Per arrivare a una conclusione fiorita di scatole cinesi, dissipazione e chimere, prendiamo a esempio l’amore. Non l’amore universale, il vento ambrato che aumenta il livello di entropia del cosmo. Ma un amore fra i tanti, una declinazione particolare dell’amore astratto. Cos’è e cosa resta dello stormire di quel vento inafferrabile fra quattro mani intrecciate, fra due bocche congiunte, tra i passi di piedi che si inseguono e si incontrano? Come fare per catturare e trattenere almeno una scintilla dell’energia di questo flusso, senza fermarlo, senza sprecarlo? Come fare di ogni granello di esperienza l’ago di una bussola, per assestare la rotta dell’esplorazione di un’identità?

Guardiamo da vicino le pieghe di questo farsi in amore di due individui. Nel pulviscolo dei giorni si consumano drammi che non sono meno terribili del crollo di un impero o dello scoppio di un conflitto mondiale. In un qualunque istante di una giornata qualunque, in un qualunque intervallo fra due respiri o fra due battiti del cuore, potrebbe per esempio staccarsi e cadere un capello. Uno qualsiasi dei capelli del corpo con il quale e attraverso il quale abbiamo amato e bramato, rabbrividito e provato piacere. Che fare allora? Francesca Romana Pinzari il capello che cade – questa reliquia d’amore – lo raccoglie e lo conserva. Di più. Ne fa materia prima della sua ricerca artistica, provando a rimettere in moto l’energia, a non fermare il flusso: per conservare e ritrovarsi, rigenerando senso. Aprendo una finestra verso una regione più generale del discorso, una regione affollata di sensi condivisi, di memoria culturale, di immaginario collettivo. Per ampliando lo sguardo fino ad abbracciare un’idea di amore in astratto, lei passa attraverso il farsi significante di un’esperienza particolare, il farsi pubblico di un rapporto privato. La sua vita, il suo cuore, i suoi capelli, gli oggetti che hanno mappato le sue giornate, il suo corpo. Poco altro.

Body art residuale, più che mera figurazione. La serie di lavori nei quali Francesca Romana Pinzari utilizza i capelli che le cadono e che raccoglie, come materia di segni per un’elaborazione grafica (votata al ritratto, con accenti femminili e sensuali), nasce all’interno del progetto multimediale “Love Preservation” del 2010, realizzato a quattro mani con il suo compagno musicista, Daniele Pozzovio, e si sviluppa in seguito autonomamente, come un piccolo atto di devozione o di preghiera. Questi lavori sembrano rivestire un’importanza cardinale per la comprensione di tutta la produzione recente dell’artista. C’è una stretta correlazione, in particolare, con la mostra costruita per gli ambienti antiespositivi di Sponge Living Space di Pergola, che si intitola “Soul Preservation”. È infatti centrale nel lavoro di Pinzari il tema della conservazione, intesa come strategia per fare tesoro di un gruzzolo di memoria, come investimento per consolidare un’identità pensata come dispositivo processuale e in continua ridefinizione. Se in “Love Preservation” è una storia d’amore a essere immagazzinata attraverso la conservazione di una serie di feticci, che hanno il potere di evocare particolari momenti e sensazioni della narrazione romanzesca di una vita a due nel momento stesso del suo accadersi, “Soul Preservation” ha l’ambizione di collezionare alcuni momenti salienti del percorso artistico di Francesca Romana Pinzari degli ultimi anni, investendo di un valore feticistico esempi delle differenti sfaccettature che caratterizzano la sua ricerca all’interno della forma e dell’immaginario. I feticci d’amore portati in mostra (“Love Preservation”), confezionati in barattolo sott’olio o ordinati sotto vetro con meticolosità da entomologo, si affiancano così ad alcuni piccoli reliquiari che serbano capelli composti in fogge di nitida icasticità (“Hair Pray”), che a loro volta si sdoppiano – mutando – in oggetti di caratura più tessile che scultorea (“Reliquiae”), frutto di una riflessione sul farsi superficie della femminilità e sulla metamorfosi, attraverso l’impiego di crini di cavallo (un’ennesima traccia autobiografica) raccolti e pazientemente intrecciati.

La ricerca nell’ambito della videoarte, che intende l’immagine in movimento come naturale prosecuzione e amplificazione di un’attitudine originariamente pittorica, per Francesca Romana Pinzari ha due specifiche connotazioni: da una parte troviamo video che ambiscono a una dimensione filmica, che vorrebbe assecondare sempre più per il futuro un’attitudine precipuamente registica, dall’altra video incentrati su un lavoro performativo, che si imperniano sull’esplorazione e sulla gestione del corpo stesso dell’artista. Appartiene a questa seconda categoria il video presentato a Sponge: “I am not”, del 2011, permette alla mostra di porre domande su un ulteriore aspetto della responsabilità della conservazione rispetto all’identità, riflettendo sulla globalizzazione dei linguaggi e sul valore del simbolo come passaporto delle culture. In base a quali attributi possiamo definire la nostra appartenenza nel mondo contemporaneo – sembra chiedersi Pinzari – in un contesto di generale riconfigurazione del patrimonio genetico delle culture, oltre il bordo della storia? L’incapacità (o la non volontà) di appartenere/appartenersi è pertanto esplicitata dall’artista attraverso atti compulsivi di computazione, con il sangue, e subitanea cancellazione di simboli politici, religiosi e di comunicazione. Interrogando, in questo modo, il corpo di fondo che l’immaginario collettivo deposita dentro di noi, per andare oltre il chiacchiericcio banalizzato di una mercificazione spersonalizzante.

Oltre all’impegno etico del preservare, i temi che guidano il lavoro di Francesca Romana Pinzari sono la sconfitta della morte, attraverso la ricerca di un barbaglio di eternità, la centralità del corpo, il punto di vista di genere (femminile) e il sesso come affermazione, il discorso sul feticcio letto come testimonianza e suo superamento, il nesso tra performance e autobiografia, l’ossessione registica e un’idea di arte come comunicazione, come corto circuito tra personale e sociale. Gli estremi si toccano – particolare e universale, bellezza e disgusto, corporeo e immateriale, idioletto e koinè – nei cerchi concentrici di una produzione complessa e variegata, stratificata nel tempo, nelle scelte tecniche e dei materiali, nelle emozioni e nella memoria, che merita ormai a pieno titolo di essere raccontata nella sua poliedricità un progetto espositivo come quello pensato per Sponge.

La definizione che Pinzari sceglie per sé è quella di artista visiva in transito, ponendo l’accento sull’importanza dell’evoluzione personale e relazionale e assecondando un’attitudine virtuosa a metabolizzare stimoli provenienti dall’esterno. Scomponendo le sue proprie esperienze ed eternandole all’interno di piccole o grandi casseforti o reliquiari, Francesca Romana Pinzari ordisce, forse inconsapevolmente, un ambizioso dispositivo di scatole cinesi abitabili, luoghi dell’identità, in cui osserva agire e consumarsi a vari livelli il proprio corpo e la propria esistenza in rapporto ad altri corpi ed esistenze (delle persone che irradiano luci nella costellazione privata dei suoi affetti, di chi opera a vario titolo nel sistema dell’arte e, soprattutto, di chi si trova a fruire delle sue opere, su cui transita la domanda riguardo all’identità) e a un più vasto apparato di artifici e costrutti culturali e sociali.

L’opera di Pinzari ipotizza, forse ancora una volta inconsapevolmente, l’esistenza di una complementarietà tra i processi di conservazione e dissipazione: affermare la necessità di conservarsi per sedimentarsi e conoscersi è infatti tutt’uno con il farsi altro da sé. Tra l’alienazione dell’io e la passione della scoperta del nuovo che emoziona, si consuma il potere sciamanico e animistico di una ricerca artistica che altro non è, in ultima analisi, se non un’intima e disarmante confessione di appassionata umanità, sempre in equilibrio tra perdita irreparabile e superfetazione di sè, tra saggezza e insipienza. Tra la citazione dell’identico e l’ansia della trasformazione in chimera.

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