Michela Pozzi
Equilibri precari

Molto spesso gli artisti hanno la capacità di raccontare, attraverso le loro opere, in modo straordinario il mondo che ci circonda. Gli artisti non narrano fatti e non fanno cronaca, almeno non nelle modalità che le nostre menti assuefatte all’informazione globalizzata si aspetterebbero e di certo non sono abituati a ragionare secondo la regola del chi cosa quando dove e perché che ha fatto la storia del giornalismo anglosassone. Gli artisti, e così Michela Pozzi, ragionano secondo schemi che fuggono le convenzioni e si fondano su dinamiche laterali, partono da una suggestione e sviluppano secondo una personale poetica.
Osservano, filtrano, riportano. Non pretendono oggettività ma hanno la capacità quasi unica di rimanere strettamente ancorati alla realtà seguendo un volo dell’anima. È cosi che ci stupiscono … se sono degni di definirsi artisti e se sono bravi.
L’universo creativo di Michela Pozzi è sospeso, in equilibrio precario, tra realtà e finzione. I colori tenui ci danno un che di rassicurante e spensierato che tra le pieghe di atmosfere dolci nasconde sentimenti atavici, sofferenze millenarie dell’essere umano. Piccoli racconti straordinariamente poetici, ambientati in luoghi che sembrano esterni al tempo ed allo spazio in cui la luce livida mette in risalto la naturale bellezza dei colori, si presentano come intime annotazioni che estendono il loro potere comunicativo ad una realtà universale. Così dalla quiete trapela la forza dell’azione, dalla necessità di annotare e fissare dei concetti sgorga l’urgenza di comunicare e condividere.
L’azione artistica si snoda quindi dal senso di precarietà a volte così opprimente nella società che viviamo e che i moderni sociologi spesso la descrivono come una sensazione di panico diffuso. Una lacerante mancanza di certezze che connota il pubblico ed il privato, affliggendo l’essere umano in ogni momento della sua esistenza, in ogni attività quotidiana, dalle istituzioni, alla famiglia, dal lavoro alle relazioni fino ad arrivare a minare l’ultimo baluardo dell’indipendenza: la casa. Proprio sul concetto di casa, di abitazione, di habitat si concentrano principalmente i lavori presentati in questa mostra.
Una poetica di straordinaria semplicità, assolutamente antiitecnologica, ci riporta a luoghi più o meno identificabili in cui l’artista crea delle possibilità di esistenza. Come nella serie Area temporanea per uno spazio vivibile dove luoghi altrimenti desolati o semplicemente inusuali all’assere abitati vengono connotati da una serie di elementi che gli danno il senso di casa. Allo stesso tempo campagne desolate e boschi diventano luoghi della memoria da riscoprire e ri-abitare. Così in Trama, opera inedita, in cui un filo teso tra i rami diventa quasi il bozzolo dentro a cui pochi mobili forniscono un’aura domestica. Un bozzolo costruito con un ritmo frenetico ed ossessivo che lascia quasi trapelare la necessità e l’urgenza di un rifugio.
Un sottile ragionamento sul rapporto tra addressdress, temini inglesi che indicano rispettivamente l’indirizzo ed il vestito (o il vestirsi o genericamente il coprire), diventa il punto di partenza per una riflessione sul concetto stesso di casa. In Ad-dress, opera anch’essa inedita, l’artista si appropria abitandole di case che la colpiscono ma non le appartengono. Uno squatting, un’occupazione che avviene attraverso il corpo dell’artista coperto dalle mura di una casa non sua, un corpo che si percepisce attraverso le finestre. L’idea della finestra, il rapporto tra interno ed esterno, tra protezione e nudità torna nel formato quadrato dell’opera, che riportano nel titolo, a chiosa dell’azione, il numero civico dell’abitazione occupata.
Una tensione tra il senso quasi materno di fornire protezione e l’angosciante sentirsi indifesi, crea in Michela Pozzi l’urgenza di abitare, nel senso, non soltanto di risiedere ma di possedere un luogo.

Stefano Verri

Vedi il comunicato stampa

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