L’arte contemporanea vive oggi un’era di profonda irrequietezza e spaesamento.
La disunità di intenti, percorsi e poetiche ha portato ad uno smembramento delle coscienze e alla totale evaporazione di confini, sia in ambito tecnologico e progettuale, che cognitivo. La contaminazione è al centro della sperimentazione creativa e culturale, con ibridazioni e processi che hanno scardinato definitivamente i rapporti fra le varie discipline. La risposta che uno spirito come Karelei ricerca per fare ordine in questo caos risiede in una incessante e ossessiva autoanalisi, che lo porta al confronto con uno stile ancora in evoluzione, ma già denso di vissuto e dalle membrane sottili ma tenacissime.
In questa complessa fase di assimilazione del linguaggio l’opera e l’artista sono al limite della simbiosi, vivono nel reciproco respiro e come la cellula prima della mitosi sono organismo unico e pulsante. Il rapporto osmotico con l’opera è per Karelei necessità di ordinare il difforme, investigazione del significato più profondo delle proprie paure, desiderio di evoluzione ad una forma più concreta di consapevolezza. A questa ricerca si affianca però il naturale timore di essere rinchiusi in schemi predefiniti, di perdere la necessaria libertà che è elemento precipuo e fondante dell’esperienza artistica. Il lavoro racconta quindi una storia di estremi che si intersecano, di opposti in lotta gli uni contro gli altri. La stanza stessa dove l’opera è collocata è un luogo altro, reduce da una metamorfosi di senso e di scopo: una cupola solida di pietra, una stretta volta cavernosa adibita in un passato recente a fornace e ora grembo protettivo, incubatrice. Anticamente i forni erano rappresentati attraverso la stilizzazione di un ventre, simboli di trasmutazione, forza generatrice, ma anche camere funerarie, dove si consumava il passaggio da questa ad un’altra forma di esistenza. L’artista e la sua costruzione entrano come tutt’uno nella stanza, ma ne escono scissi e finalmente autonomi. La cenere che ricopre la composizione è la traccia che qualcosa è avvenuto, un processo si è compiuto. Nel distacco dell’opera dall’artista, elaborazione dolorosa e necessaria per permettere al lavoro di vivere ed esprimere il suo tempo, si crea una frizione, una combustione che deriva dal vissuto dell’artefice stesso, che consciamente o inconsciamente “imprime” la propria essenza nella materia.
Analizzando l’installazione “Loom Up” vediamo questo. La storia di Karelei scorre sotto i nostri occhi, un paesaggio apparentemente sottomarino cattura la nostra attenzione, ma lo spaesamento è immediato. La superficie polverosa e grezza che percepiamo suggerisce altri luoghi, altri mondi. Gli elementi in bianco e nero, essenziali ed enigmatici, sono un’ulteriore rappresentazione di divergenza, di disputa tra due estremi che cercano di incontrarsi in una disamina incessante di ricerca del Sé. Gli schermi lcd, lucidi e freddi, su cui gira incessamente il medesimo filmato in loop, ci riportano alla realtà. Il tempo è qui, è ora, l’opera non ci mostra solo ciò che è stato, ma ciò che sarà. La contingenza degli eventi e del cosmo non si arresta di fronte all’uomo e alle sue angosce. L’unione della volta a cupola della stanza con il perimetro quadrato della composizione, che ricopre tutta la superficie dell’ambiente incastonandosi in un gioco perfetto di pieni e vuoti, richiamano ad un significato ancestrale; per Jung l’immagine archetipica della totalità della psiche si esprime attraverso l’unione di queste due forme. Del Sè contrapposto alla materia del corpo, della realtà. Un’immagine perfetta di connubio tra Cielo e Terra, Spazio e Tempo, dell’aspirazione ad un nuovo equibrio, dell’ascesa ad un mondo superiore. Le limitazioni non sono materiali e non esistono se non nella nostra mente, l’opera d’arte è un tramite per riconnetterci con il nostro Io più profondo e renderci parte di quella coscienza collettiva dai cui ci siamo distaccati.
In questo caso il raggio d’azione è più ampio: il lavoro di Karelei ci riconnette al flusso circolare e rigenerativo del cosmo, alla necessità di confrontarci assiduamente con la parte più istintuale e la parte più analitica di noi stessi, per giungere finalmente a quel nucleo creativo genuino e consapevole. Ad una coscienza ritrovata ed autentica.

testo critico di “PERFECT NUMBER – 9 artisti, 9 curatori, 9 stanze, 9 project room, 9 personali. terza edizione”

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