di Jack Fisher

I don’t believe in Fairy Tales è il titolo della performance che Joy Coroner presenta negli spazi della home gallery Sponge Living Space.
Un‘azione per un numero di persone ristretto (41), per presentare il festival dedicato alla danza ed alle arti visive “Dance Immersion 2010”.
Dieci domande per conoscere l’artista e la sua poetica.

Jack Fisher: Buongiorno Joy Coroner, come hai iniziato ad essere artista?
Joy Coroner: Quando ho cominciato a fare performance audiovisive negli anni tra il 1999 e 2003. In due occasioni ho sonorizzato dal vivo film realizzati da maestri del cinema muto. La riflessione sul suono legato all’immagine mi ha dato la spinta giusta a proseguire la strada. In seguito ho anche composto colonne sonore per diversi autori oltre che per tutti i video di Domenico Buzzetti.

Su quali basi si fonda la tua poetica? Me la puoi descrivere?
La mia poetica si fonda sul suono e sul significato che hanno le frequenze sulle emozioni. Lavoro in modo astratto dando massima importanza all’emozione. Mischio elementi provenienti dalle fonti più disparate, spesso discordanti fra loro. Ultimamente nelle mie composizioni utilizzo alcuni strumenti giocattolo, mi piace come suonano nella loro delicatezza e imperfezione.

I don’t believe in Fairy Tales è il titolo della tua ultima opera, quale è il senso?
Riguarda il passaggio alla vita adulta, quando si smette di credere alla propria fantasia per passare a credere a cose più “adulte”: denaro, politica, religione.
Quello che non cambia è il voler credere a qualcosa, la certezza è che tutto risulta molto meno divertente.

Cosa intendi per favola?
Tutto quello in cui crede il giovane. La fantasia nel suo massimo splendore. E’ un idea romantica che si discosta un po’ dalla realtà, ma siamo comunque dei sognatori, no?

Mi puoi descrivere come nasce un tuo lavoro?
La creazione musicale e sonora è molto libera; parto da un concetto, un campione sonoro o un’idea ritmica, metto in atto la labile traccia che ho in mente, ascolto il risultato in loop e mi dedico per ore ad aggiungere/togliere/aggiustare le varie sezioni, lavorando infine sull’arrangiamento vero e proprio. Normalmente dell’idea originale rimane poco, questo perché consento al suono di mutare a proprio piacimento.
Io creo l’inizio, poi mi lascio trasportare.

Quali sono i tuoi riferimenti stilistici?
Mi è impossibile essere sintetico: Vex’d, Jesus Franco, Groucho Marx, Bong-Ra, Foetus, Dubstep, Lucio Fulci, Buster Keaton, Michel Chion, Venetian Snares, Einsturzende Neubauten, Breakcore, Richard D. James, William Gibson, l’Actor Studio, Bach, IDM, Chris Cunningham, Grieg, Frank Zappa, Neil Gaiman, Wendy Carlos, Kraftwerk, 16bit, la musica Valtellinese periodo 1996/2003 e ovviamente Billie Holiday e Carl Stalling omaggiati con questo lavoro.

La contaminazione mi sembra sia alla base del tuo lavoro, musica, danza e tecnologia in che modo combini tutti questi elementi? A quale scopo?
Combino tutto quello che ritengo interessante e che possa comunicare il giusto messaggio, che, trattandosi di un messaggio perlopiù sonoro, non sempre è chiaro.
Mi affido molto all’istintività dell’ascolto.

Che reazioni vuoi scaturire nel pubblico?
Una reazione piena di emozione, superata da una breve fase di sconforto.
Joy Coroner non mette comodamente a sedere l’ascoltatore, non faccio mai mancare un elemento di disturbo, perché tutto non può essere al suo posto, l’essere umano non è così. Adoro mischiare dolci melodie a del sano rumore o a ritmiche distorte e sature. Il mio passato da “terrorista” sonoro non se ne può stare quieto.

Che progetti hai in cantiere?
Proseguire con le due facce di Joy Coroner: la parte riflessiva con la ricerca sul suono, il rumore, la performance e la visione. L’altra parte è quella istintiva fatta con canzoni dalle ritmiche forti.

Chi è Joy Coroner? Perché la scelta di questo nome?
I am not Jesus though I have the same initials” (Pulp / Jarvis Cocker ‘Dishes’)
Joy Coroner è un ruolo che rivesto quando lavoro sull’audio.
Sulla scelta del nome ci sono due versioni:
1. Joy Coroner nasce nel 1999 come side-project di Joseph C (mio vecchio pseudonimo), il nome doveva esprimere due sentimenti distanti fra loro e suonare come se fosse nome e cognome, effetto avuto modificando il nome Joey facendolo diventare gioia.
2. Ho rubato il nome ai Joy Division.

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