Un bambino si aggira col suo triciclo lungo la linea della vita, canticchiando una filastrocca

“Foridentro sono contento, dentro fuori via tutti i dolori.
Foridentro sono contento, dentro fuori via tutti i dolori.
Foridentro sono contento, dentro fuori via tutti i dolori.
Foridentro sono contento, dentro fuori via tutti i dolori.
Foridentro sono contento, dentro fuori via tutti i dolori.
Foridentro sono contento, dentro fuori via tutti i dolori.
Foridentro sono contento, dentro fuori via tutti i dolori.
Foridentro sono contento, dentro fuori via tutti i dolori.
Foridentro sono contento, dentro fuori via tutti i dolori.
Foridentro sono contento, dentro fuori via tutti i dolori.
Foridentro sono contento, dentro fuori via tutti i dolori…”

Il bambino compie scelte continue, in ogni attimo. E’ la natura a guidarlo, il destino ad accompagnarlo: chi tiene il timone del viaggio? Chi incontrerà lungo il suo cammino? Uno sciame di fate brillanti, orchi dall’aspetto feroce che si dimostreranno docili al di là dell’apparenza, giorni regolari, giorni da dimenticare, giorni di sole splendente e di tempesta accecante. Senza poterci far nulla, la vita gioca con ognuno, assegnandogli ora una nonnina gentile capace di eliminare il lupo appena bussa alla sua porta, oppure un genitore impazzito, che si aggira con un’ascia, ossessionato dal fatto che sia il mattino – cioè l’infanzia- ad avere “l’oro in bocca”!
Non si può mai sapere a che gioco sta giocando la vita: ciò che è importante tenere a mente è piuttosto il sorriso, un’arma che l’individuo può utilizzare per aggirare gli scherzi della Natura, sviluppando una capacità d’osservazione trasversale ed ironica, capace di insegnare al prossimo non tanto verità intelligibili, ma semplicità quotidiane, restituite con quel pizzico di sale che rende gustosa una visone qualunque, grazie ad intelligenza ed acume. Le opere di Stefano Scheda dichiarano un gioco perpetuo, sempre chiaramente riconoscibile: l’obiettivo carpisce quello in cui l’artista è immerso e lo restituisce facendolo diventare comune a chiunque osservi. Il suo gioco è serissimo, come può esserlo per un bambino che lo crede vero. Proprio questo è il genio che viene ad abitare le immagini dell’artista, grazie ad esso così pregne di quel punctum barthesiano che le rende tanto vive. E tanto vere. Il gioco messo in scena negli scatti di Stefano Scheda, che coinvolge sempre in qualche modo la natura, è lo stesso definito da Aristotele come un genere di attività compiuta in virtù di se stessa, che abbia come unico fine il diletto. Così definito il gioco parrebbe un’entità estremamente egoista, invece la sua magia è proprio quella di saper coinvolgere gratuitamente chiunque ne accetti l’invito spensierato e goliardico. Giocatori possono essere gli uomini ma anche la Natura; a volte entrambi, insieme, consapevolmente o inconsapevolmente. Stefano Scheda osserva il circostante e da esso si lascia osservare: carpisce piccoli elementi costituenti e poi li fa propri. Cose che gli occhi comuni non sanno vedere o nemmeno registrano come interessanti, grazie al suo obiettivo si trasformano in curiosità sorridenti; come, ad esempio, l’edera che si diletta a crescere, ammantando qualunque cosa tocchi fino a ricoprirla come un mantello di verzura che ne prende la forma: arte topiaria istintiva, generata dall’intelligenza della Natura e non dall’artificio dell’uomo, per questo capace di scatenare sorpresa. Un gioco talmente
naturale in cui risulta divertente veder sbocciare l’artificio: acciaio tirato a lucido e pronto per essere utilizzato che sboccia nel bel mezzo di una siepe; il legno degli arredi di una vecchia camera che ad un tratto germoglia, dimostrando un’ostinata inquietudine. Molti i modi per raccontare di una nuova vita, che essendo al mattino della propria esistenza, possiede una bocca piena d’oro e di possibilità e fluttua attraverso i proprio simboli su di una superficie d’acqua inquieta; oppure spunta dalla crepa di un muro prima di andare a riposare, sotto una coltre di legno e mattoni che ricorda come l’infanzia, il luogo delle possibilità infinite, sia anche piena di regole ed insegnamenti da assimilare; una vera e propria REDRUM, alla quale si deve sopravvivere. Perché la libertà, quella vera, arriva con l’età adulta, quella risolta e riuscita, che permette di “sfogliarsi” del superfluo, restando forti della propria nudità e che permette di camminare tranquillamente con le radici nell’acqua ad osservare gli altri alberi alla deriva, coloro che sono ormai sradicati e fuori luogo e si ritrovano a lasciarsi trasportare laddove la corrente li porta. Spogli oppure col residuo ridicolo dei loro belletti. Proprio per questo diventa fondamentale ricordarsi che per quanto possa essere una tortura, “il mattino ha” davvero “l’oro in bocca”!

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