Zaelia Bishop – Alla Gloria del Nulla. Note sul paradosso di un’ostensione in levare

Immaginiamo un giardino, il recinto di un gioco di bambini. Lasciati liberi di muoversi, i bambini giocano al centro dello spazio e non si spingono mai fino ai bordi del giardino. La Gloria del Nulla che Zaelia Bishop vagheggia è misurata nel flusso di energia mentale e simbolica che si mette in movimento nel momento in cui si visualizza il differenziale tra lo spazio del gioco e lo spazio del giardino in cui non si osa giocare.

Ha a che fare con il Tempo Perduto: è scrigno di sangue, lacrime, sudore, sospiri, urla, biglie colorate, lettere strappate… Comporta lo sperpero di un vasto apparato di parafernalia al fine di raggiungere un traguardo agognato (un luogo o una persona), ma impone sin dall’inizio al protagonista del gioco (come una Sposa che si impegna a portare con sé nell’impresa tutto, anche i beni che non fanno parte della sua dote) la precisa consapevolezza che ogni sforzo compiuto sarà insufficiente per arrivare alla fine del viaggio intrapreso.

Affidandosi alle possibilità della similitudine che la percezione dello spazio, del tempo e della memoria consentono, la Gloria del Nulla è come una cornice vuota, rivoltata e appesa al muro, con una fotografia visibile all’interno, immagine condensatasi nella porzione di parete ritagliata. La Gloria del Nulla è la perfezione del dentro/fuori, la polarità del fas e del nefas che istruisce lo spazio e le regole del gioco. Gioco dell’artista e gioco dello spettatore, pari per impotenza e costrizione, al centro del giardino.

Da questo concetto, o meglio da questa attitudine insieme sontuosa e sottrattiva, è ispirato l’intervento installativo site specific intitolato “Alla Gloria del Nulla” che Zaelia Bishop presenta nell’ambito della seconda edizione del progetto PERFECT NUMBER, ospitato dal 29 luglio al 4 settembre 2011 negli spazi di Sponge Living Space a Pergola (PU).

Dal soffitto dello spazio espositivo Zaelia Bishop sceglie di fa calare una serie di elementi sospesi per mezzo di fili sottili intrecciati, simili a capelli. Altri reperti ingemmano pavimento e pareti. Elementi naturali, vegetali o animali, armati di disidratata pericolosità, concrezioni fossilizzate di un tempo immemore, nodi di parole per carteggi afasici, argini in cui è stato lasciato scorrere il fiume della memoria fino a non trattenere più l’eco di un’acqua, memoria che si sclerotizza in un lacerto fotografico, in una congettura biografica, nella sbiaditura di una passione, ansito di un futuro passato.

Ricorrono gli elementi che caratterizzano la personale grammatica espressiva dell’artista: non evenienze casuali, ma epifanie di un’attitudine elettiva che vengono investite dello smisurato potere evocativo di spalancare mondi, di condensare ricordi, di distillare il dolore e amplificare il sentimento, di assurgere a vettore presente di un rimosso, di un desiderio estenuato, di un delitto vaporizzato, di un rinunciatario trionfo, di un rituale smarrito e senza istruzioni.

Tutti insieme gli elementi apparecchiati compongono un cerchio sospeso, inscritto nella geometria domestica dello spazio espositivo. Il disegno di questo cerchio condiziona lo spazio, modifica le possibilità della sua fruizione, determina la sua funzione d’uso. Il cerchio tracciato evoca un luogo sacro, luogo del compimento di un rituale. Delimita un dentro e un fuori. Impone al visitatore di non adagiarsi in un ruolo di fruizione passiva, di ricezione retinica dell’enunciato artistico, ma sollecita una scelta di posizione rispetto al dentro e al fuori istituito e a tutte le ingombranti Assenze che la punteggiatura dello scarno intervento dell’artista ha il potere di evocare. Allo spettatore la responsabilità di non ignorarle e far sì che la Gloria del Nulla abbia respiro.

Francesco Paolo Del Re, luglio 2011

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