In termini pedagogici la cultura della stanzialità è la cultura della fermezza educativa, della stabilità, della perseveranza e dell’equilibrio relazionale.
In contrapposizione la cultura nomadica che implica per definizione continui spostamenti volti a determinare la sopravvivenza, può essere intesa in chiave contemporanea come uno degli estremi tentativi volti a migliorare la propria smania di conoscenza.
L’essere stanziali implica un rimanere sempre negli stessi luoghi, poiché le condizioni di tali luoghi non rendono necessarie uno spostamento, quindi potremmo asserire che tali condizioni sono ottimali al vivere.

Il lavoro My House, presentato da Ivana Spinelli rappresenta un interessante approccio all’argomento.
L’artista si sofferma sul momento di transizione, sul passaggio da stanziale a nomade e viceversa, rappresentato dagli oggetti di vissuto quotidiano.
Alcuni elettrodomestici, una pianta, un bicchiere, una lampada, ritratti in un’ estetica un po’ retrò quasi a voler rievocare l’epoca del benessere economico del sogno americano, diventano citazioni archetipe di un immaginario collettivo che si colloca facilmente all’interno delle nostre storie personali.
I soggetti raffigurati sono gli strumenti che riflettono l’importanza del legame tra la proiezione ideale che l’habitat domestico assume e il suo significato effettivo.
Nature morte in loop, gli oggetti di uso quotidiano sono espressione di una poetica intima e raccolta, e in quanto osservazione del vero propongono un’attenta riflessione sulla complessità della relazione dell’ambiente antropico e l’ambiente sociale.
Il rimando alla fugacità del mondo è esplicitamente descritto dall’apparizione di un teschio all’interno della sequenza.
Il tratto leggero dei disegni al limite della visibilità, riflettono l’anima del progetto, che vuole evidenziare il passaggio dell’oggetto in un dimensione futura, rappresentata per l’appunto dall’elemento progettuale del disegno, e in una dimensione passata, di memoria, rappresentato dal tratto al limite della consunzione.

Ivana Spinelli trasforma le tracce in una sorta di elementi decorativi, come se la memoria di quell’abitare potesse diventare stilema da indossare, osservare, custodire.
Come se quella particolare memoria potesse essere forma comune dell’abitare di un luogo.

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