta. Livella l’odierno certo le circostanze non sono favorevoli… Questo è un buon rifugio in campo aspro, scosceso eroso ed addolcito d’acqua e vento bastione naturale in prospettiva ariosa terra di passo,di sella,di slitta, mal s’addice alla fretta sa che tutto passa e tutto lascia traccia…”

Una casa è la location, non una casa qualunque ma casa Sponge, da tre anni luogo di incontro e di unione di artisti, situata all’apice di una collina, luogo diventato uno dei polmoni dell’arte contemporanea marchigiana e grazie alla sua indipendenza baluardo nazionale. La performance prende spunto dalle più significative azioni ed installazioni costruite a casa Sponge, si appropria dei simboli più importanti e le reinterpreta impossessandosi così oltre del luogo della attività svolta. Punto di partenza è proprio il luogo dove Max Bottino sceglie di seppellire un cuore il giorno dell’apertura dello spazio. Il giardino, un punto specifico del giardino alle spalle le montagne. Un piatto funge da lapide, ad evidenziare la centralità del cuore fulcro del cerchio che lo ricopre. Radiazioni simboliche ed energetiche da esso si dipanano investendo e coinvolgendo la casa.
Qui Joy coroner e Irene Calagreti daranno vita a k:103.

L’attesa del pubblico sarà in terrazza nel piano dedicato alle mostre, dove al momento 9 artisti ne hanno rivoluzionato l’assetto strutturale e concettuale, invitando il pubblico a prendere coscienza dello spazio. Le scarpe degli abitanti di casa e degli artisti stessi sono al fuori in fila, un paio dietro l’altro, ad evidenziare un entrata con rispetto un rito di certo non occidentale, la pelle nuda calpesta il suolo il calore e l’energia penetrano la carne diventando così un tutt’uno corpo/luogo.
Sul finire quando il sonoro di Joy Coroner diventerà acqua ed un seme viene piantato in terra a ricordare la performance inno alla vita Rin Zen di Daniela Cavallo, il pubblico diventerà parte attiva e collaborativa, tra di essi un volontario verrà invitato a raccogliere il fiore e diventare capo fila della laica e silente processione che raggiunge lentamente la Living Room della casa. Qui un computer bianco in collegamento con Milano mostrerà Daniela Cavallo che distante geograficamente ma non umanamente in un vaso nel suo studio seminerà a sua volta un fiore.

I tre artisti ciascuno con il suo linguaggio prescelto, si fanno così carico del peso artistico di Kazuo Ohno definito appunto “Tesoro nazionale vivente”, Joy coroner con un componimento musicale ad ok dai ritmi irregolari ed emozionali, Daniela Cavallo indicando e scandendo i movimenti della danzatrice diviene inconsciamente coreografa ed Irene Calagreti presta il suo corpo al flusso emozionale nato dalle indicazioni dei due artisti visivi e sonori. Ne è nata una performance dalla grande importanza simbolica, tre artisti scelgono di abbandonare la concezione di creazione individualista occidentale, i ruoli si miscelano e si confondono, avvicinandosi così ad un altro mondo ad un modo altro di fare arte, costruttivo ed umanamente vero.

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