Il punctum di Rita

Guardare non è vedere. Il nostro tempo è saturo di segni, anzi di effetti ottici così sovraccarichi da non conoscere, ormai, alcuna metabolizzazione. Anche un profano della fotografia, viceversa, intuisce che il lavoro di Rita Vitali Rosati da sempre è volto ad uno studio di necessaria sottrazione del superfluo perché mira all’essenzialità del vedere, anzi alla sua necessità. Tende a mettere ordine nel caos colorato in cui sguazziamo, come fossimo nell’Eden del cosiddetto postmoderno ovvero in un’immane discarica. Perciò il suo è un lavoro attento alla centralità degli esseri umani (Rita predilige il ritratto più classico) ma anche agli spazi del vivere in comune (qui Rita preferisce l’anonimato dei manifesti per strada, le affiches che tentano di accompagnare, o persino decorare, la vita quotidiana di individui che vengono sfiorandosi nel mutismo di una perfetta estraneità).
Lo scatto di Rita tende dunque a sfatare i riflessi condizionati del nostro mutismo, della nostra normale cecità: la sua fotografia non ha oggetti predeterminabili ma si sente ogni volta responsabile di quello che passa davanti all’obbiettivo. Tra l’oggetto e l’atto di scattare, ecco però un’intuizione, il riconoscimento di una affinità elettiva. Uno scrittore e teorico della fotografia, Roland Barthes, chiamava tutto questo la messa a fuoco del punctum, cioè il luogo in cui converge, liberandosi, la percezione. E’ proprio il compito di Rita, e la sua sigla d’artista.

luglio 2010
Massimo Raffaeli


Testo critico di “Il punctum di Rita” Personale di Rita Vitali Rosati
Vedi il comunicato stampa

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