Ancora una volta l’Home Gallery si è trasformata in nicchia salvifica.
Se svettano ormai solo stanchi alberi natalizi illuminati al led, carichi di una nostalgia per il loro valore simbolico tradito, qui a Sponge ritroviamo quella memoria che altrove si è smarrita.
La tensione dell’attesa, che ci accompagna nel viaggio per Mezzanotte, stigmatizza la consuetudinaria fretta del quotidiano e ci affonda in un Tempo senza Tempo. Un dedalo di stradine ammantate di verde accresce la labirintica speranza di trovare qualcosa di autenticamente diverso.

Arrivati. L’atmosfera domestica rende liquidi i pensieri, ma gli occhi rapaci di chi cerca con ansia quell’antidoto di autenticità non hanno -hic et nunc- soddisfazione.
L’albero non ha presunzione di esuberanza. Ha scelto una piccola stanza di Casa Sponge. Non è neppure così maestoso. Ma se poi ci avviciniamo, la meraviglia è la stessa che si ha quando si ammira un codice miniato. Da vicino ci si accorge di quanto sia densa la storia cesellata di ogni opera. Sfere viaggianti, micromondi di artisti che respirano vibrazioni poetiche diverse ma che, come una sinfonia musicale, trovano un accordo pieno nella monodia cromatica del verde sintetico dell’abete, piramide simbolica vivificata.Se il luogo “pubblico”, il museo, crea dei meccanismi di auto-conservazione compiaciuta del proprio ruolo, trasformandosi in uno spazio per addetti ai lavori, in cui si ripropongono continuamente ritualità ermetiche e narcisistiche, qui a Sponge si convive in una ritualità domestica quasi sacrale. Vengono in mente le pagine di “Il ritorno del reale” di Hal Foster in cui l’artista si fa etnografo per quell’atteggiamento di osservatore partecipante al rito. Una perpetua ricerca poietica che volge lontano lo sguardo, senza mai dimenticare la preziosità delle proprie candide ali, messe costantemente al riparo in un luogo scevro da vincoli subdoli e troppo spesso asfittici.

Ogni artificio di bassa mondanità è bandito qui a Sponge. Ogni luccichio che balbetta suono di menzogna è estraneo al luogo. Nessuna Babele, qui a Sponge parlano tutti la stessa lingua!
Disincanto amorevole poi scoprire che quella labirintica speranza non ci ha condotti nelle braccia demoniache del Minotauro, ma nella culla stessa della Possibilità.

Debora Ricciardi

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