Nostra signora delle fiere ArteFiera raggiunge la seconda età e pare già aver superato la terza. Sembra accusare pesantemente il passare del tempo e prova a porre rimedio con qualche puntura al botulino sulle labbra, come spostare il reparto riviste al piano terra, isolato dal resto, creando così non pochi dolori di pancia, e una sezione “giovani gallerie” che sembra già aver avuto la pensione.


La mia impressione, di certo partitica, non è delle più felici, mi sembra una kermesse che non sia in grado di stare al passo con i tempi, a mio avviso oltre al problema dei costi troppo esosi degli stand che non permette la partecipazione di giovani spazi, le scelte critiche non avvicinano le gallerie più innovative. Per questa ragione accolsi con piacere la newsletter di Flash Art del 29 settembre intitolata “S.O.S Bologna”, un tentativo di Giancarlo Politi, editore della rivista Flash Art, di cercare uno spazio di 3000 metri quadri per creare una fiera alternativa, giovane e dinamica, come scrive lui stesso, low low budget, peccato però non ci sia riuscito. Sono certo avremmo trovato un’altra The Others, fiera dallo spirito frizzante, che ha dato del filo da torcere ad Artissima dove il pubblico accorso alle ex carceri torinesi non è stato fermato nemmeno dalla pioggia caduta a catinelle o dal pantano all’ingresso. Mi piace sottolineare il differente costo del ticket: The Others 3 euro – ArteFiera 20.

Tutt’altra aria in città. L’arte ha invaso letteralmente Bologna, tre giorni no stop di mostre, convegni, incontri e performances. Bologna è stata così capitale italiana dell’arte contemporanea. Vista la mia predilezione per la performance e la contaminazione tra le arti segnalo quattro momenti. “Concerto senza titolo” – Teatro delle Celebrazioni, piecè che combina videoarte, performance, danza e musica elettronica, nata dall’incontro tra ConiglioViola e Antonella Ruggiero. Bt’F gallery presenta il suo spazio temporaneo Bt’f extra che per l’occasione porta una rassegna performativa “In Corpo 012”. Ad aprire “Sense 1+1”, di Joy Coroner (a.k.a Domenico Buzzetti), Tiziana Contino, Giovanni Gaggia e Monalisa Tina, un’azione corale fondata sull’interazione con il fruitore. I quattro artisti contagiano le loro personali indagini artistiche aspirando, nello sforzo della condivisione, alla creazione di un unico Corpo sonoro qui qualcuno potrebbe lamentare un conflitto d’interessi, ma l’opera presentata merita una riga.- Con Roberto Paci Dalò chiudo il mio piccolo tour performativo, presente in città con due eventi, “The performance Sefirot”, un’opera intima sviluppata attraverso la simbologia del misticismo ebraico della teosofia cabalistica presso Bt’f extra e “kol bpm קול” presso Orelia Malià che domenica pomeriggio ha presentato con Deliah Gutman, un concerto di voce, clarinetto e musica elettronica dal vivo.

Torniamo a parlare della “nostra signora”. Da anni si discute riguardo l’andamento dei sistemi fieristici, le opinioni sono molte, ma una cosa è certa: l’evento con queste caratteristiche fa fatica a sopravvivere, soffoca. Forse a causa del mio approccio alla visione, la maggioranza delle opere, che ho visto esposte in questo modo, sembrano dire “Sono stanca, sono tanto stanca”. I fattori sono ovviamente molteplici, ma l’aria che ho respirato sapeva di stantio.

Una preghiera verso la Fotografia: a seguito dell’esplosione che il medium ha avuto negli anni 2000, ora boccheggia e ripete se stessa, quasi come se tutto fosse già stato fotografato, questa fiera dimostra che la digi-pellicola ha smarrito il suo potere. Tra le note dolenti: l’ennesima e quasi degenerata riproposta dello “stile nord-europeo”, l’incubo della post-produzione esagerata e kitsch, l’”originalissimo” luogo fatiscente fotografato in ogni dettaglio e proposto integralmente. Sono convinto che questa fase, presto o tardi, finirà.

Mi getto a capofitto in quello che mi è sembrato più interessante:

Mario Mazzoli (Berlino) propone una selezione di installazioni dove il suono entra nella dimensione visiva mostrandoci un lato dell’arte a volte poco considerato. L’onda sonora qui è protagonista e crea un’armonia di suoni che ci accompagna in punta di piedi per tutto lo stand. L’altoparlante è molto presente sia come generatore di suono sia come elemento visivo. Nell’installazione di Roberto Pugliese due bracci meccanici (uno dotato di altoparlante, uno di microfono) quando attivati dalla presenza umana, danzano/lottano armoniosamente generando un leggero feedback che diventa melodia, riuscendo ad “umanizzare” la macchina e a “meccanizzare” l’uomo. 88 altoparlanti diventano immagine nell’installazione di Serge Baghdassarians/Boris Baltschun dove le membrane dei coni, fatte vibrare dalle frequenze, formano dei disegni in continuo mutazione. Il suono diventa palpabile, definito e forse più comprensibile. Gli altoparlanti si trasformano in fiori, in un processo ambient quasi rigenerativo, nell’installazione estremamente decorativa di Robin Minard. Il recente processo evolutivo della sound art, di pari passo con la musica elettronica più sperimentale, ci ha portato (di nuovo, anche se diversamente) alla genesi dell’onda sonora, al valore del silenzio, alla pulizia dell’ascolto, qui rappresentato al meglio da Pe Lang rappresentando delicatamente l’effetto di microvibrazioni. Ed anche il rumore si veste di poeticità nell’installazione di Roberto Paci Dalò, in cui il braccio di un vecchio giradischi cerca di far suonare il vinile che porta in se, processo ostacolato da degli ostacoli incollati sul disco, la puntina riesce a suonare pochi secondi prima di venir respinta violentemente avanti e indietro. Grazie a Dalò il suono torna a diventare materico e (deliziosamente) imperfetto grazie al supporto sonoro più longevo della storia.

Lipanjepuntin (Trieste) che era lo stand, non a caso, più gremito anche qui ci propone nella quasi totalità installazioni, eccezion fatta per un paio tra le più interessanti fotografie viste, tra cui un Nick Cave fotografato da Anton Corbijn il quale è sempre un piacere vedere. Una meravigliosa installazione di Javier Pérez Carrona”, campeggia nello stand, corvi impagliati sembrano distruggere un imponente lampadario di vetro di Murano rosso. – Opera che ha accompagnato metaforicamente il mio cammino tra eventi d’arte, la trovo a Venezia durante la 54 Biennale, nella mostra GlassStress, una parte di essa emigra in Lettonia a Riga e là la rivedo ora, di nuovo.

Di grande poesia le gemmazioni di Stefano Scheda. Da mobilio di modernariato, un comodino ed una sedia, nascono/germogliano arbusti. Una nuova vita sembra farci respirare e donarci una via di fuga. Carlo Bach con la sua opera “Senza titolo (armadio)” ci invita ad una riflessione sul passare del tempo, rappresentato dalla sabbia che scorre dalla serratura dell’armadio quale contenitore della memoria, simbolo del passato, secondo una concezione lineare del tempo.

Enrico Astuni (Bologna) rappresenta gli artisti: Rainer Ganahl, Vlatka Horvat, Darius Miksys, Paolo Parisi, David Shaw, Kamen Stoyanov, Mario Ybarra Jr. Tra questi scelgo le installazioni di Rainer Ganahl, le quali donano allo stand un aspetto straordinariamente ironico. Una serie di nature morte, composizioni di ortaggi e frutti, zucchine, carote e banane reali, si alternano ad ortaggi di ceramica, un meraviglioso mix tra reale e porcellana, Nature Morte / Lifes CRUNCH (Natura Morta/Economia Morta). Le opere devono essere allestite ed assemblate dal collezionista che le acquista il quale potrà costruire la sua installazione ideale a casa secondo i suoi gusti estetici ed alimentari.

Questi, a mio avviso, sono i tre stand degni di nota, ad essi affianco tre artisti notati da altre tre gallerie. La giovane artista Fiammetta Di Michele, rappresentata da Jerome Zodo Contemporary, la cui opera esposta è la traccia della performance “L’allieva”, un ex voto traccia di un momento. Grumi di lana lasciano intravvedere un tessuto prezioso, echi di un passato lontano a raccontare un attimo soffice e delicato.

Da Michela Rizzo di Venezia prendo l’opera di Cristina Treppo. Tazzine bianche di ceramica candide, scendono (o entrano) nell’angolo dello stand, sembrano accatastarsi l’una sull’altra a comporre una nuvola che racconta piccoli momenti di vita quotidiana. Quante mani le hanno prese ed avvicinate alle labbra? Circostanze di tutti, cambiano forma e diventano echi poetici.

Spiccano poi, in uno stand dedicato all’oriente, i meravigliosi scatti in bianco e nero di Yang Yongliang, giovane artista di Shanghai dal curriculum di tutto rispetto, rappresentato da mc2gallery di Milano. L’artista mixa perfettamente scene di dipinti tradizionali cinesi con oggetti comuni della vita moderna di Shanghai, disposti in modo da adattarsi perfettamente alle composizioni che, nella loro totalità, sembrano mutare se guardate da differenti punti di vista. A distanza sembrano dipinti surreali, al contrario se guardati da vicino, appaiono dettagli di un reportage di una città sorprendentemente moderna. Contraddizioni tra effimero e solidità, vigore e gentilezza, in modo da rendere l’intera immagine poeticamente armoniosa. I dettagli sono “macchie sul paesaggio”. Si raggiunge con successo un perfetto equilibrio tra fragilità e pericolo, bellezza e crudeltà. Egli porta agli spettatori non solo piacere visivo, ma anche la contemplazione e l’auto-esame delle varie preoccupazioni sociali e culturali.

We will see!!!

Jack Fisher

da Artesera TO

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