Al giorno d’oggi, tra le parole chiave del contemporaneo oltre a remix e multi–media essenziale è anche il termine teamwork “lavoro di squadra”.
Data la complessità raggiunta dalle arti visive, ed in particolare dalle arti visive che utilizzano tecniche performative, il lavoro di squadra è indispensabile ed essenziale in ogni fase di realizzazione, organizzazione e presentazione dell’evento.
La rassegna d’arti performative In Corpo 012 si sviluppa in 5 appuntamenti e coinvolge 8 artisti italiani riconosciuti a livello nazionale e internazionale.
In ogni evento di questo tipo, la performatività inizia ben prima del momento dell’azione, e diventa elemento essenziale di tutte le persone coinvolte.
Penso Karlheinz Stockhausen lo avesse ben intuito quando nel 1961 creò Originale, dirompente opera per il Teatro di Colonia, dove le azioni consistevano in usuali attività svolte da artisti della scena d’avanguardia newyorkese, che “recitavano” loro stessi all’interno del tempo che avevano a disposizione, e dove tuttavia anche il tecnico delle luci, il cameraman e altre persone dello staff facevano parte della scena.
Prima di condurvi all’interno del progetto In Corpo 012, vorrei dunque presentare i miei “compagni d’azione”, grazie ai quali sto avendo l’opportunità di performare me stessa come critico, insieme a Emanuele Beluffi: lo staff direttivo della galleria BT’F, Miria Baccolini, Marco Aion Mangani e Alice Zannoni; Sponge ArteContemporanea, che ha individuato artisti di rilievo e interesse; gli artisti Max Bottino e Betty Cembrola, Domenico Buzzetti, Tiziana Contino, Roberto Paci Dalò, Giovanni Gaggia, Rita Vitali Rosati, Chiara Scarfò e Mona Lisa Tina; Vanis Dondi, Saverio Monti e tutti coloro che hanno contribuito e contribuiranno alla regia di In Corpo 012 durante i 4 giorni di rassegna, poiché anche in regia si performa.

In ambito di tecniche performative è importante considerare il termine teamwork nell’accezione di collaborazione artistica, ed è interessante pensare come si inserisca in modo autentico all’interno degli eventi performativi sin dalle origini.
Paradigmatica è stata Concerted action di John Cage al Black Mountain College nel 1952, considerata primo happening ante‐litteram.
L’ “azione concertata” di Cage ‐ personaggio entrato nel mito, di cui quest’anno si celebra il centenario e la cui influenza ha permesso lo sviluppo degli happening e delle performance del gruppo Fluxus – combinava l’utilizzo di musica, pittura, danza, film, slide, registrazioni, poesia, e si realizzava tra gli altri con la collaborazione di Robert Rauschenberg e Merce Cunningam.

La rassegna di arti performative In Corpo 012 continua a basarsi sul teamwork sia a livello processuale che concettuale, e il suo dato distintivo è l’approccio multi‐identitario condiviso nel progetto corale, all’interno del quale il pubblico è chiamato ad interagire.

In Corpo 012 si apre con l’azione di Rita Vitali Rosati (Milano, 1949) all’interno degli spazi di Arte Fiera, tra il pubblico, in un’azione auto‐celebrativa.
Libera dai vincoli del sistema dell’arte ufficiale, in questa occasione Rita Vitali Rosati ne utilizza uno dei luoghi più commerciali: la fiera.
Le fiere d’arte internazionali hanno un brand tale da aumentare il valore delle opere presentate (Thompson, Lo squalo da 12 milioni di dollari, 2009) e Rita Vitali Rosati con il suo approccio ironico e dissacrante vi entra senza essere rappresentata da una delle gallerie espositrici ‐ perché comunque l’arte è anche anarchia ‐ e coglie l’occasione per donare il suo ultimo progetto Ahi, libro di sole immagini. Attuazione estetica dei pensieri dell’artista sulla realtà contemporanea, Ahi è un grido di sofferenza, ma anche di resistenza, per dire “no”.
Da una precedente decontestualizzazione della realtà, che l’artista “colloca” nelle immagini del libro traducendola, alla sua successiva ri‐oggettualizzazione come opera d’arte: l’azione performativa di Rita Vitalia Rosati consiste nello staccare le pagine del libro una ad una, timbrarle e donarle gratuitamente al pubblico della fiera e a qualche personaggio del sistema dell’arte.
Durante la performance l’artista non sarà sola, ma avrà al suo seguito un videomaker, teamwork per ciò che rappresenterà una successiva contestualizzazione del lavoro sotto forma di video.

Secondo appuntamento di In Corpo 012 è il progetto collettivo Sense 1+1, creato dagli artisti Domenico Buzzetti (Morbegno – SO – 1981), Tiziana Contino (Catania, 1979), Giovanni Gaggia (Pergola, 1977) e Mona Lisa Tina (Francavilla Fontana – BR –1977).
Le quattro identità artistiche distinte si incontrano nella riflessione su un concetto comune, “il libero arbitrio”; le ricerche personali proprie di ognuno di essi si fondono in un corpo unico, sia dal punto di vista visivo che concettuale e performativo.
In una logica implosiva, rispetto l’approccio esplosivo del teamwork negli happening storici, Buzzetti, Contino, Gaggia e Tina collaborano nella fusione delle proprie identità attraverso un processo di contaminazione che porta ad un nuovo e solo corpo.
L’unicità del corpo di Sense è rappresentata a livello visivo celando le varie identità attraverso ampie tute bianche con cappuccio che, nascondendo la fisicità e il genere, lasciano libera solo la zona della bocca per permettere il respiro. A livello concettuale e performativo è resa attraverso la condivisione e la citazione delle specificità artistiche di ognuno degli autori.
Il corpo artistico di Sense accoglie e amplia l’idea del progetto Translation di Gaggia e Tina (“TRANSLATION ‐ identità transitoria”, marzo 2011), che includeva le identità artistiche dei due autori le quali convivevano all’interno del progetto, acquisendo di volta in volta connotazioni diverse, e si confronta con ulteriori identità, quelle di Buzzetti e Contino, in un rito di contaminazione e modificazione che potrebbe essere infinito.
Il corpo di Sense prende vita attraverso l’interazione con il fruitore che libero di utilizzare il proprio arbitrio agirà nella scelta del performer, forse in base ad una dimensione energetica – che sarebbe in linea con l’approccio spirituale caratteristico di Giovanni Gaggia oppure, più probabilmente, in base alla casualità.
L’elemento di interazione con il fruitore che caratterizza Sense 1+1 dialoga con due degli elementi fondanti la pratica artistica di Tiziana Contino: la relazione e la partecipazione del pubblico, attraverso le quali l’artista ha la possibilità di indagare il comportamento umano a livello antropologico. Inoltre, nelle performance di Contino, l’incoraggiamento del pubblico a partecipare è motivato dalla volontà dell’artista di combattere l’asetticità di molta arte contemporanea incapace di coinvolgere e di trasmettere emozioni.
L’interazione dello spettatore con il corpo di Sense si trasforma in suono, attraverso sensori e microfoni applicati al corpo dei performer, e il suono definisce e rende tangibile lo spazio interno all’esterno.
La contaminazione di spazi e la dimensione del suono esteso dall’interno (corpo) all’esterno (universo) rappresentano aspetti caratteristici della ricerca di Mona Lisa Tina.
Il suono, e nello specifico il suono del corpo, cioè il respiro, è l’elemento attraverso il quale l’artista esprime la traslazione identitaria, intesa come modifica e passaggio dal corpo fisiologico a quello mentale.
Il corpo sonoro di Sense, estendendosi all’esterno acquisisce così una dimensione più spirituale, costituita tuttavia non solo dal respiro ma anche dal re‐mixaggio di rumori e suoni della natura, in dialogo con il lavoro di Domenico Buzzetti.
Il suono del respiro e del vento, del battito cardiaco e del tempo rappresentano la dimensione della natura umana in dialogo con la natura universale, in un continuum con l’universo.

Il corpo umano come parte dell’universo è il principio che caratterizza anche la poetica del terzo appuntamento di In Corpo 2012, Di più, più blu di Chiara Scarfò (Genova, 1977).
Chiara Scarfò, come Yves Klein, ha adottato il blu come spazio generatore di vita, e di amore oltre il possibile. Come l’artista francese tra i protagonisti del Nouveu Réalisme, Scarfò ricerca l’immaterialità del corpo, poiché è la sensibilità dell’uomo ‐ la sua energia ‐ ad essere onnipotente ed immortale, e poiché il corpo è un confine inventato, un limite.
In Di più, più blu Scarfò rappresenta visivamente l’incorporeità attraverso l’utilizzo di un simbolo vestimentiario: l’abito.
L’abito/opera ideato dall’artista ad hoc per l’azione si ispira al Furisode di tradizione giapponese, indossato dalle giovani e nubili donne. Come per questo tipo di kimono il colore è simbolico ed anticipatore della stagione successiva, così quello dell’artista è di colore chiaro, il colore invernale.
Coprente, rigoroso e sacro, l’abito costituisce un elemento essenziale della performance e diviene punto focale nell’azione, per raggiungere la totale assenza, per dissolvere i confini del corpo nell’ambiente.
Caratterizzata dalla ritualità distintiva degli “atti magici”, la performance di Chiara Scarfò si sviluppa in due momenti, nei quali il pubblico è chiamato a partecipare attivamente.
Nella prima fase il fruitore è invitato a scrivere “quello che vuole”, perché è nel fare, nel dichiarare e nello scrivere che si muovono le energie che cambiano la vita. Nella seconda fase si sviluppa l’azione della performer, il “soffio”, elemento vitale che consciamente, ma più spesso inconsciamente, ci permette di uscire dai limiti del corpo e della realtà.

Quarto appuntamento di In Corpo 2012, la performance Sefirot di Roberto Paci Dalò (Rimini, 1962)
Sefirot di Roberto Paci Dalò, compositore, regista e artista visivo, va considerata un raro tipo di performance per questo autore, e un ulteriore punto di indagine all’interno di un approccio che l’artista sviluppa a 360 gradi ed egli esso stesso definisce “drammaturgia dei media” e “teatro dell’ascolto”.
In Sefirot Roberto Paci Dalò si svela, ci parla di sé e del suo quotidiano. Un’opera intima sviluppata attraverso la simbologia del misticismo ebraico della teosofia cabalistica, dove “l’abito” ‐ un Prince Albert caratteristico degli ebrei ortodossi americani ‐ diviene segno vestimentario e mezzo artistico per contestualizzare l’azione e “definire il terreno di comprensione”.
Roberto Paci Dalò scolpirà il tempo, com’è nel suo stile, mixando atmosfera, sonorità e azione e ridefinendo la percezione degli spettatori.

Quinto appuntamento di In Corpo 2012, l’azione di Max Bottino (Vercelli 1970)
“ (…) Proprio tu con le tue gioie e i tuoi dolori, i tuoi ricordi e le tue ambizioni, il tuo senso di identità personale e il tuo libero arbitrio. In realtà non sei altro che la risultante del comportamento di una miriade di cellule nervose e delle molecole in esse contenute (…)”
Questo brano estratto dall’artista dal quotidiano Repubblica è l’incipit di un articolato dialogo, costruito su frammenti di testi che arrivano da contesti reali diversificati e che tuttavia si integrano perfettamente tra di loro.
L’azione di Max Bottino dal titolo La sedia… il tavolo… il letto? Indaga i concetti di Verità e di Vero nella rappresentazione artistica, attraverso la scomposizione degli elementi della struttura teatrale.
In una logica di contaminazione in cui la performance è svolta da Bottino ‐ insieme all’attrice Betty Cembrola – utilizzando il corpo e il linguaggio secondo un’impostazione data dallo studio del teatro, si parte dall’immagine costruita per arrivare all’originale, come metafora della perpetua trasformazione del “vissuto”, della mutazione come unico margine concesso all’uomo.
L’immagine costruita è ottenuta attraverso l’elemento vestimentiario dell’abito. Gli abiti indossati da Bottino e Cembrola acquisiscono importanza centrale nell’azione, e rappresentano il tempo della memoria. Si tratta della memoria collettiva di tutti noi, quella che ci può riaffiorare alla mente guardando una fotografia giovanile dei nostri genitori o dei nostri nonni.
Si tratta di abiti vintage, usati, che indossati nuovamente dagli artisti rimettono in circolo antiche energie. Sono di colore chiaro, quasi color carne, come a rappresentare il tessuto muscolare del corpo che lo aveva precedentemente abitato.
La struttura della scena è semplice, articolata attorno ad un tavolo e una sedia a riprodurre un
contesto quotidiano, impressa dallo scorrere del tempo, ripetuta in loop.
“Quale è la verità (dell’arte) se qualsiasi cosa condivisa e relazionale appartiene alla performatività? Cos’è il teatro, esistere? Anche se forse esistere è più teatrale?”. Queste le questioni che Bottino si pone.

Dalle origini fino ad oggi le tecniche performative, che in qualche modo hanno sempre avuto attinenza con le tecniche teatrali, si sono ogni volta messe in relazione con la quotidianità della vita – non a caso quando Maurizio Calvesi diede la sua definizione di Happening negli anni ’60, lo paragonò alla Pop Art – e, per attuare la loro relazione con la realtà, hanno sempre incoraggiato gli spettatori a fare un passo oltre i confini dell’arte, spronandoli all’azione, che simbolicamente rappresenta la vita.
In conclusione, In Corpo 012 alla sua seconda edizione si conferma come un prezioso momento di indagine all’interno delle pratiche performative contemporanee in Italia, dove opere come La sedia… il tavolo… il letto?, Sefirot, Di più, più blu e Sense 1+1, rappresentano tentativi di creazione di nuovi modelli e nuovi linguaggi, attraverso la multimedialità e il teamwork.
Inoltre, questi lavori introducono tutti l’elemento vestimentiario dell’abito, come a confermare il nuovo ruolo di rilievo della moda come mezzo di espressione artistica.

Isabella Falbo

I Commenti sono chiusi

Iscriviti alla Newsletter!
Categorie
Archivi
Articoli più letti
  • Non ci sono elementi
Questo sito utilizza i cookies - This website uses cookies
OK