Vorrei partire da una suggestione personale. Sono stata per la prima volta a Pergola la scorsa estate, mentre era in corso una mostra di Saba Masoumian: le sue scatole, visibili negli spazi della casa, ricostruivano in piccola scala interni domestici. Una, ad esempio, era installata sul grande mobile nero del corridoio; un’altra stava sulla lavatrice, nel bagno, a mostrare un’insolita correlazione tra la stanza che rappresentava e la stanza che la esponeva. Così, quando all’inizio di quest’anno sono stata invitata a portare negli spazi di Casa Sponge Secret Garden di Alessandra Calò, non ho potuto fare a meno di notare qualche felice coincidenza tra le due occasioni. (Uso questo termine in modo forse improprio, nell’accezione doppia di accadimento fortuito e di corrispondenza di tempi e luoghi).

La prima coincidenza è, per così dire, materica: si sarebbe trattato ancora una volta di scatole, e poi di oggetti trovati – in questo caso vecchie lastre fotografiche prodotte tra Otto e Novecento –, entrambi elementi che si sono ripetutamente intrecciati nei miei studi dell’ultimo periodo. La seconda è fisica, nel senso che ha a che fare con il luogo d’esposizione. Dal 2014, anno in cui Calò ha iniziato a lavorare al progetto, Secret Garden è stato presentato al pubblico a più riprese: la prima volta a Palazzo Brami a Reggio Emilia, nell’ambito del circuito off di Fotografia Europea; e poi ancora in diverse gallerie in Italia e all’estero. Ho pensato subito che a Casa Sponge, tra l’intimità offerta dagli ambienti domestici e il verde degli spazi esterni del giardino, l’installazione avrebbe potuto trovare la sua cornice ideale. La terza coincidenza è, infine, di natura temporale: la mostra avrebbe inaugurato nel mese di marzo, cinque giorni dopo l’inizio della primavera. Quale periodo migliore per curiosare tra giardini segreti?

Dislocati nelle stanze di Casa Sponge e quasi confusi con il suo mobilio, nove cubi neri inquadrano i ritratti fotografici di personaggi femminili provenienti da un’epoca ormai passata. Uno sguardo più vicino, e ci accorgiamo di quanto è racchiuso al di là delle cornici: proprio come un giardino segreto a cui non abbiamo accesso e che ci è consentito spiare soltanto per un attimo, gli erbari tridimensionali fatti a mano dall’artista si rivelano dietro le lastre negative. Alessandra Calò mette così in atto un recupero che è sia concreto che mnemonico. Concreto, perché rintraccia nei mercatini dell’usato materiale fotografico prodotto oltre un secolo fa, per riutilizzarlo all’interno delle sue installazioni. Mnemonico, perché riconsegna al presente le possibili storie delle donne ritratte.

Nel corso del tempo diverse scrittrici, poetesse e cantanti sono state invitate a comporre brevi testi liberamente ispirati a quelle figure anonime, in un esercizio parallelo di indagine e riscoperta del sé. Un dettaglio dell’abito, l’espressione del viso, l’età della donna sono stati di volta in volta lo spunto per riflettere, in prosa o in versi, sulla ricchezza di un’esistenza femminile che travalica il tempo e la geografia. Sono storie narrate in prima persona, firmate (da Akiko, Josette, Maria, Faezeh…), come sottratte alle pagine ingiallite di una lettera o di un diario personale in cui ancora una volta ci ritroviamo a curiosare. Immaginando una nuova soluzione allestitiva per Casa Sponge, Alessandra Calò ha deciso di mantenere solo per alcune scatole i piedistalli su cui finora sono state esposte: il cassettino alla base, aperto, sembra essere stato dimenticato così da chi, frugando in fretta tra quelle carte private, forse non ha avuto il tempo per rimettere in ordine…

Camminavamo per le strade di Bologna mentre Alessandra mi descriveva per la prima volta il suo lavoro, e io non ho potuto fare a meno di pensare all’istante alla vita e all’opera di Emily Dickinson. E poco importa, ora, che le lastre negative che l’artista recupera risalgano a un periodo, seppur di poco, successivo. La suggestione è rimasta.

Quando la poetessa americana morì nel 1886, al di fuori di una cerchia ristretta di familiari e amici nessun altro sapeva del suo talento poetico. In vita era stata pubblicata appena una manciata di poesie, tutte anonime e senza il suo consenso, e in una nota postuma redatta dalla cognata Susan, al primo posto delle sue capacità si poteva leggere: «appassionata di fiori». Fin da bambina e poi per tutta l’adolescenza, infatti, Dickinson aveva applicato le conoscenze botaniche apprese a scuola alla produzione di un ricco ed elegante erbario, oggi conservato alla Houghton Library di Harvard. Appassionata di giardinaggio, scambiava con le sue amiche semi, bulbi e foglie come facevano abitualmente le ragazze dell’Ottocento, curava la serra che il padre le aveva costruito dietro casa e inviava fiori ai conoscenti più stretti, insieme a una lettera o a una breve composizione poetica. Sebbene il valore dei campioni che ha raccolto sia scientificamente scarso, l’erbario è importante perché è stato il primo tentativo della giovane Emily di dare forma alla sua passione per i fiori. L’ambiente naturale sarebbe stato elogiato infinite volte nei suoi versi, eppure questi vennero a lungo tenuti nascosti proprio in un cassetto della sua stanza. Cresciuta nella campagna di Amherst, in Massachussets, aveva col tempo finito per creare e custodire un personalissimo giardino segreto: non di fiori ma di parole.

Nel 1865 una Dickinson ormai donna celebrava in una poesia la complessità di un’esistenza – «the Bright Affair / So intricately done» – di cui siamo soliti ammirare i risultati senza tuttavia riflettere sull’enorme, faticoso lavorio che c’è dietro. L’immagine di un fiore impegnato a sbocciare, a opporsi al verme, a non deludere Madre Natura, viene presa a metafora delle continue prove che ciascuna è costretta a superare nel corso della vita. Alessandra Calò scrive che le sue scatole custodiscono «un paesaggio interiore che si nasconde a prima vista, ma che può essere scoperto da chi è capace di guardare oltre la trasparenza». Il suo Secret Garden ci mette di fronte all’intimità, alle gioie, alle preoccupazioni e ai desideri delle donne ritratte; ci dice insomma, unendo la potenza dell’immagine a quella della parola, ciò che la poetessa americana ha provato a farci capire nei suoi versi: «To be a Flower, is profound / Responsibility».

Roberta Aureli

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