La mansuetudine dell’abiura

L’abiura compiuta dagli artisti contemporanei nati alla fine degli anni Ottanta si radica nel fallimento di quell’utopia politica e ideologica dell’arte che era insita nel progetto avanguardistico del Novecento.

Gli abiuratori, coloro che si posizionano nella condizione esistenziale dell’abiura, sono portatori della qualità medianica dell’ossimoro. Il fallimento genera ossimori, spalanca spazi di contraddizione, confusione e ambiguità che non si placano nel movimento pulviscolare dell’abiura. La prima contraddizione degli abiuratori, per esempio, è nella rinuncia a occupare attraverso l’arte una posizione pubblica, rinuncia che è tuttavia essa stessa una presa di posizione pubblica. Altra sbavatura è il fatto che questa abiura, per definizione atto di aderenza a una fede, si situi nel territorio dubitativo di una certa esperienza del sacro e della sua codificazione architettonica e spaziale.

L’abiura è un atto mansueto, di creature che in un qualche altro tempo o con qualche altra ragione avrebbero potuto ruggire e azzannare, ma che ora non lo fanno. Queste creature scelgono un silenzio raccolto, tramato di parole sommesse o sfrangiato da chiacchiericcio a volte troppo rumoroso e tuttavia osservato con distacco clinico, fitto di gesti familiari in paesaggi di consuetudine, addensato da esorcismi delle paure quotidiane, azzardati attraverso il consumo e la spettacolarizzazione di una pleonastica banalità dell’esistenza.

Non c’è niente di eroico nell’essere abiuratori. Né c’è una qualche forma di compiacimento o struggimento; solo una porosità contemplativa. Se la loro è una qualche forma di religione, è una religione della perdita. Quella degli abiuratori è infatti una egoistica generazione di rinunce: rinunce a valori, ideali, prospettive future. Una generazione ripiegata in un privato mappato, rarefatto o gridato. Generazione precaria, di eroi imbelli, senza costrutto. La mansuetudine prende il posto dell’aggressività, la dissuasione della persuasione, la malinconia dell’euforia.La condizione dell’abiura partecipa alla taciturna r-esistenza che si consuma nello spazio fisico e ideale dell’esperienza della metropoli contemporanea. Gli abiuratori sono paragonabili ai dissuasori stradali, che nessuno prende in considerazione, a cui nessuno fa caso, se non quando si urtano accidentalmente o impediscono il passaggio. I dissuasori stradali sono una presenza costante e spesso invisibile della nostra quotidianità urbana, attributi dell’idea di controllo e gestione dello spazio condiviso, coefficienti della sua abitabilità, inibitori della libertà e del libero esercizio della mobilità.

Mobili o fissi, i dissuasori usati per impedire la sosta o il passaggio dei veicoli nelle città possono diventare simboli di un’attitudine, situata nella dialettica tra libertà individuale e dispositivi narrativi dell’ordine sociale, di un sentimento non permanente che caratterizza un’intera generazione di eroi contemporanei perdenti in partenza, soldati interinali senza strategia di resistenza contro il reale.

I giovani dissuasori, araldi dell’abiura, possono solo contemplare il fascino della bellezza effimera colta attraverso ritratti fotografici di disarmante intensità, che condensano il vissuto privato e la qualità degli affetti (Federico Forlani), vagheggiare un fondamento nobile e sacro dell’esistenza ripensando le architetture del passato e il grande disegno anatomico, in una diaspora di simbologie personali (Michele Pierpaoli), o dissolversi nel consumo, parafrasarne e smitizzarne forme, linguaggi e rituali, dando corpo all’incubo di un’umanità violetta che, per quanto deformata e iperbolica, però forse è migliore dell’umanità incolore che ci circonda (Red Zdreus).

Novembre 2010
Francesco Paolo Del Re


Testo critico di “La mansuetudine dell’abiura” Tripersonale di Federico Forlani, Michele Pierpaoli, Red Zdreus
Vedi il comunicato stampa

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