La mia generazione ha un trucco buono
Critica tutti per non criticar nessuno
E fa rivoluzioni che non fanno male
Così che poi non cambi mai
Essere innocui insomma che sennò è volgare

Manuel Agnelli

Probabilmente non sarà necessario ricordare la prima metà del 2012 se non per la bomba di Brindisi e il cucchiaio di Pirlo a margine di Italia – Inghilterra. Senza escludere che persino questi due eventi ad oggi tanto furiosamente impattanti sulla prosopopea nazional- popolare finiscano presto in cavalleria, superati da chissà quale altra nefandezza di nera a danno di giovani donne, e in attesa che le Olimpiadi di Londra appaghino con nuovi eroismi la nostra sportività da divano.

Con buona dose di revanscismo nei confronti di un vago e tentacolare ordine costituito il sistema dell’arte manda – forse – in archivio la Stagione delle Occupazioni. Quella chiassosa e sconclusionata di MACAO, capace di accendere i riflettori su Milano; quella del padiglione anarcoide alla Biennale di Berlino; infine quella performativa di Marzia Migliora al MAXXI. Storie diverse per necessità differenti, declinate però secondo azioni idealmente affini.

Con il disincanto ironico e guascone che contraddistingue le sue azioni recenti, Bianconirico porta sul tema un contributo critico di scanzonata vitalità. Occupare, sì. Ma cui prodest? Fatta salva la profondità dell’azione della Migliora, che nulla ha a che vedere con l’accezione comunemente diffusa di occupazione, le altre iniziative messe in campo da artisti o gruppi di artisti si sono risolte in prodotti che poco o nulla hanno lasciato di significativo.

Prova ne è, proprio a Milano, il risultato della lotta dura e senza paura messa in atto nell’ambito di MACAO: perso qualche pezzo per strada si è risolta in OCA, evento patrocinato dal Comune in pieno ossimoro con l’idea stessa di contrapposizione al vituperato canone di una cultura ingabbiata dalle regole. Una occupazione mediata e controllata, ultimo collettore di iniziative che senza grida e strepiti non avrebbero avuto la forza di stare in piedi.

Le occupazioni di oggi, chissà quanto diversamente rispetto a quelle ordite dai nostri padri ed entrate nella mitologia del sessantottismo, si risolvono spesso in molto rumore per nulla. Legittime ma inefficaci valvole di sfogo per chi, troppo giovane, si è perso la stagione eroica degli ideali e chi, ormai troppo vecchio, si vede confinato ai margini della comunità creativa che conta. Un gioco, insomma; una bolla di sapone che diverte il tempo di un soffio.

Se nulla rimarrà a testimonianza della Stagione delle Occupazioni allora questa è fine a se stessa; traslando dunque l’idea dell’art pour l’art merita di essere raccolta e messa in valore per ciò che è; persino musealizzata. Seguendo il filone di una finzione storica orchestrata e manipolata con gusto, Bianconirico crea quindi un ideale Museo dell’Occupazione. Partendo dalla menzogna, ovviamente: quella dei fatti avvenuti nel 2005 nell’inesistente Palazzo Rota in Milano.

Volantini gonfi di copia e incolla, slogan raffazzonati e raccogliticci contro la “privatizzazione dei privati”; teche che conservano i cimeli della contestazione (lattine di birra calda del discount, plettri e cilum), la meraviglia à la Spoerri di un cartone per la pizza da asporto incorniciato come fosse un Rembrandt. Resti miseri ed insieme potenti che raccontano l’illuso sfarfallare di generazioni orfane dell’ethos. Non ci resta, insomma, che sperare in Balotelli.

testo critico di “PERFECT NUMBER – 9 artisti, 9 curatori, 9 stanze, 9 project room, 9 personali. terza edizione”

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