Leftover space

Mattia Pajè confeziona la propria personale in Sponge cogliendone il peculiare stato di liminarità, sinonimo di protezione ma anche di vitalità, laddove essa si dispone all’ibrido, alla relazione, alla messa in gioco dei temi non solo della produzione, ma anche della curatela del contemporaneo – assumendo l’evidente ambiguità tra i due momenti e la loro stratificata complessità, incarnate dalle stesse esperienze di Pajè, artista e direttore artistico. Per il proprio intervento, opta quindi per due scelte divergenti, a scalare.

Per prima cosa, concentra la propria attenzione su di uno spazio apparentemente secondario rispetto a quello normalmente deputato alle attività di Sponge: il pollaio. Non solo: invitato a realizzare una personale, Pajè deduce il proprio intervento dall’ulteriore organizzazione e allestimento di una mostra collettiva, avendo in mente di forzare la stessa forma-mostra. Il suo lavoro video costituisce infatti la documentazione della stessa collettiva, realizzata insieme ad altri otto artisti – Mimì Enna, Marco Casella, Marcello Tedesco, Irene Fenara, Daniele Pulze, Francesca Bertazzoni, Filippo Marzocchi, Giuseppe De Mattia – chiamati a collaborare a Hen-house, misurandosi con i piccoli ambienti abitati da galline, gazze, conigli.

Il pollaio attira l’attenzione per il suo affascinante darsi quale riuscito esempio di architettura fai-da-te, frutto di una sapienza contadina nell’assemblaggio di materiali poveri, integrante la vita rurale di un casolare situato tra le colline marchigiane. Ma esso è uno spazio tutto sommato residuale nell’attività “istituzionale” di Sponge, quale contenitore di contemporaneo. Il pollaio è dunque limine di limine: ed è proprio tale residualità a porsi come filtro di lettura dei lavori in mostra, oltre che come sintesi di un gioco di scatole cinesi orchestrato da Pajè e rimbalzato dagli otto artisti.

In architettura, lo spazio residuo è da sempre un tema scottante, laddove per residuo si intende non solo lo spazio in eccesso – qualunque intervento progettuale aspira idealmente ad una funzionalizzazione totale degli spazi – ma semmai una mancanza di intelligenza progettuale per una determinata porzione di spazio costruito. In urbanistica, tale questione si pone con tanta più urgenza a livello globale: si pensi al modello – largamente stereotipato – di crescita urbana nelle città del Terzo Mondo. Non regolamentata né tantomeno progettata, ma quasi autoespandente, essa incrocia i trend delle povertà crescenti e si traduce spesso per immagini in desolanti distese di baracche, percolanti dai centri cittadini.

Nel suo libro Shadow Cities (Routledge, 2004), Robert Neuwirth afferma che oltre la metà del costruito su scala globale non è oggetto di progettazione da parte di specialisti, ma è altresì riconducibile ad episodi simili al pollaio di Casa Sponge, di cui recupera una fondamentale dimensione di valore. Su scala macro, si getta luce su di una progettazione e, parallelamente, su di un sistema socio-economico informale, paradossalmente culla di innovazione, secondo Neuwirth, molto più del sistema per così dire “regolare” – dove si sviluppano nuovi modelli di proprietà e comunità. Ci viene restituita un’immagine affascinante della vita e dell’intenzionalità progettuale di tali fenomeni urbano-architettonici, distanti dallo stereotipo delle favelas di Rio de Janeiro o degli slums di Nairobi. Nel loro status di leftover space, spazio residuo, ritroviamo una fertile urgenza di significazione del concetto di luogo.

Ne risulta una potente metafora per leggere l’operazione strutturata da Pajè. Il pollaio diviene, con disarmante ironia, sinonimo di una residualità da indagare, esplodere, traslare, spostare e rileggere, spazio fertile per sperimentazione, secondo logiche diverse, altre. Emerge distintamente un’affinità elettiva tra lo spazio residuale e quello dell’artista, di cui quest’ultimo non solo spreme le potenzialità, ma all’interno del quale ritrova condizioni ideali di lavoro. La mostra collettiva indaga tale spazio, ma essa stessa diventa, oltre che dispositivo, allo stesso tempo oggetto dell’indagine, venendo rifunzionalizzata dall’intervento personale di Pajè, il cui video ne fa una sorta di un ready-made metacuratoriale: traslazione che apre a tutte le seguenti azioni di spostamento degli altri otto, mettendo il processo di relazione tra soggetti, luoghi, pratiche, discorsi.

La scelta di inscrivere una mostra collettiva in una personale e, viceversa, di esplodere un intervento personale in una collettiva dichiara la necessità di affrontare il problema attraverso un processo di pensiero plurale, non individuale; e testimonia una comunione di intenti, la condivisione di un discorso evidente nei rimandi tra i vari lavori, nella comune capacità di giocare con leggerezza su di una linea sottile eppure chiaramente tracciata. Effettivamente è un clima sintonico quello che si respira tra i nove artisti coinvolti, intorno ad un punto di aggregazione: un interesse per operazioni di lettura e costruzione ipertestuale di luoghi o collegamenti tra essi, di relazione tra luoghi e soggetti, a partire dalle proprie singolari specificità, poetiche e pratiche.

Stefano Volpato

 

Hen-House un progetto di Mattia Pajè – comunicato stampa

 

 

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