Un soffio d’aria attraversa le labbra, definitivo perché diretto lontano da esse. Ogni respiro diviene unico, irripetibile; una corrente invisibile, da miliardi di bocche si spande segnando il tempo dell’essere. Ogni respiro unico, diverso, sottratto all’ultimo, svuotandosi nel vivere. AMEN.

In verità, nella verità sensibile del soffiarsi via dal primo vagito all’ultimo sospiro, il respiro si sacralizza; pneuma prezioso e ineluttabile, sostanza accolta e allontanata, il soffio si eleva ad alito vitale, donato ma perituro, in transito nel nostro corpo. AME. Un’urna bianca e slanciata, decorata con esili rami e rade foglie, realizzata con un materiale delicato e degradabile quale è la carta, è posta sotto una teca trasparente. In una seconda teca, in forte contrasto visivo, è posta una camera d’aria, gomma industriale nera e opaca, compressa su se stessa come un gonfio budello. AMEN è il titolo della prima opera, parola conclusiva e sacra, affidamento delle proprie parole alla verità ultima; AME, anima in francese, è il titolo della seconda, aria, pneuma, soffio vitale. Questa la coppia simbolica, alchemica, dell’opera di Gianlugi Antonelli: due poli opposti, icastica dicotomia tra pieno e vuoto, tra ciò che si svuota e ciò che viene riempito, in una sorta di ciclicità materiale e concettuale. Nella proiezione inesorabile del tempo, infatti, la camera d’aria è destinata a perdere lentamente la sua aria, come corpo vivificato dallo pneuma, dal soffio che rendendo vivi dispone alla morte, allo svuotarsi fino all’ultimo respiro. L’urna vuota, al contrario, creata per accogliere, trattenere e preservare, si riempirà di cenere, presenza materiale di un’assenza. La rozzezza della gomma ruvida, gonfia di presenza, in apparenza sembra scontrarsi con la levità candida dell’urna in carta, leggera nella sua cavità. Eppure l’aria fugge e la gomma si sgonfia, restando vuota presenza di un’assenza proprio mentre l’urna riempie il suo vuoto con la presenza materiale di quell’assenza. E’ allora di questa perdita che l’artista sembra volerci parlare, del suo essere inafferrabile perché mai concretamente presente a sé ma costantemente sottratta. Lo pneuma-anima- AME vivifica nell’istante stesso in cui inizia ad abbandonare a ogni respiro il corpo, così come l’urna-spazio definito/definitivo-AMEN non accoglie semplicemente l’assenza materiale della vita, ma i resti del suo passaggio, riempiendosi di una mancanza portata via in un soffio.

Gianluigi Antonelli indaga concettualmente e visivamente le zone liminali tra presenza e assenza, tra “essere” di un fatto/oggetto e l’essenza simbolica a esso ascritta, conducendo l’osservatore verso la discrepanza di senso, una sconnessione tra forma e significato che apre la mente a una riflessione più acuta. INRI.

Su un anonimo fondale di desktop, tra curve azzurre di varie tonalità, sono disposti dei file in una riga e una colonna che si intersecano. Una croce. Le immagini/miniature dei file sono varie: oggetti, segni, loghi, foto, copertine di dischi, opere d’arte, accostate senza alcun senso o legame. La forma a croce potrebbe essere stata dettata da una particolare esigenza di comodità nel richiamare con velocità i file con il cursore; o da un gusto estetico che privilegia la divisione dello spazio in modo geometrico. A ben guardare, però, all’apice della colonna dei file ne campeggia uno dalla classificazione vaga di “images.jpeg” ma dall’immagine/miniatura inequivocabile: INRI. Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum, l’iscrizione affissa in cima alla Croce delle croci, a quell’oggetto di tortura e pena capitale tante volte usato dai Romani, divenuto simbolo della Cristianità stessa proprio per quella specifica motivazione di condanna. Per trasposizione di significato, allora, la croce con i file del desktop non è una semplice disposizione geometrica, ma La Croce. O meglio, pone il dubbio: basta l’identificazione simbolica per trasformare un segno in simbolo? Anche perché il gioco linguistico e concettuale dell’artista si fa più spiazzante e insistito, pensando a come sono definite le riduzioni grafiche dei file sul computer, ossia “icone”, termine preso in prestito dalla tradizione artistica bizantina, nella quale identificavano immagini sacre e benedette. Icone, a loro volta, sono proprio le tre stampe della serie di Gianluigi Antonelli, foto lucide e preziose, dalle dimensioni contenute come miniature medievali. Le icone-miniature-file sono profane, nessuna immagine sacra, Cristo è assente, eppure il cartiglio ci sottolinea la sua presenza. Di nuovo la presenza di un’assenza si pone allo sguardo, in un simbolo potente e assoluto; ma siamo di fronte a un simbolo? Cos’è in definitiva un simbolo? La sua esistenza travalica la forma e le nostre convenzioni? Ma queste sono forse tutte domande retoriche e l’unica che ci si dovrebbe porre è: dove alberga il simbolo in noi affinché lo si possa riconoscere?

testo critico di “PERFECT NUMBER – 9 artisti, 9 curatori, 9 stanze, 9 project room, 9 personali. terza edizione”

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