E-skin. Cosmesi di desiderio sulla pelle dell’exponere

Francesco Paolo Del Re


Arte, moda, pubblicità e cosmesi condividono un identico innamoramento per le possibilità significanti della superficie. All’intersezione tra questi e altri ambiti e universi di riferimenti e suggestioni (per esempio la medicina e la scienza) si colloca la ricerca artistica di Niba. Ricerca che interroga, in modo esplicito e profondamente erotizzato, i meccanismi stessi dell’exponere, a partire da una riflessione sul significato culturale e sociale della pelle intesa come limite e stimolo per una definizione dell’umano e della sua vocazione immaginativa e desiderante.

E-skin, pelle elettronica, è il nome dato negli ultimi anni a varie invenzioni frutto di ricerche scientifiche volte a creare dispositivi che possano riprodurre artificialmente le caratteristiche della pelle umana, per applicazioni in ambito robotico o medico. E- skin è esemplificazione dell’esperienza dell’artificialità della pelle, laddove il dato di natura cede il passo all’esercizio esplorativo di una fuoriuscita dall’umano. La pelle come terreno di incontro e confronto di desideri, mascheramenti, affabulazioni, è al centro della mostra personale dell’artista marchigiana allestita negli spazi domestici di Sponge Living Space.

La scultura di Niba è di qualità iperrealista, volta alla rappresentazione di una incontrovertibile verosimiglianza, senza per questo rinunciare alle fascinazioni della fiaba e del sogno, alle iperboli icastiche di un immaginario iper-mediale, densamente stratificato e codificato (dal cinema di Hollywood al Surrealismo, dalla scena musicale punk, gothic e dark alla letteratura per l’infanzia), sondando l’archeologia di un presente che si mostra, screziato di ombre e passioni, in tutta la sua superficiale profondità.

Non solo fantasmagoria di boudoir, decadente e leziosa. Non si deve banalmente considerare i coniglietti di Niba abbigliati in tutine di latex, sospesi tra candore e pericolo, i suoi gatti umanizzati con tattoo e piercing e le sue donne in corsetto e legacci di bondage, bizzarre figurine di carrillon o insoliti idoli da campane di vetro, come frutti di un’operazione mimetica e divulgativa rispetto all’universo estetico del fetish e dell’erotismo polimorfo. Non è solo gioco complice di fan, seppure il lavoro dell’artista prenda spunto da un preciso dato biografico, da un preciso riferimento esperienziale. Niba fa di più. La pelle, nella polisemia delle accezioni di orpello feticistico e oltre, è lo stratagemma di una mappatura delle possibilità di essere e apparire corpo; è misura di una tridimensionalità dell’abitare lo spazio simbolico dell’umano. È il dispositivo che consente la solidificazione di un desiderio, la

presentificazione di un sentimento, di un’eco di fiaba. La pelle definisce un dentro e un fuori, una dimensione propria della corporeità e una dimensione opposta della non-corporeità; questa definizione si traduce nella possibilità di inglobare o sottrarre, delimitare o esternare, metabolizzando l’immateriale e certificandolo in una forma che è allo stesso tempo quella della bomboniera posata sulla credenza della nonna, dell’ex-voto devozionale e di un modellino anatomico da gabinetto medico settecentesco.

Non solo feticismo delle merci nella grande vetrina del consumo frenetico e il permanente sex appeal dell’inorganico. Se fosse solo questo a sostenere la ricerca di Niba non saremmo fuori dall’ambito proprio della produzione globale di sensi e usi dell’industria culturale contemporanea (che senso può avere la scultura oggi, dopo l’affermazione del design industriale?). Nel recupero di tecniche antiche, come la terracotta, affiancate a una sperimentazione di materiali disparati per dispiegare superfici contemporanee capaci di assumere su di sé le proprietà delle sostanze plastiche industriali, il valore aggiunto del lavoro di Niba è nel gioco cosmetico che restituisce una sacralità festosa e perturbante all’arte come oggetto, come feticcio, apparentata con la maschera e il travestimento, pur nell’accettazione delle regole linguistiche di una ludica riproducibilità tecnica che è propria di questa era. È nell’uso delle forme del design come strumento di liberazione di un immaginario erotizzato e desiderante, che agisce come un virus, risemantizzando ossimori e spostando mondi intorno all’asse dello stupore e della seduzione. Per affermare un’intelligenza della pelle oltre l’umano, oltre l’uso di poteri e piaceri, effimera soglia di transiti e vessillo di ibridazioni e contaminazioni.

Dicembre 2011

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