Into the core

Massimo Guastella

Le azioni performative di Mona Lisa Tina, come è stato osservato, mutuano dalle esperienze storiche della body art. E pur tuttavia la focalizzazione del suo corpo come mezzo espressivo ribadisce un percorso sviluppatosi negli anni novanta- che sono gli anni della sua formazione artistica e della educazione estetica- nell’ambito delle tendenze post human strettamente connesse con la diffusione del «fenomeno delle identità mutanti, delle contaminazioni tecnologiche, degli ibridismi», per usare le parole di Lea Vergine, che considera tale periodo, di resurrezione multiidentitaria del corpo, rimarcando l’asessualità e irriconoscibilità razziale; come a dire che l’accumulo di tante, molteplici identità dell’essere del secondo millennio conducono ad una costante perdita delle radici identitarie.

La creatività di Mona Lisa Tina, tra finzione umanoide e accurata mise en scene, produce nelle azioni un mixage di condizioni esistenziali, cadute di prospettive verso l’ignoto, mediante l’ espressione di un contenitore , il suo corpo, svuotato dalle funzioni biologiche e camuffato, per farsi clonazione animale e umana. L’artista in tal modo impone una sua alterità proiettata in una dimensione a venire. In questa direzione i precedenti Obscuratio e Human ed ora Into the core rappresentano rituali entro cui coerentemente la corporeità è portata al centro delle attenzioni dell’immaginabile ancorché del visibile.

Con Into the core – secondo momento del progetto Translation – identità transitoria -, fruibile in un contesto particolare qual è la home gallery Sponge Living Space a Pergola, la performer intraprende, dunque, un’operazione in cui salda il legame di due categorie fenomenologiche: il corpo ed il luogo. Into the core è una palese evocazione della vita; ovvero suggerisce il respiro quale tratto distintivo del suo fluire nel tempo, attraverso la percezione uditiva che pervade il buio, ossia quella assenza di luce che è cifra stilistica ricorrente delle azioni dell’artista.

La frequenza del suo respiro, continuo, che per fonte ha il suo corpo la cui fisicità è celata alla vista ma ancora una volta strumento di liberazione creativa, si diffonde amplificato, ritmato nelle 9 stanze della home-gallery, al punto di esaltare la consistenza estetica dell’anelito, suo alter-ego immateriale. L’atto naturalmente reiterato della respirazione nella sua fondamentale funzione vitale -tecnologicamente diffusa- perde la sua iniziale valenza e immerge gli ascoltatori, per il lasso di tempo della sua durata, in una pratica spirituale collettiva. La presenza/assenza dell’artista è traslata nel grande corpo dello spazio che l’accoglie rendendo esso stesso virtuale organismo vivente. Si tratta di un’operazione artistica che traccia un itinerario verso la trascendenza, che fonde corpo e spirito in modi imperscrutabili, sacrali, meditativi in cui è protagonista la condivisione. Vale anche in questo caso la domanda «cosa comporta?», avanzata da Denis Riout nel suo fondamentale Qu’est que l’art moderne? (Parigi, 2000).Al momento mi limito a osservare che la costante espansione estetica, nell’intenzione dell’artista, è metafora di un percorso che da origine intima, personale diviene inclusione dell’ambiente circostante o spazio esterno: ognuno degli spettatori attraverso la curiosità, l’attenzione, ovvero processi conoscitivi anche contemplativi, entra nel nucleo dell’opera/respirante, prendendo coscienza di un respiro d’altra che si fa universale, cosmico.

Si attua virtualmente quella contaminazione che la performer definisce traslazione identitaria: dall’autoidentificazione, dalla coscienza del sé al rapporto con le diverse realtà individuali circostanti che assistono all’azione; nello specifico di Into the core la sua identità, attestata dal respiro, muta in una condizione assoluta, scandita dai diffusori delle 9 stanze, fortemente condizionanti.

L’azione sa di pièce ; la home gallery è la quinta teatrale, essenziale, che accoglie un viaggio e innesca meccanismi psicologici interiori; il fruitore salito sul palcoscenico si dimostra invulnerabile all’azione a cui assiste, non può sottrarsi dall’ obbligo tautologico dell’ascolto e tantomeno disporre di possibilità di interazioni; può solo affacciarsi su un’altra dimensione indotta dall’artista.

Come in altre occasioni Mona Lisa Tina utilizza oggetti complementari al tema progettato; in questo caso pone in un angolo un involucro: una sorta di escrescenza organica o vegetomorfa o una sintesi ibrida di entrambe. Un elemento che non pare avere funzione rappresentativa né un significato recondito al di là sua immediata apparenza. Ciononostante è improbabile non percepirlo come qualcos’altro e altrettanto improbabile non interpretarlo nel contesto performativo.


Testo critico di “Into the core” Personale di Mona Lisa Tina
Vedi il comunicato stampa

I Commenti sono chiusi

Iscriviti alla Newsletter!
Categorie
Archivi
Articoli più letti
  • Non ci sono elementi
Questo sito utilizza i cookies - This website uses cookies
OK