La rivelazione nel segno
nove artisti per la città della carta

E’ quasi impossibile pensare a Fabriano separata da ciò che l’ha resa celebre in tutto il mondo: la carta. Nella seconda metà del XII secolo proprio in questa città è stata fondata la prima cartiera d’Europa e nell’anno in cui si celebra l’orgoglio dell’italianità, non si può che tenere conto di una delle nostre più antiche eccellenze. E soprattutto in un contesto in cui si parla d’arte non si può dimenticare la rivoluzione, lenta ma inesorabile, che la maneggevolezza, la relativa facilità di reperimento delle materie prime e di produzione, e non da ultimo i costi relativamente contenuti hanno creato nella storia della tecniche artistiche, ovvero il contributo indiscutibile all’evoluzione ed alla diffusione della grafica.
Un materiale antico e importante, che ha riscattato l’economia di una città e che è stato il banco di prova, il cimento di decine di generazioni di artisti che nel corso dei secoli su di esso si sono esercitati, hanno progettato, disegnato e che attraverso di esso hanno diffuso le proprie idee, le proprie invenzioni e le proprie novità estetiche.
Questa mostra quindi, inserita all’interno di un progetto che appunto intende celebrare lo spirito del 150°, propone il lavoro di nuova generazione di artisti, marchigiani e non, che affrontano il tema della carta rendendola veicolo esclusivo o supporto occasionale e fortuito dei loro valori estetici.
Con un segno chiaro, lineare e preciso, Giovanni Gaggia ci regala un foglio di straordinaria intensità emotiva. Una sacra conversazione costruita attorno ad una farfalla in cui personaggi della più varia umanità si raccolgono attoniti quasi fossero alla presenza di un miracolo.
Un uomo con una sciabola sulla destra, a sinistra un altro entra nella scena con fare minaccioso mentre in primo piano tre donne con vesti di diverse culture sembrano celebrare la farfalla, simbolo di rinnovamento, trasformazione e rinascita il cui valore sacrale viene accentuato ancor di più dal segno rosso, l’unica nota di colore presente. Una macchia di sangue sbiadito coglie immediatamente la nostra attenzione, una sorta di reliquia contemporanea incorniciata da linee leggere.
E lo stesso segno di straordinaria leggerezza ci riporta alla concretezza terrena nel lavoro di Beatrice Pucci. Qui la liturgia della quotidianità sostituisce il senso del sacro, una quotidianità che non è e non vuole essere rappresentata per come si presenta bensì per come l’artista la vede e interpreta. Così oggetti comuni come un paio di ciabatte, sentimenti come la vergogna, o altre immagini del nostro bagaglio culturale, come ad esempio una ballerina, si trasformano in figure impossibili, delicate e surreali nel loro essere assolutamente rarefatte.
Questo immaginario infantile ritorna per certi versi anche nel lavoro di Andrea Guerzoni ma limitatamente alle forme. Qui il bambolotto, testa grande e corpo piccolo, ad un certo punto addirittura con le cuciture a vista, nemmeno il peluche di quando eravamo bambini ma l’archetipo stesso del giocattolo, morbido ed educativo, si trasforma in una sorta di transfert dell’uomo comune.
Apparentemente innocuo esso diventa il pretesto per un racconto sulle identità. La maschera copre il viso e le vergogne ma non è sufficiente a nascondere la rabbia.
Diverso invece il background di Mirko Canesi, qui l’immaginario è quello della realtà digitale da cui riprende il senso della mutazione e del cambiamento. L’uomo è rappresentato come risultato di una congerie di elementi che contribuiscono a rinnovarne le forme e le potenzialità stravolgendo ogni canone di umanità. Allo stesso tempo il processo di disumanizzazione dei personaggi di Canesi sembra, quasi per assurdo, riportare alle radici ataviche dell’umanità, restituendo l’identità di un essere che lotta contro se stesso e la deriva della mutazione, con la stessa tensione di un segno a matita che racconta, in un certo senso, un mondo che appartiene ai pixel.
In Daniele Bordoni il segno si fa forte, nevrotico, quasi arrabbiato. Graffia la carta con un racconto di quotidianità che lontano dalle atmosfere rarefatte docili e meste rappresenta il crudo senso della metropoli. Poche linee definiscono un paesaggio urbano che fa da sfondo ad una figura in piena trasformazione. Colori distonici, forti, un segno deciso e gestuale danno vita ad una rappresentazione di stati d’animo. L’angoscia, il dolore, quelle onde che in un celebre dipinto espressionista prendono vita da un grido per invadere l’intero quadro qui si addrizzano quasi in un senso di rassegnazione esistenziale.
Un segno quasi ossessivo che nella serie di Max Bottino si piega alla rappresentazione di una casa di campagna. Il ductus impulsivo, fortemente grafico forma in questi fogli un percorso della memoria in cui significati simbolici si mescolano a ricordi di chiaro valore affettivo. La solitudine diventa un elemento simbolico accentuato da un chiaroscuro esasperato.
Lo spaesamento è il sentimento che domina i disegni di Renzo Marasca, dove piccole scene di genere si trasformano in drammi del quotidiano popolati da personaggi fantastici. Un coniglio, un uomo alato, un essere che giace (morto?) in una notte di plenilunio diventano micro racconti che iniziano e si concludono nello spazio di un foglio. Qui il segno carico d’emozione ed il colore restituiscono scene in cui si ha la sensazione di sbirciare dal buco della serratura discorsi iniziati e mai finiti, partecipi, nostro malgrado, di un qualcosa che non ci appartiene, prigionieri in una rappresentazione della fragilità dei rapporti umani a cui il nostro secolo ci ha ormai resi sin troppo avvezzi.
In queste opere di Michele Pierpaoli tornano la delicatezza e la maestria tecnica, proprie delle sue opere precedenti, dove il gioco di trasparenze delle carte sovrapposte creava straordinari effetti di disvelamento delle forme. Qui le trasparenze si giocano completamente nel colore, nella diluizione del pigmento che lascia intravedere passaggi precedenti e abbozzi nascosti. Dalle forme biomorfe nascono strali di colore che diventano radici protese verso il vuoto, qui, solo una casa, appositamente anonima e stilizzata, rimane riconoscibile.
Nel lavoro di Serena Piccinini è la carta stessa che si trasforma in segno nello spazio. Qui il materiale più che supporto diventa elemento strutturale nella creazione di un mondo di fantasia fatto di leggerezze e giochi di somiglianza. Così la carta mette le ali alle balene permettendogli di levitare mentre il collo lungo di una giraffa termina nella pala di un escavatore. La dimensione dell’opera diventa quindi uno spazio altro in cui tutto è reso possibile grazie alla carta ed alle sensazioni tattili che essa solo è capace di suggerire.

Stefano Verri

Testo critico di “Le Petit Poucet – dietro ogni briciola un artista” sezione carta
Vedi il comunicato stampa

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