Trieste… Ogni volta che mi trovo qui, l’aria diversa, la luce intensa o, forse, un odore particolare, risvegliano in me la voglia di ricerca, di studio… la voglia di interrogare qualcuno.
Questa è la volta di Roberta Ridolfi, critico d’arte e giornalista. Tra noi c’è un rapporto fraterno, collaboriamo e ci sosteniamo a vicenda dal mio primo passo nel sistema arte.
Mi concentrerò, oltre che sulla persona, sul suo ultimo progetto Contemplazioni d’Arte, un’opera di umanizzazione degli spazi comuni degli Ospedali Riuniti Marche Nord.
Sculture, fotografie, graffiti, stencil, dipinti ed installazioni hanno letteralmente invaso sale d’aspetto, corridoi, pareti esterne e giardini degli ospedali di Pesaro, Muraglia e Fano.
È incredibilmente emozionante passeggiare per questi spazi, vederli diversi, vivi, luoghi in cui la mente trova una via d’ uscita, una valvola di sfogo.

Roberta Ridolfi (1968) ha curato mostre per numerose gallerie italiane, enti, fondazioni e pubbliche amministrazioni. Ha pubblicato diversi saggi di estetica e creatività contemporanea e realizzato numerosi cataloghi pubblicati da case editrici quali: Electa, Charta e Essegi. Ha scritto per periodici tra cui Flash Art, Segno, Juliet, Tema Celeste, Arte e Critica, Exibart, Il giornale dell’arte e collaborato inoltre con i seguenti quotidiani: Il Resto del carlino, Il Messaggero, Il Corriere Adriatico, La Repubblica, Il Sole 24 ore. La linea critica che ha condotto è sempre stata attenta alle nuove fenomenologie dell’arte, alle esperienze estetiche che indagano e travalicano i limiti del corpo e alla forza espressiva dell’arte non convenzionale. Roberta conduce una ricerca critica militante fin dai primi anni 90.

Roberta, come nasce il progetto Contemplazioni d’Arte e quali sono gli ospedali coinvolti?
Il progetto nasce dal desiderio di portare l’arte in spazi non convenzionali e fuori dal “sistema dell’arte”, un’idea che avevo da tempo in verità, poiché l’esperienza con le gallerie private e i luoghi espositivi pubblici non mi sembrava più un approdo. Anzi, sentivo che l’arte necessitava di molto altro e che non era più possibile viverla  solo come in una bolla felice, un mondo a parte. Il progetto sottotitolato poiArte in Ospedale è stato ed è una sorta di prova di forza culturale. Un modo per ricondurre l’arte agli spazi reali della vita, quelli cioè dove le parole paura, felicità, dolore, sofferenza e speranza non hanno un significato astratto ma alludono a qualcosa di reale che sottende all’esistenza. Vedi, credo l’arte abbia ancora molto da dire, il problema è che il sistema  le ha messo spesso il bavaglio, riducendola a “griffe” alla moda. Io credo che solo vedendo l’effetto che l’arte è in grado di produrre sulle persone che non l’hanno mai conosciuta possa rendere giustizia a qualsivoglia giustificazione per un progetto del genere. Far entrare l’arte in corsia  significa credere che essa possa avere un valore sociale, oltre che culturale e cosa più importante possa alleviare la mente e lo spirito di chi soffre. Gli interventi artistici inaugurati fino ad ora hanno coinvolto i tre presidi dell’Azienda Ospedaliera Ospedali Riuniti Marche Nord e cioè : San Salvatore e Muraglia di Pesaro e Santa Croce di Fano.

Riqualificare uno spazio così connotato è una necessità? Perché?
Si, credo sia una necessità. Non si può pensare un ospedale come un luogo asettico, amorfo in cui curare il solo corpo. Certo curare fisiologicamente una malattia è primario e sacrosanto ma, non è possibile pensare alla cura come un compartimento stagno. Io credo che la cura debba essere globale, nel senso che dovrebbe anche considerare lo spirito e la mente. L’arte conferisce alla cura dell’essere umano un grandissimo contributo. Ecco perché gli spazi di degenza dovrebbero essere sempre “vestiti” d’arte, è un modo di pensare moderno….nel senso più democratico del termine. Un luogo come un ospedale, che di norma non si sceglie come un hotel, ma in cui ci si trova “forzatamente” deve essere uno spazio conseguente alla vita di tutti i giorni. Quello che ci stimola fuori dall’ospedale deve esistere anche al suo interno, e mi riferisco agli stimoli culturali che rappresentano la ricchezza degli uomini. Scorgere la curiosità negli occhi delle persone che frequentano questi luoghi, notare il loro sostare rapito difronte alle opere d’arte è una grandissima conquista culturale e un enorme riscatto per l’arte e gli artisti.

Il progetto è permanente ed in continua evoluzione. Come hanno reagito alla tua proposta iniziale gli artisti invitati? Chi sono?
La reazione degli artisti selezionati è stata di grande entusiasmo, anche loro hanno da subito compreso la portata del progetto. Pensare di donare opere vocate per sempre a luoghi di dolore è stata una sfida per loro e per le loro opere. Nell’ottica di creare un museo d’arte contemporanea permanente, gli artisti si sono messi in discussione, anche rispetto alla loro produzione. Abbiamo discusso dell’opportunità di veicolare il lavoro a tematiche che indagassero mondi onirici, visionari, ma senza eccessi, proprio per rispettare lo stato d’animo dei fruitori. E’ in questo frangente che abbiamo avuto la prova lampante del fatto che un’opera d’arte non basta mai a se stessa e che anzi ha ragione di vivere, le sue molteplici vite solo in relazione al contesto. Fare un lavoro per una galleria è in un certo senso non offrire spazio a significati e interpretazioni, nel senso che l’opera e la sua intrinseca forza si presenta al pubblico bene definita, pronta ad affrontare ogni reazione, anche negativa. In questo caso l’opera d’arte può anche essere provocatoria….Ma in ospedale no! L’opera deve essere solida ma mutevole, deve incantare ed entrare nella sensibilità dei fruitori in punta di piedi. L’arte qui deve sussurrare e abolire le linee di cesura tra immaginario e realtà, come fosse una melodia.

Raccontaci alcune opere. 
Non è impresa facile poiché parliamo di una trentina di opere…Mi viene in mente l’opera di Mona Lisa Tina, con le sue centinaia di farfalle blu in 3d, posate su una finestra circolare nella sala d’attesa di Radiologia nel presidio di Muraglia. Ma penso alla grande immagine di Giovanni Gaggia che allude all’assenza, allestita sempre a Muraglia. Ma non posso non citare la grande installazione Orso Bimbo di Maicol e Mirco allestita presso il reparto di Geriatria nell’Ospedale di Fano. E poi le immagini straordinarie allestite presso la sala d’attesa di radiologia presso l’Ospedale San Salvatore di Pesaro, donate da Daniela Cavallo, Alberto Barbadoro, Alessandro Giampaoli, Domenico Buzzetti, Veronica dell’Agostino, Michela Pozzi e Massimo Festi.

Quali riescono a vivere a pieno lo spazio e ragionano su una contaminazione reale con esso, con la struttura e la filosofia del luogo?
Sicuramente i murales realizzati trovano una misura perfetta tra interni ed esterni, come quelli realizzati da Laura Baldini nel presidio di Muraglia, nei reparti di Oculistica dei presidi di Pesaro e Fano e nel lungo corridoio di Riabilitazione Cardiologica di Fano. Ma anche i lavori donati da Gianluigi Antonelli, Rita Vitali Rosati e Rocco Dubbini… donati a Muraglia, tutti lavorano sul dolore ma alleggeriti dalla vivacità ironica e giocosa ed anche dalla contaminazione interculturale. In esterno poi molto suggestive sono le sculture e i graffiti… questi ultimi realizzati da Bue 2530 e Irwin. Le sculture sono invece di Dante Mafefi e Rocco Natale che si sono dovuti misurare con un immenso spazio verde fortemente connotato. Ma non voglio dimenticare anche la generosità e l’impatto emotivo delle opere di Giuliano Tamburini, Luca Sguanci e Michele Pierpaoli, Joachim Silue e Stella Pellegrini…

In questo periodo ho una sensazione che non mi piace, in verità è più di questo. Ritengo più facile collaborare con artisti che hanno un background più strutturato che con “artisti” appena usciti dalle accademie; mi capita spesso di avere da quest’ultimi delle richieste più pretenziose rispetto agli altri. Lo hai notato anche tu? Se sì, quale pensi sia la motivazione?
Certo che l’ho notato e mi dispiace tanto… anche perché l’umiltà dovrebbe essere la prima dote di chi opera nell’arte…perché è una materia talmente grande e delicata che chiunque potrebbe rivelarsi piccolo, piccolo… Però, senza voler giustificare nessuno, penso che le giovani leve siano indotte a certi comportamenti dal sistema stesso dell’arte… Se la priorità è diventata apparire, scalare la scala effimera del successo, avere amicizie illustri per meglio vendere i propri prodotti “perché ormai di questo si tratta!”, non dobbiamo stupirci. Vorrei scuotere un po’ questi giovani… e dire loro che non è importate essere qualcuno ma avere qualcosa da dire. Che nessuno è indispensabile e che è necessario comprendere la differenza tra l’essere sfruttati ed essere stimati. Essere un artista è un dato di fatto, nulla potrà mutare questo stato interiore, nonostante le mostre, le promesse, le vendite e le illusioni.

Quale è la tua formazione?
La mia è una formazione classica, con una laurea in lettere, una specializzazione in storia contemporanea e storia dell’arte. Un master in comunicazione, l’iscrizione all’albo dei giornalisti e quella ai periti specializzati in arte del Tribunale…il resto è stata ed è tutta curiosità, insaziabile, viaggi, sfide, luoghi ed esperienze…. con la consapevolezza che l’arte è dentro me, con me respira e illumina la mia complicata personalità.

Cosa significa occuparsi d’arte in provincia e nello specifico nel pesarese?
In generale in Italia è veramente difficile occuparsi d’arte, questo perché non siamo abbastanza strutturati per l’arte contemporanea ne abbastanza colti per accoglierla pienamente. Fatta questa premessa si comprenderà che in provincia  la difficoltà è doppia, anche se occorre riconoscere che la Provincia di Pesaro ha lavorato in passato per l’arte contemporanea… Ha organizzato tante mostre di rilevanza nazionale e internazionale, penso a Mattiacci, Staccioli, Pomodoro, Ceroli… ma poi negli anni ha perso mordente, probabilmente i tagli e scarsità di risorse hanno contribuito molto  ma non può essere la sola ragione. Esistono istituzioni sul territorio ma sono un po’ autoreferenziali, selettive e direi quasi snob… insomma il contrario della natura stessa d’arte che dovrebbe essere popolare e democratica. Gli enti pubblici arrancano, si affidano a impiegati amministrativi e dirigenti che non conoscono la materia e che producono solo equivoci cultuali. Non c’è bisogno che ricordi che l’arte non è un vezzo o un passatempo e che per trattarla occorre tanta responsabilità e, aggiungo, onestà intellettiva. E non mi si venga a dire che non ci sono fondi per ingaggiare professionisti…. che suona male, visto che ovunque sbucano sconosciute associazioni chiamate a gestire poche risorse per una stagione. Non è difficile capire che questo è un altro modo per sprecare risorse pubbliche.

Se dovessi segnalarmi delle attività che si occupano di contemporaneo nella tua regione, quali mi indicheresti e perché?
Mi viene in mente solo Sponge, perché rappresenta un modo coraggioso di fare cultura. Senza scendere a compromessi, mettendosi in gioco, coprendo un po’ tutti i passaggi della produzione di un evento culturale. Poi trovo geniale far entrare le mostre in casa…. Sponge è la prova concreta che non esiste più il dibattito centro/periferia… l’arte per scuotere e far parlare di sé non ha bisogno di essere a Milano, Berlino, Parigi o Londra…

Qual’è, oggi, il ruolo del curatore in Italia? Ciò che è, spesso, non coincide con ciò che dovrebbe essere, parlamene…
Quello che vedo è un’orda di curatori lanciati verso il successo. Si assiste alla gara per accaparrarsi la direzione di una galleria piuttosto che una fondazione, al lancio modaiolo di artisti voluti dai mercanti… Sempre più i curatori puntano al mercato piuttosto che al rischio della scoperta. Secondo me, il curatore, soprattutto oggi, dovrebbe andare alla ricerca avventurosa di nuovi linguaggi, nuove poetiche… sondare umori e pensieri, scandagliare studi, vivere e condividere la propria esperienza con gli artisti. Il curatore dovrebbe affidarsi al proprio intuito e rifuggire i compromessi… a qualunque costo.

Quali degli artisti con cui hai lavorato – ed alcuni scoperto –  ti ha dato più soddisfazione e perché?
Quasi tutti mi hanno dato soddisfazione perché hanno arricchito la mia vita. Nel cuore ho sempre Gianluigi Antonelli che seguo da decenni e che secondo me ha un lavoro unico, lavora con coerenza da anni con la stessa forza e la stessa energia espressiva, sta nel suo studio di Fermo, nelle Marche, convinto di non avere altra possibilità oltre la sua arte… rifiuta i compromessi e consapevolmente paga le conseguenze del forzato oblio. Ma sono certa che di lui resterà traccia. Non dimentico poi Michelangelo Consani, Francesco Scialò, Giovanni Termini… e mi fermo qui per esigenze di spazio. Sicuramente negli ultimi anni ho potuto condividere il cammino artistico di Giovanni Gaggia… che ho scoperto e che oggi percorre una strada molto interessante e attiva, circa le tematiche della fisicità nell’arte.

Cosa c’è all’orizzonte?
Di sicuro l’implementazione del progetto Arte in Ospedale, vorrei esportare il progetto anche in altre realtà ospedaliere ed incrementarne la fama e quindi le donazioni. E poi, mostre in gallerie private, conferenze all’Università di Bologna sul progetto Arte in Ospedale, una fiera a Milano… libri da leggere, da scrivere, film da vedere, cd da ascoltare, viaggi da fare…

Dove sei ora?
Nel mio ufficio a Pesaro, ma con la mente sono in tutti i miei progetti… lavoro 10-12 ore al giorno per far tornare tutti i conti della mia vita interiore…. il lavoro in campo artistico è molto coinvolgente e non ha orari, tuttavia  non potrei immaginarmi altrimenti. Poi nelle mie pause riflessive caraibiche mi rigenero…E tutto ricomincia!

 

Nota di Jack Fisher. 
Leggo le parole di Roberta, mi preoccupo per il tanto vituperato conflitto di interessi, la struttura che segnala è quella per cui lavoro e che mi ha generato, molti degli artisti che cita si celano volutamente e con piacere dentro me, Jack Fisher, la sensazione muta velocemente, lascia spazio immediato al piacere, grazie!!!

da Artesera TO

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