Holden si domandava ” Chi sa dove andavano le anitre quando il laghetto di Central Park era tutto gelato e con il ghiaccio sopra”. Che sembra una domanda senza senso ma a leggerla e rileggerla – come impone la mitizzazione, ragionevole, del suo autore – rivela un’idea nostalgica, un mancato appagamento estetico. Tutto muta, è inevitabile. Siamo costantemente sottoposti a trasformazioni spazio temporali, noi stessi, la nostra realtà, la quotidianità, minuscoli cambiamenti che portano allo shock causato da mutazioni anche indentitarie.

La risposta, per le anitre, sta probabilmente nella migrazione, ma ciò che rimane a noi di questa domanda è la sua applicabilità: un’infinita schiera di oggetti possono sostituire i piumati e riportarci al punto di partenza.
Chiaro no? Le anitre sono solo una metafora. Ci servono per avere una panoramica sugli oggetti del mondo, dove questi oggetti si possono considerare per la loro funzionalità d’uso o per un loro valore artistico.

Caterpillar D-9 racconta di una funzionalità che non è più, di giganti dismessi e abbandonati. Racconta la storia di un pezzo di città trasformata suo malgrado in area industriale. Chi ha compiuto questa trasformazione? L’uomo, è evidente, aiutato dalla forza dei mezzi cingolati, oggetti imprescindibili dalla loro funzione.
Un Caterpillar è quella roba lì, è la ferrosità fatta materia. Non diresti mai che un caterpillar possa avere un valore artistico. E invece, come per le anitre, anche un ammasso di ferraglia può diventare parte di una riflessione più ampia. Ecco la domanda del nuovo millennio, “Chi sa dove vanno i caterpillar quando smettono di essere utilizzati, quando invecchiano”. Quelli di Siracusa, utilizzati negli anni ’60 per costruire tutta l’area industriale, sono stati ammassati per anni in un capannone, per essere, solo recentemente, demoliti.

Non potevano, i Caterpillar, andarsene senza lasciare una testimonianza, nel loro silenzio d’acciaio avevano quasi il dovere di documentare un disastro ambientale, tipico degli anni del boom economico italiano, quando tutto poteva essere sacrificato in nome dello sviluppo. Quando si potevano costruire fabbriche su aree archeologiche.
Oggetti privi di mondo, abbandonati a sé stessi, spogliati di tutto perché inutilizzati, vittime del passare del tempo, del progresso, costretti ad impossessarsi del rumore proveniente dalle fabbriche vicine per avere anche loro una sonorità. Già, la memoria è la loro condizione attuale, oggi che non ci sono più, oggi che proprio quella memoria, anche nei suoi attori non protagonisti, si è voluta eliminare, come se potesse cambiare qualcosa.

Una nuova domanda escatologica a questo punto, sul finire di questa storia, “l’energia è trasmissibile? E dove va la forza di un caterpillar demolito?”. Va in un impianto fotovoltaico, che oggi occupa l’area su cui sorgeva “la casa” dei Caterpillar abbandonati.
L’energia è rinnovabile, la distruzione non inutile.

Avevo paura, da piccola, del Gatto delle Nevi, ero convinta che quella macchina compisse una sopraffazione nei confronti dell’inerme neve, e che nello stesso modo potesse trattare anche le persone, i bambini in particolare, e gli animali. Poi una notte ho capito – “peccato che non c’eravate anche voi”, avrebbe detto Holden – il Gatto delle nevi agiva solo sulla posizione della neve, non sul suo essere neve, compiva in qualche modo un gesto artistico, riconsegnandoci la neve sotto una nuova forma. Il punto è che qualcosa nella memoria rimane sempre, anche se la metamorfosi è continua, indipendentemente dal giudizio che possiamo darne.

Flavia Fiocchi

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