L’intervento che Sasha Vinci e Maria Grazia Galesi hanno realizzato per “Perfect Number” rappresenta un tentativo riuscitissimo di invito all’apertura mentale, per la verità troppo spesso ingessata nel pensiero conformista che dissangua lo spirito critico e annienta la curiosità dell’osservazione.
L’installazione performativa proposta s’intitola “Cosa vedi?”, una domanda che non si chiude con una risposta certa, un’espressione interrogativa che può assumere i toni di una provocazione o quelli di un invito, dipende dagli stati mentali ed emotivi di chi osserva.
L’opera consiste in una luminaria, cioè una di quelle strutture luminose che adornano i centri del nostro bel Paese, durante le feste patronali, oppure delle sagre. Si tratta di costruzioni folcloristiche di grandi dimensioni, decorate con una miriade di lucine o con fiori che, appunto, nelle occasioni di festa, segnalano la straordinarietà dell’evento.
Sasha e Maria Grazia hanno dunque assunto a simbolo culturale contemporaneo un elemento desunto dalla tradizione, evocando un passaggio costante che attraversa lo spazio e i luoghi, non senza conseguenze.

L’idea è di suscitare pensieri capaci di agire i limiti del tempo e scardinare le coordinate mentali che ci vogliono in qualche misura omologati al tutto della società dello “spettacolo” e dello sterile pensiero dominante.
Così gli esiti di un progetto partito come arte urbana diviene, se mi si concede l’espressione, arte per una filosofia urbana contemporanea. L’istallazione, pensata per interagire in modo subliminale, supera l’idea di opera contemplativa invadendo il campo dell’azione creativa nomade.
Forse per questo, gli autori, ne hanno immaginato l’accensione simultanea in luoghi differenti, ed è forse per la stessa ragione che hanno pensato di installarla nel punto più alto della struttura espositiva che ospita questa mostra. L’opera dunque si offre alla visione alla stessa stregua di un totem, quasi fosse il segnale di un’archeologia “sociale” di cui persiste la memoria, insistendo sulle potenzialità comunicative assolute dell’azione creativa e dell’arte.
I due artisti indagano sulle strutture di pensiero degli uomini, sulle forme culturali e sottoculturali, tipiche del momento storico. L’azione dello spostare l’opera e dell’adattarla al mutare del contesto paesaggistico e sociale è un ulteriore tentativo di ibridarsi all’umanità, di intercettarne l’attenzione e comprenderne le pulsioni e le attitudini emotive.
Usata per interagire in altri contesti, per lo più centri urbani con una buona densità di persone, l’opera è usata questa volta per “illuminare” un luogo montano isolato e immerso nella natura e ancora una volta modificherà il fluire consueto di tutto ciò che le ruota intorno.
Nel quesito “Cosa vedi?” si cela tutto lo spettro del possibile desiderato, immaginato, una possibilità di attingere anche al patrimonio onirico che ciascuno di noi possiede dal momento della nascita, ma non solo… Nella domanda si può intuire quello che vorremmo vedere ma anche ciò che vediamo e non vorremmo vedere, l’enfasi sublime dell’autocensura psicologica. Una sorta di gioco delle parti, tra noi e il mondo, tra sensorialità e pensiero, senza abbandonare mai il punto di vista fondante della poetica di questo lavoro che risiede nella forza del pensiero libero.
Cosa Vedi? è un opera in divenire, in costante trasformazione, che si compie attraverso il viaggio in diverse città. Tale viaggio ha avuto il suo prologo con la prima performance urbana a Scicli il 17 marzo 2013. Tutto il progetto è promosso e sostenuto da CLANG, una realtà indipendente volta alla ricerca e alla sperimentazione dell’arte contemporanea.

I Commenti sono chiusi

Iscriviti alla Newsletter!
Categorie
Archivi
Articoli più letti
  • Non ci sono elementi
Questo sito utilizza i cookies - This website uses cookies
OK