Con la mostra PERFECT NUMBER – 9 artisti, 9 curatori, 9 stanze, 9 project room, 9 personali, si e’ conclusa la stagione espositiva 2009- 2010 di Sponge living space.
Gli artisti, ciascuno con il proprio linguaggio, si sono appropriati di uno spazio non generico e impersonale, che racconta un vissuto quotidiano attraverso l’arredamento, i colori delle pareti e tutti gli altri elementi che ne tracciano il carattere. La mostra non delude e appaga ogni aspettativa. Le opere interagiscono senza conflitti e si affronta la visita passando da una camera all’altra in uno stuzzicante rapporto di invasione/invadenza. All’ingresso l’opera di Tiziana Contino dal titolo Di_Verso_Da ci invitata a giocare a campana o gioco del Mondo. Come Horacio Oliveira in Rayuela, romanzo di Julio Cortazar, si affronta un viaggio muovendosi sulle caselle con riflessioni meno introspettive ma prettamente politico- economiche visto i confini ostentatamente segnati sulla mappa europea stesa sul pavimento e l’euro al posto del sasso con cui giocare e con cui gioca anche l’uomo d’affari nel video incluso nell’installazione.
Nella living room veniamo catturati dalle opere di Michele Pierpaoli dove i cuori disegnati con rigorosa precisione si sovrappongono a simboli e mappe architettoniche di edifici religiosi. La trasparenza dei fogli evoca una luce che chiarifica e vitalizza ogni particolare e la visione stimola allo sguardo del proprio cuore. L’eccellente pittura di Constantin Migliorini e’ anch’essa stratificata. I fogli trasparenti, come una seconda pelle, alterano la realta’ sottoscritta per rimandarci ad una realta’ diversa ma intrinsecamente coinvolta con quella sottostante. Si attraversa poi il corridoio dove la straniante installazione di Sabrina Muzi ci costringe a cercare un varco tra i rami della fitta foresta che dal soffitto scende fino a terra, non prima di aver scavalcato un cumulo di stracci. Solo piu’ tardi si scoprira’ che vi era nascosta la stessa artista. E’ un tragitto sensoriale non proprio facile come l’esistenza stessa, con foglie che ti avvolgono come “parole vive” (Marcia Theophilo) perche’ a volte anche le parole possono essere un ostacolo.
Si arriva nello studio dove Domenico Buzzetti/ Joy Coroner e’ impegnato nella performance sonora Little sister: take me to hell. L’atmosfera Lynchiana da “loggia nera” e’ sostenuta dalle opere sulle pareti Little sister: desire e Little sister: adieu in cui l’artista stesso e’ ritratto con una figura femminile senza volto davanti a un albero che evoca il sicomoro, portale per eccellenza. Il ritmo incalza, trascina e coinvolge nel dialogo interiore con l’artista e il suo doppelganger. Nella ipotetica Red Room si vive un tempo sospeso e metafisico. L’autore si muove a piedi nudi tra mezzi tecnologici abbinati ad un toy-piano che, solo con la sua presenza, sdrammatizza il tutto.
Nella camera vicina si svolge la performance di Rita Vitali Rosati, artista dall’ironia sempre feroce. Avvolta nel letto da coperte e sormontata da materassi con all’apice una sedia rovesciata, l’artista e’ semi immobilizzata. Ai piedi del letto un video con la scritta “Verrei ma non posso”, chiara esclusione con il resto del mondo. Preferisce la scappatoia con una frase di circostanza in cui si intuisce la voglia di esserci, ma nega di “scoprirsi” scegliendo la via dell’auto-protezione, del nascondiglio. Una societa’ dormiente sotto il peso dello stato delle cose, impigrita e appesantita, che non riesce piu’ ad avere (o ha rinunciato?) all’auto-determinazione per reagire. In ultimo la sedia rovesciata, all’apice della composizione quasi piramidale, fa intuire il bisogno di agire, alzarsi e non rimanere statici e seduti.
Elena Rapa ci affascina con i suoi personaggi in bianco e nero sempre in trasformazione alle prese con una metamorfosi improvvisa.
Nella bedroom scende dal lampadario fino al letto un affascinante intreccio di sottilissimi fili argentati a disegnare una ragnatela dove, accidentalmente, si e’ intrappolata un’ape. Forse non e’ un caso che Cristina Treppo con l’opera Impalpabile abbia scelto questa camera in cui si vive fisicamente tutta la passionalita’ di cui disponiamo quando si cade nella prigione dei sentimenti. Ma forse e’ meglio pensare alla “trappola” pirandelliana, all’indebolimento e spersonalizzazione dell’io e a tutte quelle forme di vita sociale da cui si desidera uscire, scegliendo di rifugiarsi nell’isolamento.
La bathroom, in ultimo, ospita l’interessante opera di Max Bottino. La vanitas, con i disegni sulla porta e a fianco allo specchio, il vaso di fiori e la scultura/casa da dove spunta un teschio, unisce due progetti strutturali: quello prettamente architettonico con quello del se’ e della propria vita. Un memento mori in cui l’effimero della vita e’ reso convincente dal materiale deperibile con cui e’ stata realizzata l’opera che, per colore e untuosita’, rimanda al processo di saponificazione. Il dramma e’ ridimensionato dallo spazio espositivo, l’ambiente piu’ riservato e intimo, dove oggetti di uso comune convivono con l’installazione che stimola domande sul prima e dopo, sul qui ed ora su cio’ che e’ e cio’ che sara’.
La mostra e’ in corso presso lo Sponge livingspace a Pergola e chiudera’ il prossimo 4 luglio.


Nikla Cingolani

Recensione tratta da IS Gallery

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