Adelaide. Ovvero: quattro volte (e mezzo) la Vergine Maria

La retorica post-unitaria si è appropriata con felice – chissà quanto consapevole – intuizione dell’unico codice comunicativo davvero trasversale per questa accozzaglia di genti, lingue e tradizioni che da un secolo e mezzo insistiamo a chiamare Paese. La religione cattolica. A sua volta prodotto sincretico e sintetico di una meravigliosa congerie di riti e miti. Sedimentati nel tempo, stratificati nella prassi e nella Storia.
Eccezionale, dunque, l’azione mimetica che ha traslato l’epopea risorgimentale nel campo del sacro, attraverso l’esaltazione delle cruente reliquie dei martiri della patria.
I pallettoni estratti dalla coscia di Garibaldi, magicamente moltiplicati quasi l’Eroe fosse il paglione di un tiro a segno, finiscono equiparati a quella portentosa collezione di chiodi e Sacre Spine che ha fatto di Gesù Cristo un autentico puntaspilli.
Nel fissare la laica liturgia del nuovo Stato, esaltato anche sul piano lessicale da una stretta assonanza all’immaginario cattolico (dall’insistenza sul tema del sangue versato al ricorso quasi morboso a termini che vanno dal martire al sacrificio) larga parte ha avuto il Museo, Chiesa dove celebrare la stirpe di nuovi Santi. Ed è proprio nel Museo del Risorgimento di Pavia, considerato tra i più ricchi d’Italia, che ci si imbatte nella incredibile vicenda della famiglia Cairoli.
Adelaide, madre matrona che fece della propria casa – persa nelle risaie della Lomellina – una testa di ponte nel corso delle Guerre d’Indipendenza, offrendo ricovero e riparo ad una serie infinita di cospiratori; guidando – così vuole la tradizione – decine di operose mani di massaia nella cucitura delle camicie rosse. Adelaide, eroina del Risorgimento, è la novella Maria. Anzi: è quattro volte e mezzo Maria. Che se una ha visto il sacrificio dell’unico figlio, spento su una croce, l’altra ha dato alla Dea Patria le vite di quattro figli maschi. Ernesto, caduto con i Cacciatori delle Alpi nel ’59; Luigi, stroncato a Cosenza dal tifo mentre era a seguito dei Mille; Enrico, morto alle porte di Roma nel ’67, in quel primo maldestro tentativo di presa della Capitale che sarà fatale – un anno dopo – anche a Giovanni, perso dopo un anno di agonia a seguito delle ferite riportate a Villa Glori.
Quattro figli donati alla patria. Quattro e mezzo: Benedetto, il primogenito, per tre volte presidente del consiglio dei ministri, finì i propri giorni appoggiato a un bastone per essersi frapposto tra Umberto I ed un attentatore meno determinato di Gaetano Bresci.
Nelle sale del museo pavese la ricostruzione precisa del salottino che accoglieva, a Villa Cairoli, gli animi turbolenti dei giovani rivoluzionari; i ritratti fotografici tradiscono l’arroganza delle idee; la vetrinetta, dietro il canapè, diventa reliquario per cimeli lordi di sangue.
Parte da qui, da Pavia, dallo stillicidio della famiglia Cairoli un percorso mentale nell’idea di fratellanza. Parte da un riferimento all’avventura del Risorgimento che si scopre indotto dai tempi – e quindi dovuto, imprescindibile: dettato dalla coincidenza di un anniversario, il Centocinquantesimo, per tanti indigesto come la visita di cortesia, a Santo Stefano, alla zia Olga. L’odore di naftalina di un salottino incastrato tra Palazzeschi e Gadda, caramelle al rosolio ormai vizze.
Ma c’è modo e modo di saldare un debito. BiancOnirico, giovane collettivo pavese che in occasione dell’Unità d’Italia interviene proprio nel Museo del Risorgimento della sua città, sceglie di farlo con fresca e franca strafottenza. Come quanti si presentano a pagare una multa con il sacchetto dei centesimi rossi.
Che ne sarebbe, della mitologia dei Cairoli, se Adelaide avesse messo al mondo un sesto figlio? E se quest’ultimo avesse visto esaurita, in chi l’ha preceduto, la carica di coraggio e amor di patria che ha cesellato il nome della famiglia nel marmo delle lapidi agli incroci delle strade?
Quali reliquie potrebbe offrire il figlio minore, il figlio peggiore? Il reietto, l’errore, l’inefficace e inefficiente? Bianconirico interviene inserendo, nelle immagini dell’epoca, la figura stranita del sesto Cairoli. Riproduce la documentazione fittizia che celebra la sua nullità: miseri trofei di un ubriacone, perdigiorno (s)travolto dall’inedia e dall’insipienza. Per questo forse meno figlio? Solo per questo, forse, meno fratello? Che risposta attende, dunque, l’interrogativo d’artista: Fratello, dove sei? – eco dell’ironica enigmatica Odissea che Joel ed Ethan Coen (due fratelli!) hanno tradotto sul grande schermo nel 2000?
Lasciamoci vincere, allora, dalla caduta in una vertigine che annulla ogni possibile sovrastruttura culturale; grattiamo con le unghie la terra per spingerci verso una nuda e durissima idea archetipica di fratellanza. Mistero di una genetica che rende unici e irripetibili gli individui nati da una stessa coppia, quasi a ricordare che non c’è fordismo in Natura; meraviglia di un nodo che la chimica intreccia parlando a tratti al sangue, certo; quante volte invece al cuore e alla testa, a quelle affinità elettive nelle quali riconoscere intensità imprevedibili e indicibili.
Attrazione fetale, attrazione fatale: ad introdurci nella tensione dell’intimità è Little Sister, dittico con cui Domenico Buzzetti racconta l’insopprimibile spinta al contatto carnale, mortificata infine nel nichilismo di una rassegnazione senza ritorno.
È dunque il tema del corpo, della fisicità, di una scarna rudezza ad esplodere in modo incontrollato e incontrollabile: non poteva che venire dalla scultura Daniele Italia – omen (cog)nomen! – e non poteva non trovarsi a proprio agio tra videocamere e fotogrammi. La prova nelle sue Emersioni, ancora un dittico, ancora una coppia separata dall’ineluttabile. Già. Ma separata rispetto cosa? Carni in torsione che sfidano e vincono la naturalezza – senza imbarazzi – bagni di luce livida a piegare un buio mai tanto livido e gonfio.
Morbidi o meglio: morbid, malefico e malizioso false friend. Ecco Giulia e Piero, candidi ritratti con cui Federico Forlani offre il gusto di una educatissima e castigata perversione. Sguardi molli, perduti. E quella mano, con cui Piero carezza senza peso – stringe – il collo della sorella.
Fratellanza, fin qui, nella dimensione intima e privata di rapporti peer to peer, confusi tra sessualità e sensualità. Somme di singolarità che si attirano e respingono. Mentre Mona Lisa Tina, con la documentazione fotografica di Human, performance di intensità raggelante, sposta il livello dell’indagine ad un livello macro. L’uomo diventa alieno alla realtà, e quindi alieno in senso letterale: solo, nudo, maschera ferina che tradisce – nonostante tutto, benché in balia di orribili strumenti che ne svelano la natura di cavia – una esplosiva carica energetica.
Tradotta, da Sabrina Muzi, in una inedita metamorfosi con l’elemento naturale. Inedita perché i pannelli di Wildernesses, nati nel contesto di una residenza d’artista in Estremo Oriente, sono per la prima volta esposti al pubblico in Italia. Inedita perché l’intreccio di radici che genera gruppi, volti e silhouette profuma di terra, trasuda vita. Riluce umido di una insopprimibile carica vitale; capace di evocare i petali stravolti del gelsomino pascoliano.
Anche Claudia Gambadoro porta acqua al mulino del rapporto tra l’uomo e l’elemento che lo circonda. Non più mimesis con la natura, ma – nella serie degli Inner drawings – esaltazione di un rinnovato Lessico familiare per immagini: la casa, spazio dell’intimo, ospita presenze gentili; accoglie il segno – in senso letterale – di chi la abita: fotografie di stanze dove tratteggiare, nella consuetudine rituale di movimenti umili, momenti di (stra)ordinaria comunione.
Dalla dimensione più privata che si possa concepire ad una esaltazione della pubblicità del corpo e – per estensione – dell’idea di fratellanza, di familiarità. Arriva da Rita Vitali Rosati e dalle pagine del suo ultimo libro d’artista, Ahi!, la riflessione critica sull’abbruttimento massmediatico del presente. Della carrellata di fotografie che Rita, alla Schifano, ha scattato alla televisione scegliendo di eternare così alcuni tra i fatti di cronaca più importanti degli Anni Zero, abbiamo scelto il fotogramma di un tiggì del luglio 2001. La camionetta dei Carabinieri, buia dello stesso buio dell’asfalto. La fortuna cromatica di pochi dettagli: la targa, bianca come il mozzo della ruota di scorta; la striscia sulla fiancata, rossa dello stesso rosso dell’estintore, nascosto appena nella grana dei pixel. Dalla morte dei fratelli Cairoli a quella di Carlo Giuliani, come dire: da una retorica ad un’altra. Il cinismo dell’idea – ideale? Ideologia? Fate voi! – che si abbevera nel sangue di una danza macabra che celebra, con l’olocausto, la propria ragion d’essere. Trovando, nel caso specifico, un nuovo accento tragicamente parodistico: Adelaide Cairoli ed Adelaide “Haidi” Giuliani. Madri che rispondono con profonda diversità al volontario (?) sacrificio dei figli. Nel lutto più compito la prima. Nell’azione politica la seconda.
Resti sottotraccia, però, la provocazione di Rita Vitali Rosati. Si torni a Federico Forlani, che in Brotherhood chiude nel cassetto ogni possibile accento morboso e presenta la candida passione che lo lega al fratello; offrendo con generosità – condizione indispensabile per essere artista – la sua vita e la sua fragile magnifica potenza. Voli alto infine l’Aquilone di Daniela Cavallo, invisibile, tenuto per mano dal filo ritorto che la sorella dell’artista si trascina imbarazzata lungo i cocci di una scogliera implacabile. Macchia rossa stesa su un soffocante muro di luce.

“Alla fine disse che gli uomini bevono il sangue di Dio senza capire l’importanza di quello che fanno. Disse che gli uomini vorrebbero agire seriamente ma non sanno come fare”
(Cormac McCarthy – Oltre il Confine)

Francesco Sala

Testo critico di “Le Petit Poucet – dietro ogni briciola un artista” sezione fotografia
Vedi il comunicato stampa

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