Avvicinarsi al lavoro di Giovanni Gaggia è come ripercorrere i fili della tela di un ragno, affascinante ed intricata, assolutamente perfetta nelle sue forme. Come la tela così le opere sono ancorate ad un sistema di direttrici convergenti che ne formano la trama, unite da un unico filo che l’artista pazientemente tende dall’una all’altra, un moto a spirale che pian piano ci porta verso il centro e ci chiarisce il significato. Il filo non è altro che la poetica, quel sistema coerente di pensiero che dalle prime opere grafiche ci porta alle ultime performance rendendoci manifesto un universo mentale che ragiona ed opera in un equilibrio precario tra un inizio ed una fine. L’antinomia vita/morte è quindi il cardine attorno al quale ogni opera si sviluppa per rappresentare ciò che vi si frappone: l’esistenza.

Analizzando la nostra società, la fragilità di una vita in bilico tra l’ossessione e l’alienazione che disegnano le direttrici della ragnatela e la trama delle sue opere, egli osserva e prende nota delle nostre contraddizioni, le ritualizza fino a suggerirci, un ritorno alla frugalità, alla lentezza e all’indagine di sé. L’opera e la performance acquistano quindi un valore catartico, diventando rituali di purificazione collettiva in cui l’artista corteggia la morte per cercare i significati più profondi della vita.

Gaggia crea una propria grammatica espressiva che nelle prime opere lo portava ad accostare fotografie digitali ad interventi su acetato dove la parte dipinta aveva il compito di ridefinire le immagini caricandole di nuovi valori (Nessun Tempo, 2002 – The Bridge, 2003), fino ad arrivare a quella che qualcuno prima di me ha definito in modo straordinario “grammatica del sangue” (Chiara Canali, 2010), fondamentale nell’ultima produzione e base concettuale del sistema simbolico in cui l’artista oggi si muove.

Il sangue raccoglie in sé il senso stesso della vita e della morte è linfa che scorre invisibile nelle vene e nel contempo umore rosso che sgorga da un corpo agonizzante, ferito dal dramma esistenziale. Il sangue è certamente un simbolo, ma nel contempo è un vortice di emozioni più vicine al vigore drammatico di un Caravaggio, che si firma nel rivolo rosso che scende dalla testa di San Giovanni, che alle goccioline cremisi su un Cristo trecentesco.

C’è, in Gaggia, la volontà di un ritorno alle origini ad un’umanità prescientifica dove la carne, il sangue, i cuori che dominano in particolare gli ultimi lavori si caricano di una valenza rituale, creando una dimensione magica e religiosa. Nel ciclo Ali Squamose, 2008 /2010, il tema del cuore è fondamentale, è l’elemento minimo attorno al quale si snoda tutto il lavoro. La performance è il punto di partenza, qui Gaggia con la ritualità di un antico sacerdote incide per tre volte altrettanti cuori di maiale (i più simili a quelli dell’uomo), li priva del sangue lasciandoli poi sul tavolo. Una donna riprende i cuori e li ricuce cantando Ma che freddo fa, il primo con un filo oro, il secondo con un filo argento, il terzo con un filo nero. Il cuore, simbolo di un umanità sofferente viene come sacrificato ad un mondo freddo, ottuso e incapace ormai di lenire i mali dell’anima, per poi trovar requie tumulato nel giardino dell’artista. Il tutto si consuma davanti ad un pubblico impotente che diventa, invece, protagonista nella seconda azione della stessa serie Il Trittico di Sant’Omero, 2009. In questo paesino della campagna abruzzese l’artista coinvolge gli spettatori nella realizzazione di tre cuori ricamati con un filo rosso su un tessuto di lino bianco. Un’azione condivisa di simbolica responsabilizzazione sociale, profeticamente non finita, in cui l’ago ancora pende dal cuore lasciato a metà.

Il ricamo altro tema su cui l’artista sta lavorando da alcuni anni è un ritorno alla lentezza, alla costruzione artigianale, alla manualità, all’intimità dei gesti, un toccante invito alla decrescita.

Nel video Solve et Coagula, 2009 il sangue rappresenta un momento di trasformazione come negli straordinari disegni Sanguinis Suavitas, 2010 / 2011 in cui dall’impronta di un cuore si dirama un segno sottile, calligrafico, totalizzante. Un segno minimo, argenteo che ripercorre i canoni della storia dell’arte da Dürer a Correggio, dalla più ieratica delle allegorie visive alla più dolce e umana delle Natività. Qui il sangue è origine, è nuova vita. Ecco che nell’azione di Sanguinis Suavitas, 2010 / 2013 l’artista coinvolge il pubblico in un rito di purificazione. In abiti bianchi lava le mani al pubblico e lo riveste di una tunica bianca, il candore della purezza, come in un rito di iniziazione per poi brindare alla vita con un vino liquoroso.

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