Il mondo oltre il mondo – Barbara Nati

Se giungesse la fine. Se il lento ma inesorabile impoverimento delle risorse della terra valicasse il punto estremo, la discesa sarebbe un lampo. La natura svelerebbe il suo scheletro, composto da paesaggi da sempre nascosti ai nostri occhi; valli, catene montuose e colline che mari, laghi e fiumi hanno celato di era in era e che ora, ritirandosi in una vaporosa fuga, in un prosciugamento inarrestabile, lascerebbero affiorare, disegnando una nuova geografia, nuovi sconfinati territori. Luoghi di rocce, sabbie e paludi, si manifesterebbero come tracce scabrose di una nudità violata; la natura e il suo corpo nascosto, esposti sotto un sole impietoso. Ma le parole di queste frasi ipotetiche si fermano al pre-sentire, al pre-annunciare, insomma al descrivere l’irreale agendo di immaginazione, di pura astrazione. È allora la manipolazione digitale delle immagini, frutto di tecnica e arte, compiuta da Barbara Nati nella serie di opere intitolata Long time no sea, a portare sotto i nostri occhi frammenti dal futuro:

…poiché pre-vede un mondo, l’artista può pro-gettarlo, gettarlo dinanzi, di fronte
alla nostra quotidianità, aprirlo dentro il nostro mondo quotidiano” (A. Tursi)

L’arte si fa pre-visione, sguardo slegato dalla corporalità, capace di travalicare spazio e tempo non solo metaforicamente e metafisicamente, ma nella concretezza dell’immagine presente, nel suo prodursi verso lo spettatore. La fotografia strappa al mondo schegge di realtà, duplicando l’esistente nell’immagine di se stesso; segni accettati per veri perché ritagliati dal vero. È rielaborando digitalmente questi materiali che Barbara Nati compone le sue stranianti e lucide “istantanee” dal domani, mostrandoci nei dittici un “prima” e un “dopo” azzerante ogni diacronia. Immagini che nella propria veridicità sopravanzano il tangibile; un accumulo che si tramuta in costruzione di un mondo ulteriore, nel quale l’invenzione si fa indistinguibile dal reale. Oltre il contingente, l’artista edifica premonizioni visive di un mondo postumo, nel quale la catastrofe si è compiuta lasciando segni indelebili e drammatici, ma anche spingendo i superstiti a scelte pratiche inattese e sovversive:

Il termine catastrofe è dunque ambiguamente sospeso tra due significati: da un lato, esso è appunto sinonimo di rovina, annientamento, fine traumatica […]; dall’altro, in un senso più preciso […] esso designa la trasformazione, il cambiamento di direzione, la svolta. Si tratta di un modello di transizione in cui non tutto quello che si trasforma perde la sua precedente identità” (G. Bonaiuti-A. Simoncini)

Catastrofe dunque non significa in assoluto fine, ma mutazione di forma, magari
riadattamento” (A. Woodcock-M. Davis)

Dalle macerie di un ambiente e di un sistema sociale, provengono materiali da riadattare, reimpiegare e riciclare, con l’obiettivo di porre le basi per un nuovo sistema. Dopo la fine, per sopravvivere, indispensabile è saper convivere e far convivere ciò che resta; individuare l’utilità di ogni oggetto e situazione, creando connessioni inedite e propulsive tra ambiti differenti. Il primo campo nel quale applicare questo nuovo modo di essere e pensare il reale è l’architettura, per la primaria necessità di ricreare edifici nei quali vivere dopo la catastrofe. Con la serie Mists of Avalon, Barbara Nati ci catapulta proprio nelle fasi successive al cataclisma, componendo immagini di fortezze e castelli realizzate con particolari architettonici di differenti tipologie di costruzioni, assembrando così edifici-collage nei quali dettagli estranei convivono nella definizione di un nuovo insieme. Castelli innestati con lucenti condutture di fabbriche, torri di guardia ricavate da ciminiere di centrali nucleari, fortezze gotiche inglobate in fabbricati di vetro e acciaio; quella che si delinea è un’architettura basata sul reimpiego, sul riciclaggio del passato, un’architettura parassitaria nella quale ad un corpo principale si aggrappano, in simbiosi, presenze esterne:

L’architettura parassita agisce su cadaveri architettonici per ri-animarli o su corpi vivi che necessitano di un nuovo ruolo, di nuove funzionalità, di un nuovo significato o di nuovi spazi” (S. Marini)

Gli stili e i materiali del mondo anteriore si accavallano, in una scansione temporale che tramuta gli edifici in archeologie visive, nei quali l’essenza parassitaria si palesa nelle specificità di sviluppo alternativo, nell’essere mutante e nel potenziale di adattabilità estrema. Una concezione del progresso inteso non come innovazione costante, ma come riconfigurazione dell’esistente, nella prospettiva di relazioni capaci di utilizzare il presente fino in fondo. Un’idea di riuso che investe anche l’aspetto concettuale, focalizzandosi su due edifici emblematici della storia umana, quali il castello e la fabbrica; due strutture dall’aspetto simile eppure dalla natura differente. Da una parte, infatti, c’è la delimitata organicità del castello, chiuso nelle sue mura e formato da più elementi produttivi; dall’altra la moderna fabbrica, anch’essa confinata nel suo perimetro e composta da più parti, gli operai e le macchine, ma non sistema autosufficiente, bensì cellula di un corpo più esteso e ramificato. La fusione di tali concezioni sociali e strutturali, allora, mantiene in vita una duplicità sempre riconoscibile, una dualità che è sia critica, verso i lati negativi di tali sistemi, sia propositiva, nella possibile coesistenza degli aspetti positivi di queste due entità. Immagini di costruzioni dal futuro e, allo stesso tempo, segni concreti di speranza per esso, nelle quali il linguaggio artistico si dimostra capace di progettare una realtà trascendendo le finalità pratiche, caricandosi di un senso immaginativo ulteriore, che lo conduce a vedere, prima degli altri, modi alternativi di vivere e pensare sia la natura che la tecnologia, pre-figurando un mondo nel quale il riciclaggio e la simbiosi, siano costanti di un vivere adattabile e non impositivo. Tra le nebbie di Avalon si delineano castelli profetici, segnali dal futuro per il presente.

Daniele De Angelis


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