ll nido della rinascita
di Stefano Verri

Il fascino delle opere di Loredana Galante è lo stesso suscitato dalle piccole cose della quotidianità, quelle che ogni giorno vediamo, maneggiamo, odoriamo, quelle che ogni giorno colpiscono i nostri sensi con il loro essere antiche. Un’antichità che non è anagrafica ma sentimentale, una qualità che si esprime nell’essere parte della nostra vita e della nostra memoria. Oggetti, pensieri e sensazioni esperiti dall’infanzia all’età più matura in modo talmente continuativo da diventare familiari, un vero e proprio ricordo che non essendo relegato alla memoria di una singola persona si estende alla collettività. Un ricordo che si carica di dolcezza e diventa una proustiana madeleine da intingere nel tè(1), un ciottolo su cui inciampare incidentalmente(2) e da cui scaturiscono ricordi, pensieri e sensazioni che ci riportano al passato. Tutto questo è accentuato dalla manualità da quella artigianalità che contraddistingue l’homo faber nella capacità di forgiare, e quindi dell’artista di infondere spirito vitale (e quindi una parte di sé), alle cose infondendogli l’inconfondibile dono dell’unicità.
Ogni opera è riflessione e manifestazione, analisi e materializzazione, un microcosmo di rara intimità che si trasforma in una mappatura di emozioni che da una dimensione propria radicata nel vissuto si aprono all’umanità in una sorta di straordinario abbraccio universale.
Gli elementi si giustappongono in un sistema ordinato di cause ed effetti, di azioni e reazioni che in modo naturale ed armonico richiamano le emozioni dal più profondo del nostro animo. I piccoli abiti dei giochi infantili, la luce soffusa di un abat-jour riportano alla mente l’idea di una serena intimità domestica, così come il nido, con uno scarto logico dal sapore fortemente romantico, diventa metafora di casa e di nascita.

Il nido è un luogo di protezione tipico degli uccelli, frutto di un’azione solitaria ed istintuale. Sia esso imponente e costruito tra le rocce come quello delle aquile, ricavato trai coppi dei tetti cittadini come quello dei piccioni, sapiente intreccio di ramoscelli tra i rami come quello dei passeri o una semplice buchetta nella sabbia, mimetizzata da qualche rametto, come quello del fratino, il nido è il luogo in cui la natura ha garantito la prosecuzione di alcune specie, un luogo in cui si depongono e curano le uova, si nutre la prole e si spicca il volo verso l’indipendenza. Ma il nido-simbolo interpretato dall’artista è il frutto di un rito collettivo in cui le persone vengono chiamate a costruire insieme, a concorrere, in cima ad un monte nella luce aurorale di un mattino d’estate ad un progetto di rinascita.

Una rinascita che avviene attraverso l’arte, un momento di creazione condivisa in cui l’artista si fa guida, maestro di un percorso interiore che sensibilizza la memoria. Un rito laico che riattiva il senso di fratellanza e di appartenenza ad una collettività da cui gli orrori quotidiani ci alienano. Un’azione semplice, ma carica di significato, che non impone, ma risveglia il senso di condivisione sociale che ci è innato.

Il nido di Loredana Galante si ricollega in maniera magistrale ai presupposti ed alla filosofia della galleria che ha proposto e sostenuto l’azione: Sponge Living Space; diventandone quasi simbolo. Un progetto più che una galleria frutto di contaminazioni tra artisti e critici di diversa formazione e provenienza che si trovano a collaborare ad iniziative di interesse comune. Nove stanze di una casa colonica situate ai piedi di un bosco dell’appenino marchigiano, una flat gallery, divisa tra esposizioni e quotidianità in cui si da vita a sperimentazione e confronto proponendo una linea espositiva che lontana dalle logiche di mercato rimette l’accento sull’importanza sociale dell’arte e sul suo essere bene collettivo. Un progetto che da tre anni si muove secondo canoni di condivisione e di cooperazione che consentono un flusso continuo di linfa vitale, di creatività e novità.

Senigallia 27 luglio 2011

Leggi il comunicato stampa

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(1) M.PROUST, Dalla parte di Swann in Alla ricerca del tempo perduto Gallimard, 1913
“Ma nello stesso istante in cui il liquido al quale erano mischiate le briciole del dolce raggiunse il mio palato, io trasalii, attratto da qualcosa di straordinario che accadeva dentro di me. Una deliziosa voluttà mi aveva invaso, staccata da qualsiasi nozione della sua causa. Di colpo aveva reso indifferenti le vicissitudini della vita, inoffensivi i suoi disastri, illusoria la sua brevità, agendo nello stesso modo dell’amore, colmandomi di un’essenza preziosa: o meglio, quell’essenza non era dentro di me, IO ero quell’essenza. Avevo smesso di sentirmi mediocre, contingente, mortale. Da dove era potuta giungermi una gioia così potente? Sentivo che era legata al sapore del tè e del dolce, ma lo superava infinitamente, non doveva condividerne la natura. Da dove veniva? Bevo una seconda sorsata nella quale non trovo nulla di più che nella prima, una terza che mi dà un po’ meno della seconda. E’ tempo che mi fermi, la virtù del filtro sembra diminuire. E’ chiaro che la verità che cerco non è lì dentro, ma in me.”
(2) M.Proust, Il tempo ritrovato in Alla ricerca del tempo perduto, Gallimard , 1927
“Volgendo nell’animo i tristi pensieri di cui or ora dicevo, ero entrato nel cortile del palazzo dei Guermantes e, nella mia distrazione, non m’ero accorto di un’automobile che stava avanzando: al grido dell’autista, ebbi appena il tempo di scansarmi bruscamente e tanto indietreggiai da andare a inciampare mio malgrado contro i ciottoli molto mal livellati oltre i quali si trovava una rimessa. Ma nel momento in cui per ricuperare l’equilibrio, posai il piede su un ciottolo un poco meno rialzato del precedente, tutto il mio scoraggiamento svanì di fronte alla medesima felicità che, in periodi diversi della mia vita, m’avevano procurato sia la vista d’alberi che avevo creduto di riconoscere in una passeggiata in carrozza intorno a Balbec, sia la vista dei campanili di Martinville, sia il sapore di una maddalena inzuppata in un infuso, sia le molte altre sensazioni di qui ho parlato e che le ultime opere di Vinteuil m’era parso sintetizzassero. Come nel momento in cui stavo assaporando la maddalena, ogni apprensione per l’avvenire, ogni perplessità del mio intelletto si dissipò…”

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