In levare è un movimento ascensionale, un’orazione candida, il senso di una spinta ideale verso il cielo. In musica, tra il battere e il levare passa una differenza di sostanza e di vigore: il primo è l’accento forte, della presenza e della marcatura, il secondo è l’accento della levità o dell’astrazione. Una sintesi che – traducendo anche in una chiave visiva – unisce nel bianco tutte le sfumature di colore e assottiglia il volume, riducendolo all’essenza.
Il ritratto che Giacomo Rizzo regala al paesaggio di Casa Sponge è un’opera pensata “in levare”. Fatta di materia pesante, di memorie di terra e di bosco, ma consegnata a un’immagine astratta: il doppio assoluto dell’oggetto, la sua icona essenziale. Si tratta proprio di un ritratto, rubato a un fazzoletto di terra arata, a valle del casolare: fare il calco al suolo, come se fosse un volto da trasformare in reliquia, una vibrazione da intercettare, una memoria sacra ed affettiva da custodire. A tradursi in scultura è l’impronta fisica ed emotiva di un luogo, poi ricollocata altrove in una chiave inattesa, in forma di omaggio monumentale.
Su un pezzetto di prato, di fonte a Sponge Living Space, due monoliti bianchi dialogano col panorama, da un lato guardando verso l’edificio, dall’altro affacciandosi sulle distese seminate. Sono le orme di due zolle di terra, di cui Giacomo Rizzo ha calcato l’aspetto, la grana, l’ondulazione. Invertendo, però, la direzione. Non più un frammento a livello del terreno, ma due corpi svettanti, stagliati contro il cielo. Il gioco è quello dell’inversione, una dinamica di contrasti ed imprevisti tra il verticale e l’orizzontale, l’ascesa e il radicamento.
Un terzo elemento prosegue sulla scia della stessa declinazione. È la traccia di un tronco d’albero, scovato pochi metri più in là a vegliare sui campi coltivati. Dal calco di una porzione di corteccia viene fuori una nuova scultura, in dialogo con le altre due, stavolta secondo direttrici opposte: dall’orizzontalità dell’arbusto alla verticalità del suo doppio in gesso, steso al suolo.
In ballo ci sono una serie di riflessioni sull’idea di scultura, sul volto del paesaggio e la sua interpretazione, sulle possibilità del calco come istantanea differente e immacolata. E c’è una suggestione che riporta al senso della relazione tra natura e architettura. L’immagine che viene, di fronte al gruppo scultoreo In levare, è quella di un piccolo nucleo di rovine: due porte, una colonna, tre reperti di un tempio utopico, rinvenuto in un angolo di collina. L’opera, testimone di un’archeologia del presente, si fa costruzione architettonica che articola lo spazio, lasciandosi abitare dal paesaggio intorno e da chi lo attraversa. E così, in questa sinfonia di contrasti, il tempo dell’astrazione, della memoria e della leggerezza, si compie. Come un dono silenzioso da porgere al luogo, alla sua storia, alla sua geografia fisica ed emozionale. Miraggio di un’architettura irreale, straniato nel cuore del bosco.

Helga Marsala

 

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