di Francesco Paolo Del Re

L’URGENZA DELLA CORSA

Una mostra è sempre una corsa. Non conosco un altro modo di lavorare alla costruzione di una mostra se non lottando contro il tempo, con il fiato corto. Fino a sentirmi scoppiare il cuore, fino a esaurire l’ultima riserva di fiato. La corsa è l’unica – infantile – tattica che conosco per sfidare l’irruenza del tempo.
E il tempo è una tasca stipata di dialoghi, piena zeppa delle parole che è necessario scambiare per costruire un progetto espositivo. Anche a distanza, anche attraverso gli evanescenti schermi dei computer e nelle onde dei telefoni cellulari.
E non è indifferente lo spazio. Non è neutro. Non è secondario. Si parte, anzi, sempre da un dove che è una domanda, la vertigine che ferma o spinge la corsa, la direzione che spesso si smarrisce, la destinazione. Pensare una mostra è porre una questione di orientamento, di magnetismi, attitudini. È pensare in uno spazio e nello spazio muoversi, assaporando la possibilità di un consumo, di un dialogo nuovo tra il pubblico e le opere, tra i desideri di chi guarda e il lavoro degli artisti.
Lo spazio per il quale mi trovo a scrivere queste righe in una sera di dicembre 2013 è per me, assecondando una qualche figura retorica incastrata tra le pagine di un libro di scuola, la persona che lo possiede e lo gestisce. Il mio rapporto con Sponge Living Space è, prima di tutto, un rapporto di ospitalità, con tutto il complesso rituale che questo sacro vincolo impone, ma senza rigidità formali, retoriche, scioccamente cerimoniose. Lo sprone della corsa è Giovanni Gaggia, artista, gallerista, organizzatore di eventi e tessitore di reti di persone, esperienze, occasioni di incontro. Il nostro dialogo va avanti da qualche anno e sempre a calamitarci è il luogo abitato artisticamente da Giovanni. È una casa fortino, un avamposto di meraviglia, palinsesto e frontiera. E Giovanni non è solo un ospite, ma un catalizzatore, un alchimista, una guida sul sentiero.
E poi ci sono io che pratico esercizi di curatela irregolare, anomica, viscerale, irreale, inutile, ipotetica, apodittica, brutale, barbara, pedante, disarmonica, fluttuante. Io che corro sempre verso un altrove. Titanici compagni di cammino, in questa pagina, sono i due generosi artisti chiamati a coabitare il fiato di un evento espositivo che ha la forma di una doppia personale. Cristiano Carotti ed Eva Gerd.
Morte e vita. Amore e paura. Critica sociale e incanto per le forme della natura. E un’inquieta ricerca della bellezza: intorno a questi temi si sviluppa la mostra che abbiamo scelto di intitolare “Minima Mortalia”.

LA MORTE

Il punto di arrivo della corsa è sempre, inevitabilmente, la Morte. Il morire come processo più che l’azione compiuta dell’essere morti assume un valore centrale, anzi finale, nel sistema simbolico in cui abbiamo forma in quanto esseri umani. Pilastro nero della vita degli individui e della collettività, la Morte non è qualcosa di compiuto né il compimento di qualcosa. Rappresenta un limite cognitivo e intorno a essa il tentativo di vedere, di dire, di provare si sofferma senza alternative al bordo, al contorno, all’ipotesi, all’imprecisione di un non finito, non definitivo. Per questa sua inafferrabilità, la Morte potrebbe essere forse il tema più ambizioso, più meraviglioso da affrontare, sorgiva inesauribile di possibilità e terrore.
Decrittare un discorso artistico intorno alla Morte è un’impresa vana e nobilissima. Noi, a modo nostro, ci abbiamo provato, scegliendo di rinunciare però alla maiuscola e attardandoci a centellinare alcune particole di questo nostro essere certamente mortali, sospingendo il piede sulla china franosa in cui la Morte si sfarina.
Distorcendo il titolo di un celebre libro di Theodor Adorno, che raccoglie aforismi e riflessioni critiche sull’inumanità della società contemporanea, la mostra “Minima Mortalia” raccoglie una serie di circoscritte meditazioni sulla morte e sul suo contrario, con toni che oscillano tra l’elegia e l’invettiva, la pietà e il sarcasmo, lo stupore e l’estasi iconoclasta. L’epigrafe “La vita non vive” di Adorno si lascia ribaltare nella scoperta meravigliosa della possibilità che la morte non muoia, non sia fine a se stessa, ma trionfi in uno slancio di vitalità insperata, scoprendo un territorio non mappato di intuizioni, di rottura di senso e visioni bellezza inattesa, verso il quale lo spettatore viene condotto per mano dai pregnanti lavori di Cristiano Carotti ed Eva Gerd. Il minimo comune denominatore della ricerca dei due artisti è proprio una stringente riflessione sulla mortalità, che si specchia inevitabilmente nel suo opposto, la vita. Tra i due estremi, come un fiume in piena, scorrono possenti flussi di amore, meraviglia e desiderio.
Abitare il contemporaneo è abitare anche la Morte e, in essa, l’umano. Sulla china di un secolare abbrivio di modernizzazione e desacralizzazione, la Morte irrompe nella fiction dell’umano e scompagina le possibilità di una narrazione, con il suo essere informe e trasformante. I linguaggi del contemporaneo sono amici della Morte e ballano un’accorata tanatologia. Memento mori e vanitas, ansia di immortalità e esorcismo permanente della madre di tutte le paure… La Morte ci appartiene e ci parla, parlando di noi.
Carotti e Gerd conoscono benela formula e la applicano con estrema perizia, ciascuno a modo proprio. Nelle peculiarità del loro fermento artistico, addensano questa tanatologia che respiriamo a ogni respiro, questa afasia di Morte che ci denuda facendoci ballare, scavare e scappare.
Spettatori mai sazi del mistero fecondo del morire.

I LICHENI

E poi ci sono i licheni. Simili a una crosta adente al substrato oppure a una lamina lobata, a un agglomerato gelatinoso o, ancora, in guisa di squama singola o sovrapposta ad altre o di un piccolo cespuglio, possono assumere forme disparate e tingersi di molteplici colori e sfumature. Nel 1867 il botanico svizzero Simon Schwendener notò che i licheni, fino ad allora ritenuti delle piante prive di organi riproduttori visibili, erano una forma vivente più complessa. Riconobbe la natura simbiotica dei licheni, cioè il fatto di essere organismi derivanti dall’associazione di due individui: un cianobatterio o un’alga e un fungo. Dalla convivenza, i due simbionti traggono un reciproco vantaggio: il fungo si nutre dei composti organici prodotti dall’attività fotosintetica del cianobatterio o dell’alga e offre in cambio protezione, sali minerali e acqua all’ospite.
L’abbraccio simbiotico dei licheni può essere usato come una metafora del dialogo artistico in atto in “Minima Moralia” ed è una suggestione utile per descrivere l’aderenza profonda dei percorsi artistici di Cristiano Carotti ed Eva Gerd, fatte salve evidenti, ineludibili diversità. Distanti fra loro per luogo di nascita, età, esperienze e formazione, i due artisti trovano un punto comune proprio nell’utilizzo della morte come spunto di riflessione per una serie di lavori complessi e di grande impatto visivo.
Andando a esemplificare, da una parte troviamo le struggenti opere “Still life quiet tales from Nothingness” di Gerd, nelle quali vecchie ossa di animali, frutto di ritrovamenti fortuiti, vengono pietosamente rivestite di diafane stoffe, simili a pelli rigenerate, e trapunte di infiorescenze di ricami che si dipanano come miracolose nervature o belletti di muffe e licheni, appunto. Le ossa vengono vezzeggiate come reliquie o gemme preziose, serrate in castoni di stoffe, per magnificare il trionfo della vita nello splendore della dipartita. Dall’altra parte ecco il plastico “Trionfo della Morte” di Carotti, giocattolo per bambini postatomici: nella teca di un ex voto fuori tempo massimo, si ambienta un teatrino apocalittico. La critica al desiderio consumistico e massificato assume toni epici, ironici e pop. Uno scheletro a cavallo assalta una montagna di gomma da masticare marchiata Ikea, protagonista di un incubo gioioso in cui l’ipertrofia dell’ego seppellisce il desiderio, trasformando il consumo in un bizzarro atto di devozione.
Oltre al lavoro scultoreo delle ossa rivestite e ricamate, a Casa Sponge Eva Gerd espone alcune opere grafiche che rileggono gli stilemi del disegno naturalistico per raccontare il fremito di una biologia immaginifica e imprendibile. Persino la paura, la sofferenza e la malattia vengono addomesticate: passando di nuovo dalla carta alla tridimensionalità degli oggetti, gli strumenti chirurgici di un ospedale psichiatrico si vestono di stoffe e si adagiano su cuscini, in uno svuotamento di senso che li nobilita.
Per “Minima Mortalia”, Cristiano Carotti non presenta solo lavori plastici ma anche pitture: si parte dalla grande tela “Level4”, elogio del pennello contro le trappole delle etichette commerciali applicate all’arte, passando per gli sbeffeggi dedicati al tema dell’amore, schiacciato tra una Venezia da cartolina e il fantasma di Elvis Presley, fino ad arrivare alla terracotta in cui l’artista erode la mitologia della bambola Barbie trasformandola in una vanitas di sapore messicano.
Un abito da sposa arrivato da chissà dove diventa per Eva Gerd medusa, corolla danzante, corpo nuovo, creatura viva irrorata di vasi sanguigni e ingemmata da un utero prezioso in grado di rendere materno e fecondo persino l’inorganico – iperbole o ossimoro, per un barbaglio di stupore. Cristiano Carotti attinge invece all’autobiografia, ai ricordi calcistici di un se stesso bambino, per erigere un altarino al tempo che passa e allo splendore della Santa Muerte che tutti sovrasta e sorveglia, icona sincretica e accattivante. Nella sua ombra che giganteggia, sillabiamo i nostri minimi tentativi di dire quello che la Morte non dice, che non può svelare…
L’appassionante lichenizzazione di Eva Gerd e Cristiano Carotti dura soltanto quando dura lo spazio effimero di una mostra. In essa si trovano a coabitare la vita segreta e organica degli oggetti, capace di manifestarsi dove non dovrebbe esserci e di mutare nel momento stesso in cui si lascia accarezzare da Gerd, e i disturbi visivi iconoclasti lanciati da Carotti contro i saturi codici linguistici della società contemporanea. Identica, nel lavoro dei due artisti, la spinta al ripensamento dello status quo, per testimoniare un’etica dell’impegno artistico che, nel recupero critico della bellezza, si spinga umanamente alle soglie del Fas e penetri al di là di facili compiacimenti modaioli.
Sfidando, giorno dopo giorno, i limiti della piccola morte che ci fa tremare il cuore…

Roma, dicembre 2013

Minima Mortalia. Cristiano Carotti ed Eva Gerd

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