di Letizia Molfetta

Abbiamo incontrato per monitorARTI l’artista Mona Lisa Tina. Nata a Francavilla Fontana(BR) nel 1977, si è diplomata presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna, città  dove vive e lavora. La sua forma d’arte si sostanzia nelle azioni performative. Tutti gli elementi del suo percorso, come lei stessa ricorda, sono riconducibili alle tendenze post human, pur attingendo dalla body art degli anni Sessanta che riscopriva un inusuale ruolo e utilizzo del corpo come luogo d’azione artistica provocatoria, politica e sociale nei suoi limiti e confini biologici. In questo colloquio con Mona Lisa Tina, l’artista ripercorre il suo rapporto con il corpo, il pubblico e lo spazio.
Nelle sue azioni c’è un mixage di condizioni esistenziali, cadute di prospettive verso l’ignoto, il suo corpo, viene svuotato dalle funzioni biologiche e camuffato, per farsi clonazione animale e umana. Cos’è per lei il corpo?
Vivo il corpo come entità fenomenologica, fisica e cerebrale nella sua totalità di materia ed energia. Lo percepisco come luogo di infinite possibilità di contaminazione dei generi e di pensiero e come medium complesso di significato.
Il mio lavoro è il mio Corpo nudo, alterato, contaminato ed esposto. La necessità di modificarlo con protesi ed estensioni di diversa natura, nasce da un ascolto intimo di me stessa, del mio aderire a questa percezione di Corpo che si fa portavoce di riflessioni più profonde.
Qualcuno ha scritto che “ bisognerebbe avere la possibilità di modificare il proprio corpo a seconda della moltitudine di identità che la mente produce” e se ciò fosse possibile, anche se in parte lo è già, sarebbe straordinariamente vitalizzante e rassicurante.
È vero che il mio legame con il linguaggio della Body art lo si può ritrovare nella concezione della ridefinizione delle geografie corporali, di una visibilità del corpo  come materiale plasmabile e come fulcro d’indagine a più livelli; ma si differenzia da questa modalità di pensiero nell’esigenza di estensione di senso dell’intero progetto che nel Corpo coinvolge lo spazio e gli oggetti su cui intervengo e che subiscono modifiche importanti.
L’azione, quasi sempre, è un atto performativo minimale, agito in tempo reale, a cui il pubblico partecipa con attenzione quasi sacrale. Tutto si evolve nella più completa e consapevole messa in scena e si conclude nella contraddittorietà estetica e di contenuti che mette in discussione il concetto di “umano”.
In un’epoca in cui pare sia possibile pubblicizzare un prodotto o aumentare  l’audience televisivo soltanto nell’escamotage, ormai superato, dello svestimento dei corpi (sia degli indumenti che dei propri codici antropologici) propongo il Corpo che sopravvive alla banalità di chi lo vorrebbe perfetto nelle sue forme estetiche, inodore e assolutamente incorruttibile, esponendolo proprio nei limiti biologici e nei superamenti mentali e culturali iscritti nella mia stessa carne. Per questa ragione, esso è per me lo spazio aperto di contaminazioni infinite, così nell’arte come nella vita, dove la relazione tra corpo e spirito è integrata completamente.

ObscuratioHuman,  Into the core, solo per citarne alcune, diventano quasi delle pièce. Com’è il rapporto con il fruitore, il pubblico?
Credo sia doveroso accennare brevemente agli elementi che differenziano una performance da una una pièce teatrale. La performance, a differenza di quest’ultima, è una costruzione fisica e mentale, nella quale l’artista si pone di fronte al pubblico. Nella performance non esiste un copione e non si conosce il suo esito. Durante lo svolgersi di un’azione performativa, come ho già sperimentato in più occasioni, è possibile l’accadimento di piccoli “imprevisti” che possono modificare l’azione, ma che proprio per la peculiarità del linguaggio performativo, diventano parte integrante del lavoro. L’unico elemento che serve per iniziare è avere bene chiaro in mente che cosa si vuole fare, per il resto credo che la performance sia un’opera aperta.  La performance non è qualcosa che si recita, a differenza della pièce teatrale, non obbliga l’artista ad assumere il ruolo di un altro, ma è un’opera che si rende assolutamente necessaria nella misura in cui favorisce un flusso di energia che da fisica diventa cerebrale, dove il pubblico ha un ruolo di estrema importanza.  Mi chiedi in cosa consiste il mio rapporto con il pubblico: penso che per me la sua presenza sia assolutamente indispensabile, perché di fronte ad esso mi è possibile raggiungere particolari stati mentali ed emotivi; perciò se dovessi realizzare un’azione senza di esso, non sarei letteralmente in grado di farlo. La presenza di un pubblico mi infonde energia, quella stessa energia che diventa veicolo di comunicazione, in una dimensione di scambio emotivo e di tensione unica ed eccezionale, in quel particolare momento, con quei fruitori e in quel luogo. Il materiale emotivo che si viene a creare ha una forza, in termini di intensità, molto concreta e  paradossalmente tangibile. È energia creativa, vitale, che è di stimolo per nuovi progetti. Sono certa che tutto questo dipenda anche dal fatto che l’arte custodisce in sé un potenziale terapeutico reale, sia per chi la esercita sia per chi ne usufruisce.

Skin Borders è un articolato work in progress; composto da più fasi, dove lei indaga la dimensione del corpo come identità psichica e fisica transitoria. Lo scorso 11 maggio, questo suo progetto ha toccato la città di Lecce, con un incontro  dal titolo “Skin Borders – Alterazioni ed estensioni di un Corpo” presso l’aula Gradonata del Monastero degli Olivetani, Università del Salento a Lecce.
Skin Borders sarà la fine e l’inizio di un nuovo progetto. Cosa ci può anticipare?

Nell’esposizione del Corpo “Skin Borders” ha proposto l’urgenza di un’identità mobile che si sottrae al genere, alla razza, ad una fisicità standardizzata; nell’esposizione della sua carnalità, si è fatto schermo di proiezioni immaginarie, superficie libidinale e di trascendenza. Le riflessioni emerse durante lo  svolgersi di tutte le sue fasi, hanno segnato profondamente la direzione della mia indagine artistica che proseguirà, da questo momento in avanti, in modo probabilmente più intensa e consapevole. Inoltre, da Settembre in poi, sarò impegnata in una serie di progetti che mi vedranno coinvolta in collaborazioni con artisti, alcuni dei quali performers, che indagano, seppure in modo diverso dal mio, la dimensione del Corpo: tra questi Giovanni Gaggia e Massimo Festi.
La performance “Into the core”, presentata lo scorso mese di aprile nell’home gallery Sponge Living Space di Pergola (PU), a cura di Massimo Guastella, docente di Storia dell’arte contemporanea all’Università del Salento di Lecce, oltre ad essere la terza ed ultima fase del progetto Skin Borders, è già parte di un lavoro in progress di condivisione con il performer Giovanni Gaggia, “Translation”. (Di quest’ultimo è stata fatta una presentazione, sotto forma di lezione aperta con l’intervento del critico d’arte Isabella Falbo, lo scorso mese di Marzo presso il Dipartimento delle arti visive del Dams di Bologna, nel corso di Psicologia dell’arte del professore Stefano Ferrari).
La dinamica del mio percorso, sia nell’indagine personale che nella dimensione più corale con le altre identità artistiche,  vicine per sensibilità ed empatia,  seguirà una linea chiara e diretta nell’approfondimento dei contenuti e, a più livelli, nello studio sul Corpo. In questa contaminazione di linguaggi, in una ricerca di una plurale trasformazione, le location diventeranno il suo specchio di estensione collettiva. Una direzione, questa, che ritrova il Corpo come pulsante, desiderante, emozionante e soprattutto aperto a nuovi intrecci di comunicazione, nella sua dimensione più intima così come nell’incontro con l’altro.

intervista tratta da monitorarti.it

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