Introduzione di Nikla C

Mentre qualche giorno fa terminava Art Basel, una delle fire più importanti al mondo, sull’ultimo numero di Flash Art (giugno 2012) compare un’inchiesta dove è stato chiesto a diverse gallerie che cosa ne pensano delle Fiere d’Arte. Ovvia la risposta: quasi tutti d’accordo nel dire che sono costose ma utili alla comunicazione, stimolanti al dialogo con il pubblico e necessarie per allargare il giro di vendite.

“Da parte delle grandi fiere non vedo un interesse particolare a migliorare e restare all’altezza dei tempi. A loro basta vendere gli spazi, far cassetta e mantenere il prezzo di ingresso a 15 – 20 euro anzichè ridurlo a 5 oppure a 10. Questo è il messaggio che io recepisco, nessun altro. Vorrei sbagliarmi, ma non intravedo un bel futuro, almeno di qualità, per queste Istituzioni che stanno diventando sempre più simili a dei dinosauri.” A dirlo è il direttore Giancarlo Politi mentre attendeva con curiosità Arte Accessibile Milano svoltasi ad aprile. A tal proposito vi propongo come spunto di riflessione questo articolo di Jack Fisher.


In parte le considerazioni sono le stesse fatte per Arte Fiera. Sarà colpa del cielo plumbeo che ha coperto Milano o della stanchezza generale da domenica pomeriggio, ma guardando i lunghi corridoi della fiera monopiano ho avuto un’impressione di Romeriana memoria. Il numeroso pubblico si aggirava come zombie tra stand molto grandi di dimensioni ma non di contenuti, un po’ sperduti nel passaggio continuo, tra gallerie “giovani” e/o “sperimentali” a gallerie con i soliti maestri. Tuttavia questo cimitero post-apocalittico racchiuso in fiera, mi è piaciuto. Non per il valore della proposta ma per i messaggi che ha lanciato. “Il mercato e il sistema dell’arte sono in crescita negativa” (per essere gentili).
Questo passare da una fiera all’altra mi ha destabilizzato e non poco. Sembra ieri che mi trovavo qui, sempre seduto davanti a questo benedetto camino a raccontare di Arte Fiera e di Bologna, a criticare l’operato dell’ex direttrice neo dimissionaria Silvia Evangelisti. Il chiacchiericcio non è mai terminato, è appena finito il MiArt sotto la nuova direzione di Frank Boehm, già le voci di corridoio ipotizzano la nuova direzione bolognese. Di chi si parla? Ma di chi se non del Direttore dell’Istituzione Galleria d’Arte Moderna di Bologna che comprende MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna, Museo Morandi, Casa Morandi, Villa delle Rose e il Museo per la Memoria di Ustica: Gianfranco Maraniello.
La questione è che oggi tutto ciò sembra esser poco più di un gossip che lascia perplessi anche gli addetti ai lavori. In primis il pensiero corre al Mambo, in secondo luogo si pensa che nostra signora delle fiere possa fare la sua stessa fine.

Se nel mio resoconto ho definito la stessa “stanca” non riesco a trovare un termine per definire lo stato del museo Bolognese, mi ritrovo già come molti a rimpiangere Silvia Evangelisti, la quale ha avuto il grande merito di capire l’importanza di portare la fiera al di fuori dei padiglioni e di sbarcare nella città intera, formula poi copiata anche dalle altre fiere; Torino con un ottimo risultato ma Milano?Due fiere in sincrono. Il Miart, ampi gli spazi, piacevole la passeggiata, godibili gli stand, è da Toselli che mi colpisce un Boetti “Niente da vedere, niente da nascondere” diventa per me l’opera simbolo del Miart.

Predominante la pittura e l’installazione (o scultura se preferite), sempre più assente video e fotografia (a parte le ragazze bondage di Araki, proposte da diverse gallerie, ma che mettono sempre il buonumore). Ho come avuto l’impressione che alcuni stand siano stati smontati a Bologna e rimontati tali e quali qui al Miart, ma forse mi sbaglio. Di tutt’altro registro Mario Mazzoli che propone una serie di installazioni sonore completamente diverse rispetto ad Arte Fiera (dove avevo già avuto modo di apprezzare il suo lavoro).
L’aria che si è respirata ad Arte Accessibile, era un poco più fresca, il difficile è stato trovarla, visto l’ammasso di opere visto. Alcune gallerie hanno letteralmente coperto ogni centimetro degli stand, molto più piccoli di quelli del MiArt, rendendo la vista d’insieme molto caotica.
Mi sono domandato più volte che cosa si intendesse per sezione curatoriale, stand fieristici firmati da curatori ma non dovevano esserci dei progetti veri e propri? Io non me
ne sono accorto, non ho trovato alcuna differenza tra una sezione e l’altra, una paio forse ci hanno provato, tra questi Fabrica Fluxus (Lab) con uno stand fresco profondo, un percorso curato da Roberta Fiorito, ha voluto ricreare e studiare le stanze, le stanze accanto di ogni singolo autore.
Nelle giornate di fiera per caso ho anche sentito l’intervista di Eugenio Borroni, se non ricordo male si rivolge alla base, agli artisti; chiedendo loro di occuparsi maggiormente del sociale, pensando a quella che è la situazione italiana oggi. Posso anche asserire, ma un dubbio sorge spontaneo, quali degli artisti rappresentati dalla sua galleria in fiera hanno trattato questa tematica?
Un pensiero alla nuova pop art, che non gode di buona salute, essa si è moltiplicata esponenzialmente accogliendo in se cloni, copie e pessimi pittori che hanno prodotto una marea di (brutte) opere basate sui cliché del genere, accostamenti cromatici sempre più sgargianti e qualunque tipo di icona sfruttata senza cognizione di logica. Non ho visto Bombolo vestito da Betty Boop ma forse c’era.
Ho notato una quantità notevole di teschi rappresentati con tutte le tecniche possibili, in particolare come installazione (meglio se in movimento) che riescono a catturare l’attenzione delle persone, che si ammassano attorno il nuovo feticcio, in un misticismo da ipermercato, da “Magic Shop” di Battiato.
Essere o non essere, continua ad essere un problema, ma creare un’opera con teschio sembra essere diventata una tappa obbligatoria per un artista che vuol essere considerato tale.
Ero pieno, pieno di aspettative nei confronti di questa tre giorni meneghina dedicata all’arte, sono stato soddisfatto in ben poco, di certo la sensazione di malessere del paese non ha facilitato la questione, mi aspettavo però che dall’arte arrivasse una boccata d’ossigeno ma così non è stato.

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