“DEIWO”

ALESSANDRO GIAMPAOLI


“…Proprio mentre si stava recando in questa città fu avvolto da una luce ed udì una voce che gli disse: <<Saulo, Saulo,

perché mi perseguiti!>>. La voce era quella di Gesù che si domandava il perché di tanto accanimento. Saulo si accasciò a

terra quando si rialzò ed aprì gli occhi si rese conto di essere diventato cieco…”

(Atti 9, 1-9)



DEIWO significa “emettere luce”: è la radice indoeuropea e l’origine del termine “divinità”. Alessandro Giampaoli (classe 1972) pone al centro di questo suo delicato e insieme forte lavoro, l’Uomo e la sua atavica aspirazione ad una perfezione “superiore”, intesa come ricerca e prova dell’Assoluto. Pensiamo, nell’Arte barocca, alla splendida rappresentazione fisica della Luce che ne ha dato il grande Gian Lorenzo Bernini (1598-1680) nel gruppo scultoreo dell’Estasi di Santa Teresa d’Avila (1647-52) per la Cappella Cornaro, in Roma: un fascio di raggi in bronzo dorato scende sul gruppo scultoreo, illuminato da una fonte di luce che agisce dall’alto, una finestra con i vetri gialli pensata per rimanere nascosta dal timpano dell’altare, in modo da rafforzare la sensazione dell’evento in senso realistico. Si può facilmente immaginare quanto tale effetto, nella penombra della chiesa, dovesse apparire suggestivo. L’irradiazione diventa simbolo della liberazione dalla materia corporea e trasfigura la Santa in “essere di luce”.
Nella serie Deiwo Giampaoli usa un bianco abbagliante che annulla lo spazio in cui i suoi “Saulo” si perdono, lottano, saltano come a cercare una via d’uscita o, semplicemente, accettano quella magia della visione e dell’apparizione che tocca i beati. Il bianco totale simboleggia il passaggio verso qualcosa di nuovo, di mistico. É quasi tangibile la sensazione di assistere ad un processo di purificazione, che implica inevitabilmente una rinuncia: l’annullamento di sé, lo svuotamento e l’adesione ad una perfezione totale ed uniformante. L’essere umano diventa piccolo piccolo di fronte a tanta Luce che tutto avvolge, costringendoci ad un confronto prima interiore, con sé stessi, per poi arrenderci al cospetto di qualcosa di assoluto, che rimane inspiegabile ma visibile, in un’evidente stato di candida purezza idealizzata.

Claudio Composti

Vedi il comunicato stampa

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