Sacha Turchi e Leonardo Aquilino

Reliquia
di Stefano Verri

La reliquia è il resto, il vestigio, un qualcosa che rimane dopo un evento di mutazione e fine sia esso biologico come la morte, meccanico come una rottura o umano come la distruzione. Sta di fatto che da un punto di vista squisitamente semantico questo termine, per quanto simile nel concetto all’idea di avanzo, si carica – anche per l’utilizzo che ne è stato fatto nella storia – di un valore quasi mistico, determinando per ciò che con esso viene definito un’aura quasi sacrale. La reliquia, quindi, da semplice residuo assurge per l’importanza che le viene riconosciuta una testimonianza, un piccolo, ma importante, tassello utile a ricostruire una o più storie. Sacha Turchi e Leonardo Aquilino, con i loro lavori diametralmente opposti affrontano questo concetto in maniera sorprendentemente simile analizzando in modo differente lo stesso concetto.
Sacha Turchi indaga attraverso una ricerca di stampo antropologico la storia evolutiva dell’uomo ed in particolare il segno, o meglio i segni che questi lascia sul proprio corpo. Un’evoluzione segnata in questo caso da un concetto di bellezza inteso come patrimonio culturale di un popolo e che a sua volta ne condiziona fisicamente il processo evolutivo. Pratiche di modifica che, precorrendo spesso l’idea della chirurgia estetica, alterano in maniera stabile la fisicità per adattarla ad un dato clima culturale. Come nell’opera Nudus Ape, scimmia nuda, che racconta attraverso il processo creativo e la sensibilità d’artista un aspetto fondamentale della storia culturale dell’essere umano. Una cassa in legno naturale, una sorta di anonimo sacrario che lo spettatore è invitato ad aprire, contiene degli aghi, simbolo della trasformazione ed una serie di parti anatomiche che l’artista ha elaborato. Le fasciature in fibra d’ortica come gli aghi ci riportano ad un concetto di ambivalenza, dalle proprietà curative della pianta che però cruda punge all’ago che allo stesso modo può ferire ma anche ricomporre, curare, unire dei lembi. L’artista recupera attraverso questo lavoro la testimonianza del valore rituale di alcune pratiche che come pratiche di bellezza vengono tramandate di donna in donna, di generazione in generazione. L’idea del ricordo e della testimonianza torna anche nel video Rèporto. Vecchi filmini in super8, rimontati in un unico trittico, riportano alla luce scene di vita familiare, il ricordo che diventa esperienza ed allo stesso tempo eredità culturale. L’artista segna questa linea ideale di trasmissione con una serie di stati di famiglia, un documento legale che attesta una linea di discendenza che l’artista ha reso prettamente matriarcale.
Leonardo Aquilino con senza titolo concentra invece la sua ricerca sull’ultimo salto evolutivo dell’uomo: quello digitale. Facendo una piccola ricerca in rete ci si rende conto come questo strumento non solo velocizzi il passaggio di informazioni ma accorci visivamente le distanze geografiche. Migliaia di webcam dislocate in ogni angolo del mondo ci danno una percezione in tempo reale dello scorrere della vita mostrandoci uomini affaccendati nelle loro attività, lo scorrere delle stagioni su paesaggi distanti migliaia di chilometri. Un mezzo potente ed allo stesso tempo effimero se rapportato alla straordinaria potenza della natura. Così il lavoro di Aquilino si concentra sull’attimo irripetibile del cortocircuito, sullo scatto nel momento della disconnessione, quando la Natura prende il sopravvento e la sovrastruttura tecnologica ed umana che gli è estranea smette di funzionare. Una serie di scatti che raccontano e ricompongono il paesaggio costiero della Francia vengono quindi montati su delle piastre di metallo, davanti alle immagini una sottile candela bianca accesa. La flebile luce della candela nell’ambiente buio illumina le immagini stampate su carta cotone. Il mezzo digitale attraverso la rete porta immagini lontane nello studio dell’artista, mentre questi riporta la stessa immagine alla sua dimensione analogica: la carta cotone illuminata dalla piccola fiammella, con un’installazione dal sapore quasi poverista, dona nuova vita ad un paesaggio lontano che piano piano esce dalle tenebre.
Così Aquilino crea la sua reliquia, trasformando un qualcosa di digitale, un’informazione infinitamente ridondante e potenzialmente eterna in un qualcosa di assolutamente unico e caduco. Una reliquia appunto, che deve essere per la sua stessa natura di residuo ed avanzo un qualcosa che di per sé è effimero e soggetto alla trasformazione, alla morte ed alla distruzione. Ed è in questo punto, in questo processo di astrazione e reiterazione di una testimonianza altrimenti effimera di Turchi, e nel processo inverso di creazione di una memoria caduca di Aquilino, che le due poetiche si incrociano perfettamente.

Sacha Turchi / Leonardo Aquilino, Reliquia – comunicato stampa

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