La mostra presenta un percorso articolato e completo tra le ricerche più importanti del percorso di Cristina Nuñez che attraverso le serie Someone to Love, Higher Self e La Vie en Rose utilizza fotografie, video e performance per analizzare il rapporto con se stessa e con gli altri. Il dolore, raccontanto senza filtri, in maniera diretta, senza edulcorazioni e senza censure, è filo conduttore tra i vari lavori. La sofferenza viene esposta, dichiarata e urlata andando contro le regole sociali che pretendono un’omertà emotiva verso tutti i sentimenti scomodi. Si tratta della  sofferenza di accettarsi e di farsi accettare, del dolore per la mancanza di amore, dell’orrore dalla solitudine e, più in generale, dell’intera parte buia interna all’uomo, quella stessa parte che si ha sempre più paura di esprimere.

 

In questo senso, Cristina Nuñez crea delle opere “contundenti” che feriscono la società intera nella finzione sempre più diffusa di una perfezione superficiale, di una gioia forzata, di una positività innaturale che si deve mostrare come strumento quasi magico per annullare la paura della morte e della solitudine, di cui si ha un terrore superstizioso. “Per avere successo bisogna avere un’immagine di successo”, ci insegnano i nostri giorni. E questa e altre frasi simili vengono ripetute finchè l’uomo non le fa proprie, appiattendosi a stereotipi emotivi, costruendosi dall’esterno e lasciando la propria architettura interna sempre più fragile, sempre più trascurata, suscettibile al crollo.

 

La posizione di Cristina Nuñez è, invece, diametralmente opposta e controcorrente. A lei interessa costruirsi dall’interno, rafforzarsi guardando in faccia le proprie debolezze, partire dall’innato odio di sé, senza tacerlo, senza nasconderlo, come percorso in salita da scalare per la ricerca d’amore. Si tratta di un’auto-analisi, di un metodo, di una ricerca, di una “disciplina dell’orrore”, dove l’orrore è la tragedia della vita, la disperazione dell’animo, il senso di fallimento. Un orrore che è, quindi, fragilità, debolezza, che non manca della sua bellezza, del suo fascino, della sua seduzione in quanto elemento vivo, reale, vorticoso, intenso, umano.

 

In occasione delle performance e dei workshop, come quello che l’artista terrà a Casa Sponge il 7 e l’8 dicembre, il pubblico è chiamato a condividere questi stati d’animo e a provare il percorso di guarigione che passa dal riconoscere le proprie sofferenze, dal guardare il proprio volto, dal conoscere la propria umanità più profonda, sfuggendo alle regole superficiali della società, salvandosi dalla sordità emotiva a cui ci ha costretto, sovvertendo la vera unica paradossale sconfitta dell’uomo: il cambiarsi per essere accettati, il nascondersi per essere guardati.

 

Carolina Lio

I Commenti sono chiusi

Iscriviti alla Newsletter!
Categorie
Archivi
Articoli più letti
  • Non ci sono elementi
Questo sito utilizza i cookies - This website uses cookies
OK