IsGallery non poteva mancare a uno degli eventi più attesi di questa stagione, in corso al PAC di Milano fino al 10 giugno. The Abramović Method rappresenta l’estensione di tutto il lavoro di Marina Abramović, la grandissima artista serba che ha scritto pagine fondamentali nella storia dell’arte e della body art. Per l’occasione si è fatta ritrarre in camice da medico seduta sulla Chair for Man and Spirit, un trono di legno e cristalli per una regina che vuole prendersi cura dell’umanità.

Personalità carismatica, ma non poteva essere altrimenti, dotata di una forte determinazione e grande capacità di sopportazione fisica che le consente di superare prove estreme fino a spingersi al limite di ogni resistenza umana, Marina Abramović è una donna che provoca la nostra curiosità circa le sue scelte, i suoi impegni, i suoi progetti futuri.

Ne parliamo con Eugenio Viola, uno dei curatori di questa importantissima mostra, scelto personalmente dall’Abramović che non perde occasione per confrontarsi con i giovani. Nel loro rapporto professionale condividono l’indiscussa passione per le poetiche legate al corpo e l’affinità con i Balcani che per lei è il paese d’origine e per Viola un luogo dove ha lavorato molto e ne è rimasto affascinato.

Attraverso le sue risposte scopriremo di loro qualcosa in più…


Quando e come hai conosciuto Marina Abramović?
Conosco Marina da circa dieci anni, ma ci siamo rincontrati nel 2009 a Tel Aviv, il caso ha voluto che inaugurassimo entrambi, nello stesso giorno, una mostra negli spazi del CCA, dove io mi trovavo come curatore di una delle tappe del progetto di network col Medio Oriente, Transit, che ho portato avanti al Museo Madre di Napoli, negli ultimi tre anni. Da allora abbiamo intensificato i nostri rapporti, senza perderci di vista, sono stato “presente” a tutti i suoi ultimi progetti più importanti: ero alla sua poderosa retrospettiva al MoMa di New York, nel 2010 come alla première del bellissimo The Life and Death of Marina Abramović, lo scorso luglio, a Manchester, nell’ambito del MIF Festival.

Dopo Milano quale sarà la prossima tappa di Marina Abramović?
Attualmente Marina è impegnata a Madrid con una personale che inaugurerà il 18 aprile negli spazi della sua galleria spagnola, La Fabrica, e con la seconda tappa di The Life And Death of Marina Abramović, poderosamise en scène della sua vita che emerge dalla lente deformante di Bob Wilson, dove è accompagnata da Willem Defoe e un gruppo di validi performer, da Kira O’Reilly a Svetlana Spajic. Le musiche realizzate per l’occasione da Antony degli Antony and the Johnsons. Uno spettacolo itinerante che a giugno andrà a Basilea e di lì in Olanda, oltre a un programma serrato di mostre: oltre Madrid, Oslo e Vienna tra le prime che mi vengono in mente.

Ho letto che nel 2014 andrete insieme in Sudamerica. Un tour che prevede molte tappe (Brasile, Perù, Argentina) e che tu seguirai. Di che cosa ti dovrai occupare? Avrai altri compiti oltre a quello di curatore? Quanto durerà il tour?
È un progetto assolutamente nuovo nella concezione e ancora in fase di definizione. Marina è attratta da progetti sempre nuovi. Sarà un lavoro espressamente pensato e realizzato per il Sud America e realizzato sul campo, un site specific che rintraccia le fila di un discorso che lega l’artista a quel continente dalla fine degli anni Ottanta, che prevede una permanenza nella foresta amazzonica e lo studio di alcune pratiche sciamaniche. Il mio ruolo sarà, come nel caso di Milano, più partecipato: curatore ma anche cronista, testimone oculare e partecipante al processo di realizzazione del lavoro che seguirò passo dopo passo. Un’esperienza unica.

Un suo lavoro sarà collocato in una foresta brasiliana. Sai se si tratta di una scultura, di un’installazione con minerali o altro? Rimarrà solo per un periodo o sarà un intervento che in qualche modo muterà quel particolare luogo? Si può parlare di Land Art?
Come ti dicevo è un progetto ancora in progress, i cui dettagli saranno definiti in corso d’opera. La “Land Art” è un movimento specifico che si colloca cronologicamente in un determinato periodo storico. Sono sempre un po’ refrattario a costringere i lavori nell’etichetta apparentemente rassicurante delle definizioni, un’attitudine che nel caso di un’artista come Marina Abramović rischia di diventare riduttiva.

Prima del 2014 quali attività svolgerete?
Le mostre nascondono sempre un lungo lavoro preparatorio fatto di mediazioni, procedure burocratiche, accordi. Fa parte del gioco. Nel caso di un progetto complesso che coinvolge più istituzioni questa fase del lavoro diventa ancora più lunga e delicata, di definizione di tempi e strategie, che nel caso delle istituzioni pubbliche per esigenze di programmazione, vengono pianificate con almeno due anni di anticipo. Inizieremo a lavorare su questo, quanto prima.

Avrai un ruolo anche nel Marina Abramović Institute for Preservation of Performance Art di Hudson?
Il MAI – Marina Abramović Institute for Preservation of Performance Art è ancora in fase di ristrutturazione. Rem Koolhaas ha da poco firmato il master plan per la riqualificazione dello spazio e Marina sta iniziando la campagna di reperimento fondi, le occorrono diversi milioni di dollari. Se tutto va bene l’istituto non andrà a regime prima di due anni. L’organigramma non è ancora composto, per cui al momento è prematuro parlare di un mio coinvolgimento in tal senso.

Puoi dirmi qualcosa circa il sogno di Marina di avere nella Fondazione David Lynch con un lavoro che durerà 360 ore? Come si svolgerà la performance?
È un desiderio direttamente legato alle finalità del MAI, che accoglierà progetti di artisti e autori che producono solo opere di lunga durata, da sei ore a salire – le uniche per Marina in grado di operare un vero e proprio cambiamento tanto nel pubblico quanto nel performer stesso – in un’accezione multimediale e trasversale, che indaghi appunto la performance e le sue proficue tangenze con la musica, il teatro, l’opera, il cinema. Ecco il riferimento a David Lynch. Quello che è interessante sottolineare, a mio avviso, è che Il Metodo Abramović così approntato e sperimentato per la prima volta a Milano, sarà applicato con poche varianti al MAI, utilizzato per la formazione del pubblico che sarà preparato all’esperienza della visione. Il Metodo Abramović allenerà il pubblico e affinerà le sue capacità di osservazione, per prepararlo alla fruizione di esperienze lunghe attraverso una serie di esercizi che prevedono, tra l’altro, il passaggio in una sala di cristallo per assorbire l’energia dei minerali e una sala per la levitazione, per contrastare la gravità e allo stesso tempo per amplificare l’esperienza fisica e mentale.

In un’intervista di qualche tempo fa Marina ha dichiarato che quando viene in Italia le sembra che tutto ciò che riguardi l’arte contemporanea, si muova molto più lentamente rispetto agli altri paesi. Tu che hai un’esperienza internazionale sei d’accordo con questa affermazione? Se sì, quali sono i motivi di tale lentezza? E per te che cosa si dovrebbe fare per essere al passo?
Devo dire, con rammarico, di sì. Il sistema dell’arte in Italia è debole e meno competitivo rispetto a quello degli altri paesi europei e non solo, e questo per una serie di motivi strutturali, che meriterebbero un’intervista a parte. Un maggiore sostegno sotto il punto di vista statale e pubblico all’arte contemporanea in Italia è ormai un’urgenza impellente, analogamente a quanto già accade in altre realtà europee, e alludo ad esempio al sistema delle kunsthalle teutonico, ai plateau francesi, al protezionismo spagnolo e britannico. Questo darebbe maggiori possibilità anche i nostri artisti e maggiore potere contrattuale agli addetti ai lavori, bilanciando alcune carenze endemiche del nostro sistema dell’arte. Non è un caso che i nostri artisti più affermati, di ogni generazione, trovino in genere il loro riconoscimento in Italia soltanto dopo essere espatriati.Bisogna anche aggiungere che viviamo un periodo fosco, in cui tutte le istituzioni museali votate al contemporaneo, in primis il Madre di Napoli da cui provengo, soffrono una spaventosa crisi economica. Oltre la sfavorevole congiuntura economica che impone la necessità di trovare altre fonti di finanziamento in un circolo virtuoso di partecipazione pubblico-privato, i motivi dei problemi sono vari: in alcuni casi l’emergenza di vecchi e nuovi particolarismi, in altri una difficoltà di compenetrazione con l’utenza che spesso si risolve in un mero problema di comunicazione, perché alla fine il destinatario principale è il pubblico.

Durante questo periodo trascorso a Milano, Marina ha addestrato dei giovani allievi di Brera che saranno i custodi del suo Method. Ha mai espresso con te la propria opinione sulle Accademie d’Arte d’Italia? E tu invece cosa ne pensi del sistema scolastico/accademico italiano? Va tutto bene così oppure cambieresti o modificheresti qualche cosa, qualche regola?
Marina ha insegnato per molti anni in diverse Accademie in Europa ma non ha un’esperienza diretta del sistema delle Accademie italiano. Dal canto mio ho avuto modo di confrontarmi più volte con le Accademie in Italia, invitato per conferenze o incontri con artisti, e a mio avviso, nonostante la presenza sul territorio nazionale di validissimi insegnanti, sono ancora attardate nelle tecniche di insegnamento e nella scansione dei corsi. Vedo inoltre uno scollamento, del quale mi rammarico, tra il sistema dell’arte e quello delle Accademie.

Se hai testato il suo Method che sensazioni, emozioni hai provato? Soprattutto nel sapere che lo sguardo di altre persone ti potevano raggiungere in modo così ravvicinato e scrutare ogni parte di te?
Certo che l’ho testato, non poteva essere altrimenti. Tieni presente che il mio ruolo è stato ancora una volta ambivalente, da un lato partecipante, dall’altro curatore-testimone oculare che conosceva tutta la storia, dall’origine, motivo per cui non potevo vivere lo spaesamento che hanno gli altri visitatori: la cosa più difficile da far comprendere è che non è Marina a performare, ma per una volta i protagonisti sono loro, il pubblico, e che The Abramović Method è qualcosa che deriva da Marina ma è concepito per andare avanti autonomamente da lei. Ho anche avuto la possibilità di studiare le prime persone che si sono prestate dai giorni precedenti l’inaugurazione a oggi. Ho presenziato inoltre a tutti i training nelle vesti di interprete per istruire il pubblico, ma allo stesso tempo mi sono trovato ad essere parte integrante del processo. Ho sperimentando un ruolo di curatela “partecipata”, oserei dire performativa. Le mie sensazioni: mi sono rilassato, mi sentivo in un’atmosfera di sospensione, di imperturbabilità assoluta, di atarassia oserei dire. Le cuffie mi isolavano dai rumori esterni. Per tutti gli altri che osservavano, dei quali non mi curavo affatto, il tempo era scandito dal ritmo cadenzato e costante di un metronomo, ma io non sentivo nulla. Non mi interessava più. La mia percezione spazio-temporale era alterata, oltre l’effetto placebo, che sul sottoscritto non ha mai sortito grossi risultati.


Eugenio Viola
Nato a Napoli nel 1975, è critico d’arte e curatore della Project Room del Madre (Museo d’Arte Contemporanea DonnaRegina) di Napoli. Ha conseguito il dottorato di ricerca presso l’Università degli Studi di Salerno. Studioso delle teorie e delle esperienze legate alla performance e alle poetiche corporali, ha pubblicato sull’argomento diversi saggi, tra cui: “Post Human vs Neo-Barocco” (Ed.Electa, Napoli, Milano, 2009); “Itinerari del Post-Human” (Ed.Modo, Milano, 2005) e ha curato la monografia dedicata ad Orlan (Ed.Charta, Milano 2007). Collabora stabilmente con “Flash Art” (Italia), “artforum.com” (U.S.A.) ed “Exit Express” (Spagna). È membro dell’IKT (International Association of Curators of Contemporary Art) e di diversi premi e giurie: Premio Celeste, Premio Maretti, Eco Art Project. Ha curato numerosi cataloghi e mostre in Italia e all’estero, tra cui: Transit, (Museo Madre, Napoli / Townhouse, Cairo / PiST, Istanbul / CCA, Tel Aviv / State Museum, Salonicco, 2009-2011); Corpus. Arte in Azione, festival che ha presentato, tra gli altri, performance di: Ron Athey, Lee Adams, Kira O’Reilly, Tobias Benrstrup, Jamie Shovlin and Lustfaust, Milica Tomic, Tania Bruguera, Regina Josè Galindo, Teresa Margolles, Maria Josè Arjona (Museo Madre, Napoli, 2009-2012); Francesco Jodice – Babel, Museum of Contemporary Art, Zagabria, 2011; Orlan: Le Rècit (Musée d’Art Moderne de Saint-Etienne Métropole, Francia, 2007); V.I.P. / Very Important Portraits di David LaChapelle (Museo di Capodimonte, Napoli, 2006).


da is-gallery.com

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