Oggi più che mai il tema della “liquidità” è metafora della contemporaneità, sarà perché Zigmunt Bauman ne ha fatto parola chiave per descrivere la condizione postmoderna con le su contraddizioni e incertezze, sarà perché il concetto di “immersione” è ottimale per rappresentare la saturazione che occlude o amplifica le percezioni nella totalità degli eventi, sarà perché siamo un po’ tutti marinai esperti della “navigazione” in oceani di informazioni e contenuti digitali: da una parte la superficie su cui scivola la barca delle nostre intenzioni, dall’altra le reti gettate a mare per raccogliere in profondità qualche riferimento. E si potrebbe continuare…

In tutta questa ricchezza di analogie l’acqua diviene un’estensione concettuale della nostra, (nostra di esseri umani) organicità, una sorta di traslazione biomorfica che connette fenomeno e noumeno sfumando nelle gradazioni degli stati, proprio come le proprietà dell’acqua che, reagente alle contingenze si presenta, solida, liquida, aerea.

La ricerca di Lidia Tropea è focalizzata proprio nell’indagare la “magia” per cui la materia cambia forma ma non la sostanza, “l’acqua – dice la stessa artista – mantiene sempre intatta la sua intima natura, si adatta all’ambiente circostante e al contenitore che la contiene”, con una deformazione più che altro legata alla sua peculiarità di fluido capace di permeare e scivolare, scavare e scorrere, mescere e scindere. In questa pluralità le configurazioni finali della sostanza contano relativamente: che sia goccia di sudore o pioggia battente per l’artista non è necessaria una qualifica quantitativa per discriminare il senso dell’opera, che il liquido sia secrezione umana o distillato dell’ambiente naturale per Lidia Tropea non conta la tassonomia bensì rilevare la genesi e cogliere in essa un’organicità consustanziale ed ecumenica, vitale e rigenerante accomuna il principio di ogni cosa.

Alice Zannoni

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