Creare il vuoto

Il vuoto è l’assenza di materia in un volume di spazio”.

L’energia di vuoto è un’energia presente in stato latente nello spazio anche quando privo di materia. Questo concetto è legato ai vorticosi fenomeni di creazione e annichilazione di particelle. L’energia del vuoto provoca l’esistenza della maggior parte delle forze fondamentali e dei loro effetti.”

Il vuoto: denso, candido, abbagliante. Lucifero. Tutto annulla e tutto rigenera.
Lo spazio bianco che è delle attese, delle sospensioni, dei rinnovamenti, dei passaggi e dei transiti, degli inizi, delle energie latenti, declina una estetica della sparizione e della luce, una deriva identitaria. Senza riferimenti, declinato all’infinito “è un certo possesso del mondo da parte del corpo, una certa presa del corpo sul mondo” ( M. Merleau- Ponty, Fenomenologia della percezione, ) che si frantuma. In una soggettività dis-locata, che si contrae e si espande.
Prelude ad una assenza significante.
Presenze ectoplasmatiche, minute, fragili, incongrue, precarie abitano le estremità, fuori fuoco e fuori centro, esistono in secondo piano, per sintesi, per gesti.
Il corpo, minimo, pare quasi segno calligrafico, come un ideogramma giapponese.
La presenza si fa danza, il movimento centrifugo è una strategia quasi rituale di persistenza e di dispersione, di appropriazione, di consunzione.
È divenire figura, farsi immagine.
Il lavoro fotografico di Alessandro Giampaoli crea il vuoto, dilata la percezione come in una trasfigurazione fulgente, in una metamorfosi accecante. Senza perdite.

Crea il vuoto procedendo per condensazioni la riflessione artistica fotografica di Chiara Francesconi.
Un vuoto denso di parzialità, di prossimità intime, di nudità interiori, di pelle e stoffe, di dettagli nitidi e stranianti, di quotidianità dislocate e inquiete, di microstorie sussurrate.
Si sta come in tralice, sospesi a gesti e pause che inventano una presenza.
Con la memoria di certe ballerine di Degas dentro gli occhi.
Non c’è distanza di sicurezza.
Il taglio fotografico si fa scelta, lo sguardo condizione di esistenza: è la dialettica del “tu che mi guardi, tu che mi racconti”, come la filosofa Adriana Cavarero intitola un suo saggio.
È una forma di biografia di un sé narrabile e dilatato. “Al se’ narrabile non basta affatto quella porzione di vita che la sua memoria gli racconta. (…) La memoria si sdoppia nell’occhio dell’altro…”1, dilatandosi, divenendo relazione, inclusione, testimonianza, permanenza, significato.
La storia si da corpo, si da per sottrazione, in un moto di disgiunzione inclusiva, centrifugo: sempre una gesto che significa lo spazio, una pensosità di pelle e cose, di pause e velature, di svelamenti e attese. Senza volto: nessuno e tutti.

Simonetta Angelini

1 A. Cavarero, Tu che mi guardi, tu che mi racconti, Feltrinelli, Milano 2009, p.57


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