Il fuoco della passione

di Stefano Verri

Le città, e più in genere i luoghi, che giornalmente abitiamo e troppo distrattamente frequentiamo, spesso nascondo piccoli gioielli incastonati nella mura storiche, posti di insperata bellezza, magari chiusi da anni perché in attesa di un restauro. Uno di questi luoghi, la Chiesa di San Silvestro di Orciano, è diventata per questa occasione, grazie alla sensibilità di alcuni operatori culturali locali, delle autorità ecclesiastiche, e non da ultimo dell’Assessore alla Cultura del Comune di Orciano, oggetto di un operazione di rivalutazione attraverso un progetto di arte contemporanea che la renderà aperta e visitabile, nella cruda bellezza della rovina per i prossimi trenta giorni.

Splendidi fregi che ricordano le forme classiche di un antico splendore, un altare rocaille accosto a semplici cappelline degli anni Cinquanta, forme squadrate e lineari, colori spenti e marmi bianchi testimoni di un intervento negli anni Settanta, Un antico organo in rovina, quattro canne, uniche superstiti di antiche Glorie elevate al Cielo, intonaci scrostati che lasciano intravedere ingenui adeguamenti al gusto, rappresentano uno scenario prezioso ed incredibilmente emozionante, una stratificazione di epoche, una sovrapposizione di pensieri e di passaggi umani di forza e di valore inestimabili. In questo contesto contesto si inserisce una mostra che intende portare se non altro una ulteriore piccola testimonianza di contemporaneità.

Il punto di partenza è la funzione del luogo, dedicato al sacro ed all’assoluto, ma nello stesso tempo vicino alla particolarità del singolo. Un luogo in cui anticamente le decorazioni parietali servivano per descrivere, per raccontare, per educare, e che, per questo progetto, si dedicano esclusivamente alle singolarità umane ed alla poetica di ogni artista.

Il senso della rovina e della decadenza che permea strutturalmente lo spazio si fa fisico nel lavoro di Rita Vitali Rosati in cui splendidi mazzi di fiori, recisi nel momento di massima vitalità e bellezza, vengono immortalati mentre appassiscono bruciati inesorabilmente dal fuoco del tempo. Splendida vanitas contemporanea che in modo straordinariamente suggestivo ci porta a riflettere sullo scorrere e sull’inesorabilità del tempo. Un motivo colto, che nella forma e nella composizione attinge a piene mani, e con un briciolo di ironia nelle tipiche poetiche nordeuropee di alcune centinaia di anni fa. Allo stesso modo, Max Bottino, nella sua rappresentazione di un teschio accompagnati da fragili disegni ci riporta ad un riflessione sui cicli di vita e morte. La delicatezza e la straordinaria fragilità della natura ritorna nell’ironico lavoro di Veronica dell’Agostino in cui il gesto teatrale sembra quasi raccontarci una storia in ogni scatto. Qui l’ortensia diventa protagonista di uno straordinario cortocircuito dei sensi. Il naso si avvicina, odora l’aroma intenso che sembra quasi rubato, distillato nella bottiglietta di profumo. Natura ed Artificio si incontrano nella piccola dimensione di una fotografia, nell’equilibrio di un opera d’arte, mentre l’artificio pervade lo squilibrio della nostra società.

Natura ed Artificio, ritornano anche nel lavoro di Monalisa Tina e Giovanni Gaggia, in cui due lavori distinti convivono nello stesso circuito installativo. Uno scrigno pieno di cuori sembra quasi aver perso e disseminato sul pavimento il suo prezioso contenuto di umanità. Qui il tempo non può più corrompere nulla, il cuore è sigillato nel suo essere eternamente cuore-di-gesso, in cui ogni sentimento ogni battito o vibrazione è sublimato dalla mutazione nel suo essere immobile. La mutazione è invece la chiave del lavoro di Monalisa Tina, in cui nulla è fermo ma tutto progredisce nell’eterno flusso del tempo. Un lettino, strumenti chirurgici vengono sublimati da uno strato di preziosa seta. Un broccato rosso che eleva la freddezza dello strumento e lo porta in una dimensione quasi sacrale. Qui la passione è pathos, è sofferenza, è la mutazione che trasforma la crisalide in farfalla. Sul lettino, l’ultimo lacerto di una sorta di bozzolo, di cui l’artista, dopo aver vissuto la sua catartica messinscena si libera. Entambi, nel trovare in fase di allestimento della chiesa una corda, un oggetto trovato, in un certo senso simbolo della città di Orciano, lo hanno sistemato sul primo altare, trasformando la corda in cuore, legando in maniera ancor più forte i loro lavori.

Le forme prendono una dimensione propria nel lavoro straordinariamente meticoloso di Gilda Fantastichini. Qui una fiamma sembra quasi bruciare la superficie di un reticolo attentamente costruito. Una fiamma che si fa liquida, che sembra perdere il proprio potere distruttivo per trasformarsi in meravigliosa superficie di un rosso splendente. La stessa fiamma si fa invece fisica nel lavoro di Chiara Francesconi che con un ironico gioco verbale ci riporta ad una dimensione domestica tipica della sua poetica. Il corpo e la casa, elementi quasi simbolo nella società contemporanea diventano qui oggetto di una vessazione apparente che nasconde più intime riflessioni. Le gambe legate, quasi pronte per essere cotte, accostate ad una padella creano un senso di assurda anomalia.

Una musica pervade la chiesa, un suono agghiacciante se accostato alla sacralità del luogo. L’installazione sonora di Joy Coroner (a.k.a Domenico Buzzetti) progettata appositamente per il luogo. Poche note (quasi l’unico potenziale dell’organo semidistrutto) sembrano crescere lungo il pezzo, i suoni freddi e definiti di uno strumento da bambino si trasformano per sviluppare una complessità corale interrotti soltanto da rintocchi di campane, mentre la campionatura del rumore di un fuoco che distrugge e rigenera cuce i diversi passaggi. Su questa musica sembra danzare la ballerina di Alessandro Giampaoli, solitaria nel suo palco asettico di un bianco abbacinante. Una danza solitaria e passionale dove in due scatti il fotografo sembra quasi fermare lo sconforto ed una finale, assoluta, liberazione verso l’altrove. Il quarto dittico della mostra quello di Massimiliano Magrini e Sergio Serrangeli sembra quasi triangolare con il lavoro di Rita Vitali Rosati e quello di Alessandro Giampaoli, la vanitas dell’una e la solitaria dignità dell’altra sublimano nell’elegante composizione del duo fotografico. Qui un paradiso irreale ospita due moderni Adamo ed Eva, fashion victim della contemporaneità che giocano in modo lezioso con un fuoco fucsia. Un mondo di carta e polistirolo, effimero ma meraviglioso diventa una straordinaria trascrizione per immagini di una società ormai quasi priva di valori concreti. La vanitas da valore morale diventa vanità pura e semplice, la solitaria dignità si trasforma in uno stordente estetismo.


Testo critico di “I Fuochi della Passione / Il Fuoco Bianco del Tempo”
Vedi il comunicato stampa

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