Sabrina Muzi

A volte mi sembra uno sforzo impossibile dover affrontare una giornata, pensando alle cose da fare alle difficoltà da affrontare, ai problemi che ancora non conosco, sento il peso dell’angoscia che già mi accompagna dal mattino. Soffro di un rapporto controverso con la natura, un rapporto fatto di attrazione, fascino e senso di costrizione e di soffocamento. E così mi trovo a vivere ogni giorno come un percorso in divenire, sottoposto alle angherie del tempo e ai capricci degli eventi.

In fondo le nostre sensazioni, il nostro umore, ogni singola decisione, sono influenzate dal momento, dal luogo, dalle contingenze.
Perché parlo di tutto questo? Perché è quanto vedo emergere dall’installazione di Sabrina Muzi: un insieme di elementi che fanno parte della sua poetica e della sua ricerca che si sono plasmati all’interno del luogo che la accoglie.

Una sintesi mirabile di anni di lavoro. Si incontrano la ricerca del rapporto con la natura con il senso di costrizione e soffocamento che nell’esistenza quotidiana ci circondano.
Sul nostro capo, intorno a noi, discendono dei rami, come fossero capelli, mani, radici. È un tragitto accidentato quello che ci troviamo a fare, bisogna stare attenti e osservare bene i passi che si compiono, per accentuare maggiormente le difficoltà del passaggio, l’artista si insinua essa stessa nell’installazione e si pone come un ulteriore ostacolo nell’ambiente.

“Non era camminata di palagio
là ‘v’eravam, ma natural burella
ch’avea mal suolo e di lume disagio”[1].

La negazione di spazio apre verso nuove prospettive, forse siamo di fronte a la “Natural burella” della ricerca della Muzi, un percorso accidentato che la porta verso una nuova spiaggia.

Procedere lentamente a tentoni, fermarsi a guardare gli angoli sinistri, gli spiragli di luce, pensare al tempo che passa, alla foresta che cresce, a quel insieme di rami che compongono le nostre idee, le attese, il dolore, i ricordi.
Come se avessimo di fronte un insieme di neuroni che registrano e trasmettono le nostre emozioni, e così ci scopriamo a pensare al tempo, agli impedimenti, agli ostacoli e a cercare di trovare la forza di andare avanti.
Mi scopro spesso a sentirmi il cuore battere più veloce del normale, con una stretta al torace che è difficile da gestire, imprigionato dagli impegni e dallo stress di non fare in tempo o di fare male.
In fondo anche questo stress, questa ansia fanno parte di un percorso, una strada in cui la vita moderna con i suoi ritmi stretti e i suoi tempi isterici ci costringe a passare, come se davanti avessimo un muro e solo un passaggio stretto, un corridoio che ci fa sperare in una boccata di aria nuova.

L’esterno occupa lo spazio interno. La natura invade un ambiente, ne modifica il senso, ne trasforma l’uso ed interagisce con questo rischiando anche di entrare in conflitto con questo e gli altri ambienti circostanti. È una contaminazione visiva degli elementi dell’artista con il luogo, che crea anche dei fili sottili nei confronti delle installazioni realizzate dagli altri artisti che partecipano alla mostra.

In fondo solo un lavoro di semplificazione aiuta a uscire dal caos quotidiano che ci circonda, una semplificazione di cui la Muzi si è servita anche per arrivare all’esito finale di questa installazione, e che è indice di una ricerca che è ancora in fieri da parte dell’artista. In origine dovevano essere presenti una serie di elementi che sono stati tolti via via per dare corpo a una concretezza visiva e fisica. Quest’opera non è solo da osservare ma va affrontata, attraversata e credo vissuta.

A un certo punto, quando con Sabrina abbiamo parlato del suo lavoro, la sensazione è stata che le mie paure e le mie ansie fossero anche le sue, forse diverse, forse più grandi, e che mi dicesse che c’è un percorso che bisogna fare, altrimenti dovremmo tornare indietro. Ma quello che abbiamo lasciato dietro di noi lo conosciamo e sappiamo che ci fa stare male.

“Lo duca e io per quel cammino ascoso
intrammo a ritornar nel chiaro mondo;
e sanza cura aver d’alcun riposo,

salimmo sù, el primo e io secondo,
tanto ch’i’ vidi de le cose belle
che porta ‘l ciel, per un pertugio tondo.

E quindi uscimmo a riveder le stelle”[2].



Dario Ciferri


[1] Dante Alighieri, La Divina Commedia, vol. 1 Inferno Canto XXXIV, vv. 97-99
[2] Ivi, vv. 133-139



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