Stelle di carta.


Un piccolo lembo di cielo è visibile dal giardino della mia casa. Chiuso dalle abitazioni vicine, si offre alla vista come un’immagine in costante cambiamento. Sembra un animale selvaggio in cattività, intrappolato com’è in questo perimetro irregolare. E il suo respiro è d’un azzurro terso, è nella forma delle nuvole, è nel freddo della pioggia sulla pelle. La sua presenza aumenta, diventa ai miei occhi irresistibile, quando scende il silenzio che accompagna la notte nel paesino in cui vivo. Mille luci naturali, dotate di una diversa intensità, sembrano adagiarsi sul suo ventre seguendone il respiro. Come fossero riflessi sull’acqua, sassi sul sentiero, orme nella terra, le stelle risplendono e si lasciano osservare ancora, mai stanche, per narrare storie antiche. Hanno da sempre incantato l’uomo che le ha immaginate collegate tra loro da linee invisibili. Gruppi di stelle dai nomi leggendari che tramando racconti, danno forma al mito, e trasformano lo spazio immenso sopra di noi in un luogo dell’anima, nutrimento della magia e dell’ignoto che albergano nelle nostre esistenze. Costellazioni che con il loro apparire segnano lo scorrere del tempo, dal sorgere del sole al levarsi della luna, l’alternarsi delle stagioni, accompagnando le quotidiane azioni umane, ed indicano la rota ai viaggiatori. L’istinto al viaggio è insito nel nome della nostra galassia tanto che, nel corso della storia, si è sovrapposto, fino a fondersi, con la strada dei pellegrini, il percorso verso la redenzione e la salvezza. Tracciata da passi carichi di speranza la via conduce fino al santuario di Santiago di Compostela, località dal suggestivo toponimo che sembra derivare dall’espressione: “Campo di stelle”. I pellegrini, tra storie che raccontano di un ponte sottile come una spada che soltanto le anime pie potevano oltrepassare, seguivano stelle amiche che parevano posarsi sul terreo a tacciare una luminosa Via Lattea.

Una strada, un percorso da seguire, che questo stretto corridoio, zona di passaggio, ripropone. Appese a un esile filo che pende dal soffitto, piccolo agende dalla copertina nera si lasciano vedere, sfogliare, leggere. Pagine di diario che ostacolano, invitano e guidano il visitatore. Il progetto Ti rubo gli occhi di Alessandra Baldoni è costituito da Moleskine che l’artista invia una ad una, dopo avervi fatto un piccolo intervento, a persone diverse. L’impegno è quello di finirle e rispedirle entro un mese. Un periodo di tempo determinato nel quale viene chiesto agli autori di raccontare la propria esistenza, anche senza obbligo di verità. Si può restare anonimi come rubare l’identità altrui o ancora assumerne un’altra inventata. Le forme espressive sono tutte concesse, ma solo una è obbligatoria: la parola scritta.

Ogni diario è come una nuova costellazione, una stella che cristallizza nella sua luce una parte del proprio passato.

Cristina Petrelli.

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